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Attualità | 30 novembre 2023, 00:59

Larizzate: la multinazionale dell’ettaro accanto

Come reagiscono 800 anni di storia all’arrivo dell’industria? - Videogallery

fotoservizio di Marco Quattro

fotoservizio di Marco Quattro

A Larizzate Vercellese generazioni di contadini hanno portato avanti la tradizione della risicoltura, presente sul territorio da secoli. Ma dagli anni ’60 del ‘900 si trovano a fare i conti con un vicino rumoroso e sempre più invadente: la zona industriale. 
Questo pezzo è stato scritto da Marco Quattro. Appassionato di storia e di geografia si è laureato in Comunicazione allo IED di Milano. Amante della scrittura e della fotografia, ha seguito un corso di reportage narrativo alla Scuola Holden di Torino.
marco.quattro18@gmail.com

 

Da Vercelli il tragitto in macchina è lungo poco più di 5 chilometri. Al confine sud della città, appena al di fuori delle “mura” c’è un cavalcavia, un ponte per un’altra dimensione, che una volta attraversato discende nel pieno della zona Industriale. Capannoni a sinistra, uno stabilimento abbandonato da ormai qualche anno sulla destra. Proseguendo qualche centinaio di metri e passando un distributore di benzina ci si ritrova in aperta campagna.

 

Ovunque si posi, la mia vista incontra solo risaie costellate di cascine che spuntano come escrescenze dal terreno inondato. Imboccando una strada secondaria finalmente mi ritrovo sulla destra Larizzate Vercellese. Fin da bambino ho sempre provato un certo disagio a passare in questa zona. Da una parte vedevo una schiera di capannoni con file di camion ronzargli attorno come calabroni voraci, dall’altra, leggermente più distante dall’asfalto della provinciale, il borgo semi abbandonato.
Dal 2017 nella zona risiede un nuovo vicino: è il polo logistico di Amazon, un imponente edificio a parallelepipedo dal tetto bianco metallizzato e le pareti esterne verdi.

 

Capitolo 1

Il selciato dell’enorme cortile è illuminato per metà dal sole del primo pomeriggio. Appena sceso dalla macchina percepisco l’umidità farsi spazio nei miei polmoni a ogni respiro. I quattro lati della Cascina Bernardina sembrano solidi bastioni, pronti a proteggere l’aia dalla calura afosa che all’esterno si leva dalle risaie. Qua dentro tutto sembra fermo a decine di anni fa.

Sull’uscio di una porta del lato est del cortile, Giovanni Olmo mi aspetta all’ombra. È un uomo di più di sessant’anni, dai capelli canuti, ed è co-proprietario assieme al fratello della cascina e dell’attività Olmo Giovanni e Franco. Ci salutiamo, ha una stretta salda e forte e le sue mani sono grandi e piene di cicatrici. Lo seguo dentro casa dove mi fa accomodare presso il tavolo in salotto. Sulle poltrone alla mia sinistra, a pochi passi da noi, si siede ad ascoltare suo nipote Edoardo, venticinque anni.

I soffitti a volta, le mura pitturate di bianco, le credenze e il tavolo di legno massiccio, scuro e ben levigato, si incontrano con le parole di Giovanni dando vita al suo racconto: “La mia famiglia lavora e abita in questa cascina dal 1946 e nel 1976 siamo diventati proprietari, però era attiva a Larizzate già da prima, sempre nella risicoltura. Ai tempi, in questa cascina vivevano una quarantina, forse anche cinquanta persone. Poi come il resto del paese, ha iniziato a svuotarsi. Oggi siamo in 7”.

“Internet sostiene che a Larizzate vivano 60 persone” gli dico e in risposta i suoi occhi cerulei si strizzano divertiti. “Una volta, non so fino a quando, ma ora saranno al massimo trenta. Basta guardare lo stato del paese quando ci si passa davanti. Qualche anno fa una squadra di muratori si occupava ancora di mantenere i fabbricati e le cascine del centro, ma ormai l’Ospedale Maggiore non si cura più di queste cose. Tutti qui sanno che Larizzate sta andando a catafascio”.

La Cascina Bernardina dista qualche centinaio di metri dal borgo ed è circondata dalle risaie. Per raggiungerla ho dovuto sorpassare il “centro” di Larizzate, notando da vicino lo stato fatiscente degli edifici. Vengo a sapere da Giovanni che l’Ospedale Maggiore di Vercelli è proprietario di tutte le terre della frazione di Larizzate Vercellese e dei dintorni da centinaia di anni. Solo qualche cascina, tra cui la Bernardina, è stata venduta. Accenno allora alla zona industriale, a quando lui e gli altri contadini appresero dell’arrivo di questo nuovo e sconosciuto vicino. “Nessuno di noi era felice di questa cosa” dice fissandomi. “La prima parte, al di qua della tangenziale, è sorta negli anni ’60, mentre la parte più nuova e moderna verso la fine degli anni ’80, seguita dall’ultimo arrivo nel 2017 di Amazon”.

Ripenso alle immagini che ho nella mia mente della zona industriale, delle sue ciminiere e dei capannoni. Mi immagino migliaia di lavoratori all’opera per erigere quegli edifici di cemento e poco più in là Giovanni e la comunità agricola di Larizzate. Chissà se qualcuna di quelle persone sapeva, o anche solo immaginava, che stava assistendo a un cambiamento storico che avrebbe segnato la fine e l'inizio di molte cose nella loro vita.

“La zona industriale la vediamo come uno scempio, hanno ridimensionato aziende storiche, sottraendo alcuni dei migliori terreni del vercellese e cambiando perfino il sistema irriguo. Come se non bastasse, oggi tutto quel cemento impedisce a una buona quantità di acqua di raggiungere il terreno”. Mi chiedo quanto male gli faccia parlare di tutto ciò. “Da lì sono iniziati altri problemi. All’interno della zona prima è arrivata una fabbrica di prodotti chimici, poi l’inceneritore. Certe mattine quando si usciva di casa si faceva fatica a respirare, ti bruciava la gola e gli occhi lacrimavano. Ma all’epoca anche i prodotti che usavamo non erano da meno. Come diserbante utilizzavamo l’atrazina, bandita nel ’92 perché pericolosa, ma era quello che c’era, ovviamente non si sapeva fosse nociva”.

“Amazon invece?” chiedo a Giovanni, mentre lui ricorda a suo nipote di portare a termine una commissione in città quella stessa sera. “Premetto che noi siamo ancora lontani da Amazon e dal resto, quindi ce la caviamo tutto sommato bene. Ma conosco molte persone che hanno perso tanto se non tutto, soprattutto per Amazon. C’era una cascina, si chiamava Margaria, gli affittuari sono stati obbligati a lasciare all’inizio dei lavori, il cantiere era a qualche decina di metri da loro”. Mi faccio lasciare il contatto di un’altra azienda agricola che ha perso buona parte dei terreni agli inizi del duemila. Prima che si congedi, chiedo a Giovanni cosa prova ogni mattina quando si veste e si mette gli stivali per dirigersi verso i campi, verso le risaie della sua famiglia. “Mi riempie di orgoglio, mi fa innamorare del terreno, penso a tutti quelli prima di me che hanno vestito questi stessi panni e hanno fatto questo lavoro, senza tutto quello che abbiamo noi oggi. Un tempo era più a libera interpretazione” dice ridendo, “ma sicuramente c’era anche più connessione con la terra”.

Ci salutiamo, Giovanni sparisce nella stanza adiacente. Passerà le prossime ore a fare quello che ha sempre fatto, così come quelli prima di lui nella sua stessa posizione. Edoardo mi accompagna gentilmente per varie zone della cascina. È la prima volta che ne vedo l’interno così bene. Gli archi dei soffitti pieni di ragnatele sembrano sorreggere il peso dei secoli sulle loro curve, mentre sotto di loro, sul pavimento polveroso, si accatastano oggetti di ogni tipo. Arrivati sul lato nord della cascina usciamo dalle mura, ritrovandoci a pochi centimetri dall’acqua stantia.

L’umidità e il caldo, finora smorzati dalle spesse pareti, ritornano a farsi sentire. Conversiamo guardando l’orizzonte, il “mare a quadretti” come viene chiamata l‘infinita distesa di risaie che ci circonda. Arriva fino alle colline, dove si interrompe per fare spazio ad altre colture. A più o meno 100 chilometri da noi si estende l’arco alpino, e il Massiccio del Monte Rosa che spunta più in alto delle montagne vicine crea uno scenario degno di un libro fantasy. Da qui, penso, sembra quasi di poterle toccare, sembra che basti un passo per raggiungerle e ritrovarsi immersi nell’aria fresca di montagna. Edoardo mi racconta di come vorrebbe girare il mondo e apprendere come le diverse popolazioni trattino l’agricoltura, per poi magari un giorno usare quanto ha imparato nei suoi viaggi qua a Larizzate. Un vecchio aereo ultraleggero rompe il silenzio ronzando sopra le nostre teste.

Una nuvola di polvere si alza al passaggio della macchina sulla strada sterrata. Mi ritrovo sulla tangenziale, la Cascina Bernardina si allontana dietro di me e con lei il suo microcosmo. Questo pensiero si insinua nella mia mente, vedo le cascine come dei pianeti, anzi delle galassie, sparse in un mare di riso e acqua paludosa. Galassie con la propria storia, le proprie usanze e le proprie ferite.

 

Capitolo 2

 

La luce pallida del mattino filtra a malapena tra le fronde degli alberi e l’aria è pregna dell’odore del manto di foglie che ricopre il viale, marcite per le piogge dei giorni precedenti. Google Maps insiste nel dirmi che sono nel posto giusto. L’ingresso nel borgo di Larizzate mi ha amareggiato. La maggior parte degli edifici è abbandonata. In un piccolo spiazzo davanti a una casupola una macchina è ferma a collezionare ruggine, inghiottita a metà dall’edera e circondata da una discarica di oggetti. Fisso un muro dritto davanti a me e leggo: “Portate un po’ di speranza o voi che entrate”. La vernice è vecchia, in parte sbiadita per l’effetto del sole e delle intemperie.

Compongo il numero di Federica (me l’aveva fornito Giovanni) per accertarmi di essere nel luogo corretto. Finalmente le porte della Cascina Santa Maria si aprono e vengo investito da un tripudio di verde. L’ambiente è diverso da quello della Bernardina, polveroso e chiaro. Qui gli alberi e l’erba crescono dando colore al cortile rettangolare di modeste dimensioni. Federica Rosso mi accoglie calorosamente e mi invita a entrare in casa, facendomi strada per un corridoio che porta alla stanza dove i suoi clienti comprano il riso. Suo figlio, qualche stanza più in là, appiccica le etichette sui sacchi di riso illuminato dalla luce del sole. Dopo avergli dato le ultime indicazioni, mi raggiunge e inizia a raccontarmi la storia della cascina e della sua famiglia: “La Cascina Santa Maria affonda le sue radici in tempi molto lontani, fin da prima che mio bisnonno arrivasse a Larizzate nel 1931. Lo so perché, qualche anno fa, la proprietà ha incaricato un architetto di compiere una ricerca storica sui propri beni. Si è scoperto che la parte più antica della cascina risale al 1889”. “La proprietà?” le chiedo dubbioso, “Noi siamo affittuari, l’Ospedale Maggiore di Vercelli è ancora proprietario di questa cascina come del resto di Larizzate”. Si interrompe e raggiunge suo figlio, mentre io rimango seduto a osservare la stanza. Anche qui i mobili escono da un’altra epoca, sono semplici, quasi tutti in legno. La luce che penetra dalle finestre inizia a illuminare la parete alle mie spalle, facendo risplendere i numerosi sacchetti esposti sulle mensole e la cassa nell’angolo.

 

Una volta tornata, Federica riprende a parlare: “A differenza di molte cascine della zona, i nostri terreni sono sparsi a macchia di leopardo e non raggruppati dietro casa. Alcuni sono oltre lo stradone per esempio”. Il suo modo di parlare mi rassicura, anche se traspare una certa malinconia. “Ed è qui che iniziano i problemi. Agli inizi degli anni duemila arriva una lettera della proprietà, abbastanza vaga, che ci dice di non coltivare più le porzioni di terreno oltre lo stradone, quelle a ridosso della zona industriale. Qualche tempo dopo hanno iniziato a costruire i capannoni, lasciandoci però una fetta di terreni da coltivare. Purtroppo però, per motivi legati alla costruzione, si è dovuto cambiare la forma dell’alveo della Roggia Molinara, la principale fonte per l’irrigazione in questa zona, facendo diventare il suo corso troppo impetuoso e poco sicuro. Infine ci ha reso il lavoro impossibile. Per adeguarci, in quei campi passammo alla soia che mio papà aveva già coltivato. La resa economica di certo non era la stessa del riso, ma dovemmo comunque lasciare il terreno poco dopo. Così il campo preferito di mio papà, il suo sogno da 25 giornate, si era trasformato in un incubo”. Federica si interrompe per andare ad assistere di nuovo suo figlio. Mentre rimango solo, mi concentro sul termine giornata. Leggendo vari libri sulla risicoltura in questi mesi, mi è capitato di incontrarlo spesso. Indica il tempo impiegato per arare un campo con un carro trainato da due buoi, e corrisponde grossomodo a 3810 mq. Nel 1612 addirittura divenne la misura ufficiale del Piemonte tramite una legge promulgata da Carlo Emanuele I.

Quando torna, Federica riprende subito a parlare. “Così, agli inizi del 2000 ci fu il grande cambiamento. Avevo trent’anni all’epoca. Passammo dall’avere 34 ettari all’averne 16, fummo in sostanza cancellati. Dei soldi degli indennizzi che ci spettavano per la cessione dei terreni ovviamente nessuna traccia e poco dopo mio padre si ammalò. All’epoca lavoravo a Milano ma la mia idea era già quella di tornare qua. Chi nasce in posti come questi ha delle radici profondissime e spesso fa scelte seguendo il cuore”. Sulle labbra di Federica si forma un sorriso, segno che lascia intendere abbia fatto la scelta giusta.

“Aver visto cosa stava vivendo mio papà, ascoltando certi suoi discorsi, sono ritornata seguendo le orme di un’infanzia bucolica passata a giocare in cortile e a leggere negli stanzoni umidi ma freschi. Volevo dare un senso allo sforzo dei miei bisnonni. Sono la prima di tre figlie, ho sempre fatto l’apripista per le mie sorelle più piccole. Così con orgoglio mi sono rimboccata le maniche e ho accettato la sfida. Eravamo in una situazione disastrosa e mi ritrovai in mano questa micro-azienda che andava risollevata”.

La stanza ora è piena di luce. D’un tratto mi ritrovo a guardare fuori dalla finestra. Il suono di un pallone che rimbalza sembra un’eco lontana dei suoni che rimbombavano qui vent’anni fa, in quei giorni di tenace rinascita.

“Con poco ho valorizzato quello che avevo. Lavoravamo con le mura della cascina, con il vero cuore dell’attività. Quella stessa infanzia è quello che abbiamo messo nel nostro riso e che ci ha permesso di venirne fuori”.

 

“Come avete vissuto lo tsunami causato dalla zona industriale?” chiedo. “L’abbiamo subito, senza voce in capitolo. L’industria è troppo diversa da noi, quando arriva ti irrigidisci, ti toglie la possibilità di seguire i tuoi tempi e senti il peso delle imposizioni. Lo percepisci come un’ingiustizia. Ma alla fine noi siamo ancora qua, altri invece non hanno più nulla. C’è questa cascina, la Margaria. È stata abbandonata da quando hanno iniziato a costruire Amazon. Era un gioiello quel posto, ha un’architettura ormai perduta. Ora non è altro che sterpaglie e spazzatura”.

Capitolo 3

Sono le cinque e mezza del pomeriggio e la luce del sole crea un effetto ocra attraverso i finestrini. Il navigatore mi sta portando verso un punto impostato manualmente, al centro della zona industriale, in quel poco verde rimasto tra i capannoni. A un chilometro e mezzo dalla destinazione decido di lasciare la macchina a lato della strada. “Preferisco arrivarci a piedi” dico a me stesso. Attorno a me le sterpaglie invadono il marciapiede e mi arrivano alle cosce. L’umidità e il caldo di fine agosto rendono ogni movimento uno sforzo immane. Il telefono segna 37 gradi e il gigantesco ammasso di catrame, cemento e calcestruzzo che mi circonda mi opprime ancora di più.

Proseguo madido di sudore per una stradina sterrata che corre parallela a un fosso, ormai asciutto da chissà quanto tempo. A rimpiazzare l’acqua ci sono bottiglie, lattine e pneumatici. I rovi alla mia destra si aprono svelando una curva della sterrata, costeggiata da altrettanti giunchi alti più della mia testa. In fondo, scorgo una costruzione abbandonata di grandi dimensioni. Che sia lei? Imbocco la svolta. Parecchie persone mi hanno sconsigliato di venire qui, tra cui Federica Rosso. Sbandati e senza tetto ci passano le notti da quanto ho capito. L’ambiente è secco, silenzioso, tetro. Un animale attraversa la strada poco più avanti di me alzando della polvere. Riconosco i tratti dei canali ai lati della stradina e deduco che le erbacce attorno a me, un tempo non troppo lontano, fossero un campo coltivato. Mi fermo davanti all’ingresso delle mura, dove prima un cancello segnava l’entrata della Cascina Margaria, come inciso sulla pietra al di fuori. È lei.

 

Vedo subito che la natura ha preso il sopravvento. L’erba ricopre tutto tranne il selciato che prosegue dall’esterno verso l’interno, indicando la via principale del cortile. È immensa. Nonostante sia abbandonata e in uno stato di degrado, l’imponenza delle sue mura e il cortile cosparso di edifici rendono ampia fede a quella che doveva essere la sua grandezza. L’edera si è divorata la maggior parte delle facciate e i rovi seguono il perimetro del cortile, rendendo inaccessibili gli edifici dietro. Il tetto, nonostante le violente tempeste degli ultimi anni, ha retto tutto sommato bene. Questo posto brulica di vita penso, non solo i piccoli animali e le piante. Parlo del suo passato, delle storie di Giovanni e di Federica, della storia di Larizzate. Sembra tutto confluire qui, in questo istante. Gli odori e i suoni si distorcono nello spazio vuoto ma pieno. Sento gli uomini che manovrano i macchinari alle mie spalle, le risate delle mondine e l’odore del riso che pazientemente si asciuga.

Federica mi aveva raccontato di come la Cascina Veneria dove girarono “Riso Amaro”, il celebre film del 1949 con Vittorio Gassman ambientato in questi luoghi, avesse nella Margaria proprio la sua gemella. Un tassello dimenticato di una storia che si sgretola sotto i nostri occhi. Parlando con Alessandra Cesare dell’Archivio della Biblioteca di Vercelli, sono venuto a sapere che l’area in cui mi trovo ora era un punto di ristoro e medicazione per i Templari diretti in Terra Santa. Venendo qui mi è capitato, come già altre volte prima, di vedere file di ragazzi poco più che maggiorenni avventurarsi in monopattino elettrico sulla tangenziale. Sono tutti immigrati dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla Siria. Raggiungono il posto di lavoro, che per la maggior parte di loro è il polo logistico di Amazon. E se qualcuno finisse sotto un'auto? Il loro viaggio, come quello dei Templari, li ha condotti qui spinti da una preghiera.

Appendice

La sala studio della Biblioteca Civica di Vercelli è uno stanzone circolare pieno di umidità. Due file di tavoloni sono disposti verso la scrivania della custode, rivolta invece verso il resto dell’ampia sala. Un solo ventolino, per di più a distanza siderale dal mio tavolo, non basta per evitare che la mia pelle si incolli alla plastica che copre il legno.

Sto leggendo “Il riso in 10 lezioni” di Antonio Tinarelli, un autore icona del mondo della risicoltura. La storia del riso e della sua coltivazione conta migliaia di anni e tocca angoli remoti della Terra. Ma a me interessa questo piccolo quadratino tra i fiumi Sesia e Po, e finalmente trovo ciò che cerco. Tinarelli scrive che è “accertato che la coltura del riso fosse diffusa nel vercellese già da molto prima del 1493”. Spiega come, in un documento datato quell’anno, fosse narrata una vicenda giudiziaria tra due contadini e l’Ospedale Maggiore di Vercelli, nemmeno a farlo apposta, relativo a un mancato risarcimento risalente al 1227.

Secondo i fratelli De Restis, affittuari della cascina e dei terreni, Bernardino Avogadro di Casanova (tenutario dei beni dell’Ospedale Maggiore) si era rifiutato di compensarli per la costruzione di un nuovo impianto di pileria del riso, contrariamente a quanto concordato in precedenza.

Scoprire che ottocento anni fa fossero già diffuse le pilerie e che quindi le conoscenze sulla lavorazione del riso fossero già ampie, è importante tanto quanto scoprire una vicenda che potrebbe benissimo svolgersi oggi. Le stesse dispute, le stesse storie che ho sentito raccontare a Larizzate sono già successe, vissute da qualcun altro tanto tempo fa, ma lo schema è sempre lo stesso e sembra ripetersi all’infinito. Un secolare scontro tra Davide e Golia, tra chi ha il potere di dare e togliere e chi invece deve saper accettare e farsene una ragione.

Marco Quattro

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