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Attualità | 26 ottobre 2020, 15:00

Novara torna alla carica: "L'ospedale Covid di quadrante dev'essere a Vercelli"

Gli interventi del rettore Avanzi e del parlamentare Nastri. Intanto il numero dei ricoveri cresce e i ritardi nelle scelte di politica sanitaria si fanno sentire

Novara torna alla carica: "L'ospedale Covid di quadrante dev'essere a Vercelli"

Il mondo politico e medico novarese torna alla carica con la richiesta di trasformare il Sant'Andrea nel Covid hospital di quadrante.

Dopo le dichiarazioni rilasciate a La Stampa dal sindaco Alessandro Canelli - che per ironia del destino erano state pubblicate proprio nel giorno in cui il presidente della Regione, Alberto Cirio, aveva annunciato la decisione di destinare il Santi Pietro e Paolo di Borgosesia a Covid hospital - sono adesso il direttore del Pronto Soccorso di Novara, Gian Carlo Avanzi, rettore dell’Università del Piemonte Orientale, e il senatore di Fratelli d'Italia, Gaetano Nastri, vice coordinatore vicario in Piemonte, a tornare alla carica con la proposta.

Avanzi, fin da subito, aveva bocciato la proposta di Borgosesia, ritenendo troppo pochi 18 posti letto Covid e rilevando l'assenza delle terapie intensiva e subintensiva (quest'ultima nel frattempo parzialmente attivata grazie alla donazione di letti attrezzati da parte di Sergio Loro Piana), della pneumologia e di malattie infettive. 

Nastri, in un intervento ripreso dal quotidiano La Stampa, ribadisce invece le motivazioni già espresse da Canelli: inviare i casi Covid a Vercelli consentirebbe di mantenere "pulito" il Maggiore di Novara per le attività ordinarie e specialistiche. Tra l'altro il novarese, oltre che un'ondata di ricoveri (con botte da 24-26 accessi al giorno) secondo una recente segnalazione dei sindacati, si starebbe anche trovando a gestire un focolaio interno di contagi seguendo modalità che hanno creato molte proteste tra i rappresentanti dei lavoratori.

Come mai, tra i "cugini" novaresi ci sia tanta perseveranza nella richiesta di trasformare il Sant'Andrea in un ospedale Covid, dimenticando, ad esempio l'ospedale di Borgomanero, non è dato sapersi. Quel che invece è noto è che anche Vercelli ha un'attività ordinaria e specialistica da portare avanti, come - purtroppo - ben sanno i malati e i cittadini che stanno ancora aspettando di recuperare le visite e gli esami persi durante il lockdown.

E, come c'era da aspettarsi, la nuova polemica sulla creazione di un ospedale Covid, non ha mancato di suscitare immediate reazioni politiche: "Gli “amici” novaresi sembrerebbero tutti esperti di medicina e di dove ubicare i vari reparti specialistici sul territorio - rileva sarcasticamente Gian Carlo Locarni, presidente del Consiglio comunale di Vercelli -. Quindi il Dirmei non serve? Quando sentirò chi ne sa più di me e di loro in termini medici mi farò adeguate convinzioni... Caro Gaetano (Nistri, ndr.) preservare il Maggiore è lodevole, ma lascia a chi ne sa più di noi in materia specifica, grazie della comprensione. La politica del campanile - è la conclusione di Locarni - non può funzionare durante una guerra, e il je accuse cieco tra le diverse aziende sanitarie è sbagliato come lo è intervenire su discorsi e temi di cui non si ha contezza specifica".

Il vero tema che sembra emergere da questa polemica che si sta trascinando da settimane è che poco è stato fatto per arrivare preparati alla (temuta) seconda ondata del virus. I posti letto di rianimazione, che Borgosesia aveva ottenuto (sulla carta) prima dell'estate, non sono stati realizzati per un ritardo negli appalti a livello nazionale. Ciò che c'è, è stato realizzato grazie al coinvolgimento del territorio e di donatori privati. I Sisp non sono stati potenziati come avrebbero dovuto e, oggi, si trovano a effettuare il tracciamento dei contatti con le armi spuntate e talvolta lavorando anche di notte. Il personale non è stato potenziato come avrebbe dovuto (e qui si apre il capitolo sulle conseguenze dei vent'anni di tagli alla sanità e del contingentamento delle lauree nelle professioni sanitarie). Per altro, numeri alla mano, se non si riesce a invertire la curva dei contagi e dei ricoveri, tutti gli ospedali dovranno prepararsi a gestire la seconda ondata con tutte le "armi" (e i posti letto) disponibili.

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