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Arte e Cultura | 01 agosto 2022, 13:00

Fiorenzo Rosso e la parabola di Studio 10 a Vercelli

Meriterebbe una retrospettiva, ad esempio all'Arca

Fiorenzo Rosso e la parabola di Studio 10 a Vercelli

Nel lontano 1970 un gruppo di studenti universitari crea un’associazione culturale, denominata Studio 10 (dieci perché questo è il numero iniziale dei giovani soci fondatori) che, nelle intenzioni, vuole esporre la cosiddetta foto d’arte, che, proprio in quegli anni, perlomeno in Italia, comincia a ottenere i primi seri riconoscimenti. Trovato un piccolo spazio in un ex negozio del vecchio ospedale abbandonato, ma in pieno centro storico, a Studio 10 si inizia esporre fotografia, rivelando il talento di uno degli adepti, il più giovane Fiorenzo Rosso, che all’epoca quindicenne. Per inciso: oltre lui, l’unico del gruppo che proseguirà nel mondo dell’arte, godendo di notorietà internazionale, è Massimo Melotti (1950-2021) critico, studioso, docente universitario e Ufficio Stampa del Museo di Rivoli.

Tornando a Fiorenzo, si capisce subito come egli voglia fare ‘pittura attraverso la fotografia’ e, poco più avanti, ribaltando le due sfere espressive, anche ‘fotografia mediante la pittura’. Tuttavia, dopo la maturità al liceo artistico, si trova a un altro bivio: proseguire esclusivamente nella carriera artistica, dove al momento i riscontri economici sono pressoché nulli, oppure trovare un mestiere, con cui magari tenere vivi i contatti con il mondo delle immagini. Diplomatasi quindi all’Istituto Agrario Rosso F. opta quindi per l’agricoltura, gestendo una cascina di proprietà familiare, poco fuori Vercelli, dove coltiva riso e dove ha lo spazio per allestirsi un bell’atelier. A questo punto l’ispirazione, tra le cosiddette ‘terre d’acqua’ della pianura padana, risulta quasi tutta incentrata sul tema della natura, dove le ricerche e gli esperimenti che combinano, nella stessa immagine, fotografia e pittura, sono per lui frequentissime.

Tra ottima conoscenza di storia dell’arte e altrettanto sicura padronanza delle tecniche del pennello dell’obiettivo, Fiorenzo sembra attualizzare la lezione dell’Impressionismo francese e dei Macchiaoli toscani collegandosi all’Iperrealismo e alla Pop-Art di cent’anni posteriori, il nome di una ulteriore poetica, stavolta letteraria, che vede nelle poesie di Guido cozzano un originale fonte ispira attiva. Non si tratta però dell’abusata nostalgia crepuscolare, bensì di un uso attivo dell’evocazione gozzaniana di un passato ormai lontano, che si carica di positività, addirittura di positivismo, come quando in anni più recenti, Rosso F., da sempre attratto dalle camere ottiche, costruisce ‘anacronistici’ marchingegni a ricordare il pre-cinema e tutto quanto è legato alla magia dell’immagine in semi-movimento. Fiorenzo torna spesso a esporre nei rinnovati locali di Studio 10 (che da via Ferraris si trovano ora in piazzetta Verdi), mentre le istituzioni vercellesi potrebbero magari dedicargli una seria retrospettiva, ad esempio all’Arca, poiché egli meriterebbe una valorizzazione autentica.

Guido Michelole

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