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Arte e Cultura | 13 febbraio 2024, 13:35

«Non posso dire che la musica è tutto, ma posso affermare che pervade tutta la mia vita»

Intervista esclusiva a don Denis Silano, parroco e maestro di cappella presso l’Arcidiocesi vercellese, ma soprattutto insigne musicista/musicologo

Don Denis Sillano

Don Denis Sillano

Quando un collega, Enrico Demaria, definì Vercelli la “Salisburgo d’Italia” forse non aveva tutti i torti: ma la situazione non riguardava tanto il presente tra Concorso Viotti della Società del Quartetto e Viotti Festival della Camerata Ducale, bensì il Rinascimento, circa mezzo millennio or sono, quando in Duomo, la cattedrale di sant’Eusebio, era un avvicendarsi dei migliori compositori europei che trovavano straordinari esecutori (dai cantanti agli strumentisti) disposti a esaltare le loro partiture (spesso trascritte a mano) che poi rimasero per anni negli archivi, fino a quando oggi un giovane sacerdote Don Denis Silano, parroco e maestro di cappella presso l’Arcidiocesi vercellese, ma soprattutto insigne musicista/musicologo, decide di dedicarsi alla riscoperta di questi immensi tesori che trovano un riscontro anche nella registrazione discografica che oggigiorno è forse ancora il mezzo più idoneo a diffonderne l’importanza.

 

Parliamo innanzitutto del tuo nuovo lavoro discografico su Orfeo Vecchi.

Si tratta di un omaggio ad un grande musicista del XVI secolo (muore nel 1603), milanese di nascita (ma non è del tutto certo), ma tutto vercellese di formazione. Nato intorno al 1551 o pochi anni dopo, si forma nel Collegio degli Innocenti di Vercelli, sotto la guida dei maestri franco-fiamminghi e italiani attivi nella cattedrale di sant’Eusebio in quel periodo. Agli inizi degli anni ’80, diviene cantore beneficiato della basilica eusebiana, maestro di cappella e maestro dei chiantri. Si trasferirà a Milano alla fine del 1585 e lì manterrà il posto di maestro di cappella nella prestigiosa chiesa di Santa Maria della Scala, fino alla morte. La raccolta oggetto d’incisione è il Terzo libro dei mottetti a sei voci (Motectorum sex vocibus liber tertius, Milano 1598), un’opera sontuosa e raffinata, che si colloca nella fase finale della vita del maestro (verrà ristampata in Francia proprio nell’anno della sua morte), l’autore di musica sacra che meglio di tutti incarna gli ideali borromaici. Nel lavoro di recupero e valorizzazione dei grandi maestri attivi in città tra Cinque e Settecento che sto portando avanti da una decina d’anni, non poteva mancare uno spazio per questo musicista che compare nelle più importanti antologie di musica sacra seicentesche, sia nell’Europa del Nord, che dell’Est.

 

E poi, chi è Don Denis Silano in tre parole?

Sacerdote, musicista e musicologo. Sono nato a Vercelli nel 1977, ho studiato Organo e Composizione, mi sono diplomato in Composizione corale e direzione di coro e in Canto gregoriano, sono licenziato in Musica Sacra ad indirizzo Direzione di coro e infine ho conseguito la laurea magistrale in Musicologia.

 

Ci racconti ora il primo ricordo che hai della musica?

Il primo ricordo che riemerge dalla nebbia del passato si colloca nel periodo di un Natale di metà anni Ottanta, attorno al presepe che mia zia Laura, maestra elementare, preparava nella casa della nonna paterna. L’allestimento, con le vecchie statuine in gesso, era accompagnato dai canti della tradizione natalizia che risuonavano da un mangianastri. Quell’atmosfera e quelle melodie mi commuovono ancora oggi.

 

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista?

I primi ricordi mi rimandano alla chiesa del mio paese, Pezzana, dove si collocano tutti gli eventi importanti del mio percorso cristiano e sacramentale. Sant’Eusebio, patrono del paese, mi ha accompagnato per tutta la vita. In quel luogo ricordo che, ad un certo punto, restai folgorato dal suono dell’organo Scolari, vecchio e malconcio, poi restaurato all’inizio degli anni Novanta. Era come una calamita, una forza inspiegabile e invincibile: quando quello strumento suonava, io ero rapito. Intorno al 1990 iniziai a studiare da autodidatta e, poco dopo, decisi di prendere lezioni di organo dal maestro Roberto Santocchi, recentemente scomparso. Mi pagavo le lezioni e i libri andando a suonare in diverse chiese, rinunciando ad altro. Ebbe così inizio un percorso che non si è più arrestato, che ad un certo punto si è rivolto in particolare alla musica corale e allo studio degli autori antichi.

 

E in particolare come spieghi la tua propensione verso la musica rinascimentale e barocca?

Semplicemente, non me lo spiego. Forse ha contribuito la scoperta della stagione aurea della polifonia sacra e la formazione progressiva di una coscienza matura della vera musica a servizio della liturgia. Un connubio che è venuto arricchendosi via via: quanto più ricercavo la bellezza del rito nella sua espressione musicale, tanto più lo ritrovavo, completo e sublime, in quella stagione storica e artistica.

 

Cos’è per te la musica?

Non posso dire che è tutto, ma posso affermare che pervade tutta la mia vita. È qualcosa di viscerale, che attraversa i ricordi, le relazioni, gli studi, le gioie e i momenti difficili.

 

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica in generale?

Mi viene alla mente una citazione evangelica, che Gesù riprende in parte dal libro del Deuteronomio: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Matteo 22, 37). Ecco, per me la musica è cuore, anima e mente. Il cuore che fa vivere l’esperienza artistica, l’anima che si esprime nelle forme e nei dettagli, la mente che studia, cerca, ricorda, elabora e decide. La perfezione tecnica e formale di certe composizioni ha la stessa forza espressiva ed efficacia comunicativa di uno sguardo di Giotto, di un volto di Tiziano o di un raggio di luce in Caravaggio.

 

E in particolare quale può essere oggi il valore della polifonia sacra?

Il valore è lo stesso di sempre, dalle prime testimonianze in epoca carolingia, fino ai giorni nostri: quello di muovere la coscienza ed elevare l’anima e la mente a quel Dio che è bellezza e verità. La polifonia è compresenza di individualità (ciascuna linea vocale o strumentale) e armonia (la sovrapposizione di parti diverse che si incontrano e si allontanano nella trama contrappuntistica). E poi c’è il legame con il testo, di cui la musica si fa veicolo prediletto. L’incontro tra parola (la Parola) e musica è un aspetto che mi affascina in particolare.

 

Quanto conta la fede (o la religione) nel tuo modo di avvicinarti alla musica?”

Nella mia storia personale, la musica è divenuta prima uno dei moventi e poi una delle declinazioni (forse quella principale) del mio ministero sacerdotale. Quasi tutta la mia storia musicale si dipana all’interno della liturgia o in preparazione ad essa, alla consolle di un organo o davanti al coro. E questo, lungi dall’essere limitante, è divenuto per me elemento artistico e ministeriale fecondo e stimolante.

 

Tra i dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?

Ogni incisione è stato un momento di crescita e di scoperta. Ma sicuramente il disco dedicato ad alcuni inediti a otto voci di Luca Marenzio scoperti da me a Vercelli (Missa Jubilate – Magnificat sexti toni, Dynamic 2022), frutto del lavoro di ricerca confluito nella mia tesi di laurea in Musicologia. Poche volte nella vita — forse solo una — capita ad uno studioso di fare scoperte importanti su uno dei più grandi maestri della storia. Il lavoro è stato inserito tra i candidati al premio mondiale ICMA (International Classical Music Awards) per la musica antica nel 2023, una sorta di ‘oscar’ delle produzioni discografiche. Di quell’incisione conservo ricordi bellissimi.

 

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?

Devo molto ad alcuni insegnanti e ad alcuni sacerdoti, parte dei quali già tornati a Dio, che mi hanno insegnato cos’è lo studio e cosa significa essere prete. Io vengo dalla provincia e ho imparato presto quanto fosse importante studiare per aprire gli orizzonti e gli spazi della vita. Nonostante questo, devo per contro moltissimo alla mia nonna materna, Lida, che aveva solo terminato le scuole elementari ed era giunta in Piemonte dal mantovano per fare la mondariso a diciassette anni: quanti sacrifici e quanta dedizione! Una scuola di concretezza e umiltà.

 

Qual è per te il momento più significativo della tua attività di musicista?

Per un direttore di coro, l’incontro con il proprio strumento è sempre un momento significativo. Il coro non è la tastiera di un pianoforte o di un violino: il coro è fatto di persone, per lo più di amatori, e il direttore deve sempre tenerlo a mente. L’attività didattica (soprattutto con i più giovani) all’interno della vita settimanale della Cappella Musicale è sempre motivo di stimolo e di crescita. Prove, servizi, concerti, incisioni: ciascuno di questi eventi si carica di aspetti significativi.

 

Come vedi la situazione della musica ‘antica’ in Italia e più in generale della cultura musicale?

La musica antica sta vivendo, non solo in Italia, una stagione feconda da alcuni decenni. Classi di Conservatorio, gruppi, accademie, simposi, attività di ricerca che vedono impegnate persone, spesso giovani, motivate e preparate, fanno ben sperare. Anche dall’attività della Cappella Musicale sono usciti giovani che hanno scelto di dedicarsi a questi studi. Soprattutto l’Italia ha il merito di aver imparato a guardare “in casa propria” con attenzione, per indagare ed eseguire le opere di quei maestri che la fecero grande, e che incarnavano quel ‘gusto italiano’ così ambito e ricercato un tempo. Fino a non molti anni fa, sembrava che solo all’estero (soprattutto nel Regno Unito) sapessero eseguire bene Palestrina o Monteverdi. Oggi abbiamo imparato a valutare con maggior maturità, scoprendo che sappiamo far bene — e pure meglio — anche noi. E soprattutto ci siamo accorti che la nostra terra è gravida di opere e di compositori che attendono solo di essere studiati ed eseguiti: accanto ai grandissimi, ci sono maestri poco conosciuti e altrettanto meritevoli, ai quali non possiamo non dedicare ricerca e attenzione. Quanto alla cultura musicale in generale, vedo il rischio di un imbarbarimento sostanziale, frutto in genere del poco studio e dell’approssimazione, che nascono dall’ignoranza e sfociano nell’intrattenimento (che è ben altro dalla cultura). C’è una preparazione remota che manca talvolta e che non può essere sostituita né da quella prossima, né dalla fame di followers e visualizzazioni online. La cultura nasce dalla capacità di creare connessioni: se non studio, non leggo, non approfondisco, non posso avere gli strumenti per mettere nulla in relazione con altro. L’arte nasce dall’imitazione: i grandi maestri iniziavano copiando dai loro maestri.

 

Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?

Ci sono alcune scadenze anniversarie da preparare, qualche progetto editoriale in corso (soprattutto edizioni critiche di alcune opere), qualche concerto e interventi musicologici in agenda e, soprattutto, la vita ordinaria di una Cappella Musicale, con le liturgie da preparare, le prove da condurre e tanta musica che attende di essere scoperta e studiata.

Guido Michelone

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