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Attualità | 10 febbraio 2021, 13:40

Contro il Covid «è fondamentale agire subito»

Intervista al professor Piero Sestili, docente di farmacologia all'università di Urbino - Utilizzare da subito antinfiammatori non steroidei al posto della tachipirina «e soprattutto - dice il docente - è fondamentale agire subito» - «Avvisammo il ministro ad aprile»

Il professor Piero Sestili

Il professor Piero Sestili

Mentre l'Italia discute su Sanremo, su Conte e su Draghi e sul vaccino (sì, ma quale e per chi?), di Covid si continua a morire. La triplice alleanza “Riposo, tachipirina e tampone (spesso aspettando giorni e giorni)” continua a mietere ricoveri e vittime. Eppure c'è chi dice che con i farmaci giusti e con una cura tempestiva si possono evitare intasamenti dei pronti soccorsi e morti, anche. Lo dicono diversi medici di famiglia, da diverso tempo.
A Piero Sestili, docente di farmacologia all'università di Urbino, con pubblicazioni internazionali, una domanda secca: Professore, ma non è folle che ancora non ci siano delle linee guida per il trattamento domiciliare del paziente covid?
«Sembrerebbe folle, ma non è follia. E’ disinteresse? Scarsa competenza? Non so. E’ una cosa che però mi lascia perplesso. Non si tratta di inventarsi chissà cosa. Solo di applicare alcune nozioni di base della farmacologia una volta chiarite le basi patogenetiche di Covid, che sono state comprese meglio da almeno dieci mesi. Mi spiego: Covid, più che una singola malattia, sembra essere una duplice malattia. Una prima legata al virus, meno pericolosa, un’altra più pericolosa che sembra prendere le consegne dal virus per poi innescare una reazione infiammatoria polmonare e sistemica, a volte letale. Sul virus possiamo agire – come stiamo facendo - con la vaccinazione, con gli anticorpi monoclonali e con i farmaci antivirali (questi ultimi in fase di sviluppo). Ma ancora queste misure non hanno raggiunto una diffusione tale da garantire piena efficacia. E allora, per chi si ammala oggi e continuerà ad ammalarsi domani, occorre concentrarsi sulla “seconda malattia”, l’iperinfiammazione, cercando di prevenirla da subito. Lo si può fare a patto che si ammetta ufficialmente il valore degli antinfiammatori non steroidei (per esempio acido acetil salicilico, ibuprofene ecc.) al posto del paracetamolo, l’efficacia spesso risolutiva del cortisone e poche altre indicazioni. E soprattutto è fondamentale che si riconosca l’importanza di agire subito, senza aspettare l’evoluzione dei sintomi. La “vigile attesa” ministeriale mi rimanda al capezzale dei moribondi narrati da Emìle Zola, nell’800…»

 

Lei con altri docenti universitari, ricercatori e medici ha bussato alla porta del ministro della salute. Ma senza ottenere risposta.
«Vero. Il 24 aprile scorso tramite i parlamentari Alessia Morani ed Emilio Carelli consegnammo nelle mani di Speranza e Sileri un appello ampio e articolato. Tra i primi firmatari Roberta Ricciardi, Matteo Ciuffreda, Natalia Pizzi, Stefano Manera. Poi molti altri medici, circa 40, colleghi universitari di discipline biomediche e farmacisti. Un parterre molto qualificato che garbatamente, sommessamente, invitava il Ministro a riflettere e far riflettere gli organi tecnici sulla opportunità (necessità?) di uscire dalla logica della terapia intensiva, della corsa in ospedale, dell’ossigeno che nemmeno si trovava, e verificare se quello che non si stava facendo - cioè curare a casa - fosse invece possibile. Oltre alla domanda, cercammo di fornire una risposta: antinfiammatori, cortisone, eparina, antibiotici se necessari e tempestività. Giocare d’anticipo, insomma. Al tempo indicammo anche l’idrossiclorochina, unica a godere di ottima reputazione anche presso il Ministero. Strano che il Ministero, sempre assai critico verso i comuni antinfiammatori, avesse tollerato, se non accolto favorevolmente, l’idrossiclorochina che poi divenne invece il farmaco più discusso. Forse prevalse l’indirizzo di accettare acriticamente le indicazioni provenienti dalla Francia, dal Ministro della Salute Olivier Veron che, spinto dai gruppi di ricerca marsigliesi di Raoult e Micallef, tifava per clorochina e paracetamolo, e fischiava contro cortisone e antinfiammatori. Molte altre indicazioni, invece, vennero accolte dal nostro Ministero così come il nostro appello: non degnandole di alcuna risposta.»

 

 

Alcuni medici insistono nel dire che, se somministrata nei primi giorni, l'idrossiclorochina abbinata a un antibiotico (azitromicina) funziona.
«L’idrossiclorochina oggi ha perso molto dello “smalto” iniziale non avendo confermato l’efficacia attribuitagli fino a maggio scorso (ma non c’è ancora oggi pieno consenso); anche l’antibiotico azitromicina è stato rivalutato in senso critico: anche io sono scettico sull’uso generalizzato e indiscriminato di un antibiotico in assenza di una sospetta sovrainfezione batterica. Inoltre al “decalage” di questi farmaci ha anche contribuito il fatto che l’uso sapiente (la sapienza la mette il medico curante) e tempestivo dei farmaci che ho citato - antinfiammatori, cortisonici, eparina, antibiotici se necessari - dà di per sé risultati considerevoli.»

 

Nei mesi scorsi lei e Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, avete dato indipendentemente indicazioni anche con altri farmaci. C'è dunque, un ventaglio, di ipotesi di cura.
«Sull’utilità di questi farmaci in diverse combinazioni c’è molto più di una ipotesi. Ci sono risultati e osservazioni cliniche, Il gruppo dei Prof. Remuzzi e Suter li hanno pubblicati; lo staff del Professor Cavanna pubblicherà a breve le sue eccezionali esperienze di cura. Molti altri studi stanno emergendo in Europa, USA e altri Paesi. Lo so perché come coeditore di un numero speciale della rivista Frontiers in Pharmacology dedicato alle cure precoci di Covid li ricevo in anteprima. Molti articoli ci stanno pervenendo dall’estero, ad esempio, sull’utilità dei farmaci antistaminici. Si tratta di studi svolti in strutture ospedaliere da professionisti qualificati, sottoposti a revisione critica di esperti anonimi prima di poter essere pubblicati. Non sono né chiacchiere da Facebook nè da bouvette del Parlamento, con tutto il rispetto dovuto. Questi risultati non sono stati ottenuti, prevengo le critiche che immagino mi verranno rivolte, in studi clinici randomizzati che sono quelli più adeguati a verificare l’efficacia di un trattamento farmacologico. Sono case studies, oppure osservazionali ma con adeguati controlli, più che sufficienti comunque a rischiarare il cammino in una situazione di emergenza, specie se parliamo di farmaci “repurposed”, cioè già in uso per altre patologie. Gli studi randomizzati sono l’optimun, sì, ma hanno il difetto di dare risultati solo dopo un lungo periodo: anche accelerandoli al massimo parliamo comunque di un anno e più, e di tempo come sappiamo non ce n’è e non ce n’era. E a chi, ancora scettico protestasse che queste evidenze non sono sufficienti, replico che quando una malattia non si conosce a fondo (come Covid) l’evidenza non è una rivelazione, ma va costruita giorno per giorno anche coi tentativi.»

 

C'è un punto fermo, comunque: i farmaci vanno prescritti da un medico. Anzi due punti fermi: intervento tempestivo del medico che prescrive i farmaci. Con il Covid non si deve perdere tempo
«Certo, come dicevo il ruolo del Medico di Medicina Generale, o del medico curante, è fondamentale, dirimente. Nessuno, men che meno il sottoscritto può entrare nelle dinamiche di cura del paziente. Ma il medico, se confortato da una base di consenso scientifico come sarebbero gli indirizzi terapeutici emanati da autorità competenti, è agevolato e valorizzato nel proprio ruolo. E non mi scandalizzo se un medico obietta alle considerazioni mie o di altri dicendo “scusi ma lei chi è? Se il mio Ministero, il mio Ordine mi dicono paracetamolo, e cortisone solo dopo tre giorni dalla persistenza di sintomi abbastanza seri io medico, se permette, seguo queste indicazioni, non le sue!”.
Se invece si restituisse al Medico “di famiglia” piena dignità operativa e di ruolo, sottolineando l’importanza di intervenire senza porre indugi all’uso dei farmaci che sanno usare a occhi chiusi, forse oggi conteremmo molti meno ricoveri (evento comunque angosciante per il paziente e stressante per gli ospedali).
Sulla tempestività, infine, mi piace ricorrere una metafora: con una copiosa perdita d’acqua in casa, useremmo subito degli asciugamani (quello che abbiamo in casa, cioè le cure precoci) per raccoglierla prima che dilaghi, o non faremmo niente (la vigile attesa!) aspettando l’idraulico? Certo, con gli asciugamani non blocchiamo la perdita, ma almeno non allaghiamo il piano sotto! In realtà, invece, non si è puntato affatto sugli asciugamani…»

 

Il fatto che queste linee guida vengano ignorate dà una grossa mano alle tesi complottiste, secondo le quali c'è la volontà di vaccinare di favorire le multinazionali del farmaco.
«Non so. Non mi piacciono le ipotesi di complotto. Le lascio ai film. Noi esseri umani, piuttosto, siamo inclini a sviluppare involontariamente catene di errori e a non accorgercene, anzi a perseverare nel farli. Specie se alimentati dall’incompetenza nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Credo che il Direttore generale di OMS – ma non solo lui - costituisca un ottimo esempio in tal senso…»

 

Il grande problema del covid - e delle mutazioni che potrebbero arrivare – è la mancanza di un antivirale specifico. Arriverà?
«Arriverà ed è un aspetto strategico anche per possibili, future epidemie o pandemie virali. Arriverà perché la ricerca e l’industria, mercè la pandemia, ne hanno compreso l’importanza. La medicina ha bisogno di nuovi antivirali che possano chiudere le falle lasciate inevitabilmente aperte dalla vaccinazione e rassicurarci rispetto al rischio di futuri “salti di specie” virali.»

 

Lei, con l'epidemiologa Sara Gandini, con il professor Paolo Spada e altri, fa parte della “squadra” del virologo Guido Silvestri che, da tempo, insiste sulla efficacia degli anticorpi monoclonali. Perché in Italia tarda l'approvazione di questa cura che, parrebbe, valida?
«Forse a causa di quella catena di errori di cui parlavo poco fa. Per fortuna mi sembra che il nuovo Presidente di AIifa, il professor Palù, abbia imposto una deciso cambio di passo.»

 

La vitamina D, una alimentazione ricca di fibre, fare moto: c'è dice che prendersi cura del proprio sistema immunitario sia importante quanto un vaccino efficiente.
«No, non certo efficaci come un vaccino. Il vaccino è l’arma decisiva. Punto. Piuttosto, tutti gli ausili, da un corretto stile di vita a una sana alimentazione, utili a sostenere il nostro benessere possono renderci meno fragili rispetto al virus e aumentare le chances di un decorso più benigno, come per altre malattie.»

 

Quercetina e lattoferrina: ogni tanto se ne parla, ma poi cadono nel dimenticatoio.
«Cadono nel dimenticatoio proprio perché vengono presentati come risolutivi quando non possono esserlo per loro stessa natura. Non so bene cosa sia successo alla lattoferrina – ancora oggetto di valutazioni cliniche – ma per quercetina, flavonoidi, vitamine, probiotici possiamo equipararli all’importanza della sana alimentazione. Un po’ diverso il caso di pregressi stati carenziali, come per la vitamina D che merita maggiore attenzione perché se molto al di sotto dei livelli fisiologici la sua reintegrazione potrebbe avere un ruolo più significativo.»

 

La mancanza di linee guida per il trattamento domiciliare del paziente covid è solo italiana? Abbiamo notizie da altri paesi?
«No. E’ diffusa in tutto l’occidente. I paesi UE e gli USA hanno spesso avuto lo stesso atteggiamento degli organismi italiani. In Francia addirittura ai Medici è fatto divieto - da dicembre - di esprimere pareri a supporto di trattamenti per Covid diversi dalla Doxa. Cosa sia la Doxa però, cioè il dato scientifico accreditato e accettato, lo decide il Ministero, e non la comunità scientifica…. Spiace dirlo, ma la Francia sta facendo il terzo, grave errore. Questa volta non in tema di scienza, ma in tema di libertà! Proprio la Francia! Ancora una dimostrazione, secondo me, di come quella catena di errori sia stata davvero transnazionale.»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Remo Bassini

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