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Arte e Cultura | 13 marzo 2021, 19:00

Forse non morirò di giovedì recensito da Lavoro e salute

Un libro in cui rancore, invidia, ambizione si intrecciano con la vita di un giornale

Forse non morirò di giovedì recensito da Lavoro e salute

Sul mensile Lavoroesalute la recensione del libro di Remo Bassini "Forse non morirò di giovedì". Autore del pezzo è lo scrittore Giorgio Bona.

 

Dedico questo libro a tutti i giornalisti liberi e a due persone in particolare, che non ci sono più: Francesco Brizzolara, che è stato il mio direttore e che mi ha insegnato a fare il direttore, e a Ciro Paglia, che non ha bisogno di presentazioni e che è il più bravo giornalista che ho incontrato sul mio cammino.

C’è una ragione di fondo in questa toccante dedica con cui Remo Bassini chiude il libro ringraziando in primis due persone che sono state fondamentali per il suo percorso professionale che ha fortemente ispirato questo romanzo.

Ricordiamo che Ciro Paglia, marito della scrittrice e giornalista Stefania Nardini, fu colui che sfidò Raffaele Cutolo.

Da tutto questo mi viene da pensare a due componenti fondamentali per affrontare il mestiere più invidiato al mondo, quello del giornalista, un mestiere duro perché il lavoro te lo tieni dentro e te lo porti addosso ventiquattro ore su ventiquattro. Ne pagano gli affetti, i familiari, gli amici più stretti. Un mestiere che non ti lascia mai e ti accompagna anche nel più piccolo movimento, mentale e fisico.

Professionalità e coraggio sono i due elementi che emergono per svolgere questo lavoro a testa alta, sentimenti che non sono secondari in qualunque campo della vita, ma che qui hanno un valore straordinario.

Come dice nella postfazione Giorgio Levi quella del giornale non è una vita normale. La vita della redazione te la porti ovunque. Non si timbra il cartellino, ma il lavoro, dal mattino, può protrarsi fino a tarda notte.

Il romanzo narra la vita di un giornale di provincia, una redazione composta da un direttore e nove collaboratori, fortemente impegnata sulla vita del territorio. Certo che il romanzo parla principalmente del mestiere di giornalista, ma anche di omofobia e di amori che rendono la vita difficile.

Il protagonista è il direttore, Antonio Sovesci, cinquantacinque anni, amante del suo lavoro, terribilmente superstizioso, perché il giovedì è il suo giorno maledetto.

E proprio di giovedì arriva una sua ex collaboratrice che desidera intervistarlo. Quel medesimo giorno, in un parco cittadino, due uomini subiscono un pestaggio da parte di quattro teppisti. Probabilmente i due erano gay, sta di fatto che qualcuno vuole che la notizia non venga pubblicata.

Viene spontaneo chiedersi quanto ci sia di Remo Bassini nella figura di Antonio Sovesci. È evidente che l’autore si confessa raccontando non proprio di se stesso ma di una professione che lo ha accompagnato per lunghi tratti del suo percorso lavorativo, dopo essere stato portiere di notte in un albergo, operaio turnista, prima di arrivare alla professione di giornalista e poi di direttore di giornale.

Infatti Bassini parla di questa professione auspicando a un giornalista vero, che non deve rispondere a nessuno di quello che fa se non ai lettori e a se stesso, che si batte per la notizia e per la verità. Questo lo fa dire anche al suo protagonista durante un’intervista: se un giornale è libero per davvero, se cerca di non farsi condizionare dal potere, dalle sue simpatie politiche, dalle sue amicizie, da tutto insomma, editori compresi, riuscirà a svolgere questa sua professione con dignità e in modo credibile.

Senza libertà e senza giornalisti liberi il giornalismo è morto. Pur velando in un certo senso una rappresentazione del condizionamento che il mondo giornalistico mette in evidenza, c’è un invito a riflettere sullo stato di cose dove un’informazione libera è fonte di libertà di tutti noi a 360°.

Bassini ci restituisce l’immagine reale di un mondo dove rancore, invidia, ambizione sono dentro i rapporti umani. Tuttavia non bisogna abbandonarsi all’idea che sia impossibile andare oltre, perché in questo mondo, più difficile, ci sono valori che lasciano dietro questi sentimenti subdoli e i sentimenti buoni possono venire fuori.

Un libro sicuramente di grande impegno anche se pur di facile lettura perché scritto con un linguaggio diretto, denso di elementi che fanno grande riferimento ai sentimenti dove tutte le parole, i concetti, sono quelli che trovano ampio spazio nel quotidiano.

Un libro bello da leggere e utile per riflettere. Un libro che ci lascia dentro qualcosa.

Giorgio Bona

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