/ Attualità

Attualità | 03 marzo 2025, 08:38

Al Poligono di tiro il ricordo dei partigiani fucilati nel 1945

Sabato la cerimonia a 80 anni dalla ricorrenza

Al Poligono di tiro il ricordo dei partigiani fucilati nel 1945

 «Non dobbiamo esser qui solo per dovere, dobbiamo testimoniare la nostra presenza specialmente in un periodo storico in cui le libertà sono messe in pericolo a livello internazionale». Lo ha detto il sindaco, Roberto Scheda, in occasione della cerimonia di commemorazione degli 80 anni dalla fucilazione di Alcide Cassetta, Renzo Dreussi e Clito Mosca, tre partigiani uccisi il 27 febbraio 1945 al Poligono di tiro, al rione Isola. «È un giorno di tristezza - ha detto il primo cittadino nel corso del suo intervento - si tratta di tre giovani che sono stati barbaramente uccisi dalle forze nazi-fasciste». Alla luce delle ultime vicende mondiali, il sinda o si è detto «preoccupato» e ha richiamato «alla difesa della libertà e alla forza di volontà perché episodi simili non si ripetano mai più».

Durante la mattinata è intervenuto anche Graziano Aniceto che, al tempo della fucilazione dei tre partigiani era bambino e che, da anni, è l’artefice della conservazione dell’area e del memoriale con la lapide che ricorda Cassetta, Dreussi e Mosca.

L’orazione ufficiale è stata affidata a Enrico Pagano, direttore dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vercellese, in Valsesia e nel Biellese. Pagano ha ricordato le origini di Cassetta (nome di battaglia “Vento”): nato nel 1919 in provincia di Rovigo, era emigrato in questi territori e ha aderito alla Resistenza a settembre del 1944. Dopo esser stato arrestato il 2 febbraio 1945 a Olcenengo, venne condannato a morte il 26 febbraio. 

«Alla sua fucilazione - ha ricordato Pagano - alcuni fascisti si rifiutarono di aprire il fuoco, ma venne ugualmente giustiziato». Sono state poi ricostruite - «pur non essendoci molti documenti ufficiali» - le vite di Renzo Dreussi (nome di battaglia “Baracca”) e Clito Mosca (nome di battaglia “Bomba”). «Ci colpiscono due particolari - ha proseguito il direttore -. Il primo: anche Mosca era emigrante, nato in provincia di Udine. Questo è segno di come in quelle zone, nell’Italia fra gli anni Venti e Trenta, la povertà era ancora più diffusa poiché erano state le aree di fronte della Prima Guerra Mondiale. Il secondo particolare: questi tre giovani, probabilmente, non avevano mai incrociato le loro vite fino all’ultimo giorno, quello più tragico».

redaz

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore