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Arte e Cultura | 28 gennaio 2024, 09:39

Pier Benedetto Francese, l’ambasciatore amante del jazz

«Mia madre mi portò a Milano, da piccolo, a un recital di Louis Armstrong».

Pier Benedetto Francese

Pier Benedetto Francese

 

 

Tra gli anni Ottanta e Duemila un importante esponente della diplomazia italiana all’estero in svariate paesi europei, asiatici, americani è un vercellese: si trattar di Pier Benedetto Francese che nella propria vita può vantare un’altra fortissima passione: il jazz! È una musica che inizia ad amare fin da ragazzino, cominciando a iscriversi al Jazz Club Vercelli di Duccio Ravera e poi a collezionare libri e dischi sull’argomento, come egli stesso spiega durante un incontro in cui svela il proprio amore per i cosiddetti ritmi sincopati: “Avevo una madre appassionata di musica, suonava il pianoforte, comprava dischi a 78 giri di svariati generi, andava ai concerti, in particolare quelli del Concorso Viotti.. Mia madre mi portò a Milano, da piccolo, a un recital di Louis Armstrong e fu la mia prima esposizione al jazz o per lo meno quella che mi rimase impressa fino a oggi, come sensibilità personale. Da allora ho iniziato una modesta raccolta di dischi, che poi si è sviluppata nel tempo”.

Ed è bello sentirsi raccontare il rito degli acquisti dei dischi nella propria città e altrove: “Negli anni del Liceo abitavo a Vercelli e mi rifornivo in un negozio di dischi e grammofoni (che non esiste più da decenni) sul corso Libertà. Poi quando con i genitori andavo a Milano o a Torino non mancava mai una puntata nei migliori negozi del centro, meglio forniti che in provincia, perché nelle grandi città arrivavano anche i dischi d’importazione dall’America e, anni dopo, persino dal Giappone, dove le ristampe erano curatissime persino dal punto di vista tecnologico”.

Nel periodo compreso tra i sedici e vent’anni Pier Benedetto Francese, nonostante gli amici con i quali si diverte a suonare jazz “Io alla tromba, altri due al clarinetto e al trombone: insomma un’autentica front line nel genere traditional” – prevale l’esigenza di ascoltare il suono dei grandi maestri grazie al Jazz Club Vercelli dove si riuniscono “ad ascoltare i dischi che ciascuno portava dopo averli magari attesi a lungo dal negozio sul corso oppure da quelli meglio forniti di Torino e di Milano. Sentire musica insieme era spesso il pretesto di vivaci discussioni con abili parlatori, anche perché i membri del jazz club erano quasi tutti universitari o neolaureati: io invece ero la mascotte del gruppo, essendo ancora liceale”.

La collezione di dischi del vercellese Ambasciatore comincia in coincidenza con la carriera lavorativa professionale, in diplomazia: “All’estero, dapprima nella Londra degli anni Settanta, quando ho modo di allargare la mia campagna di acquisti. Tuttavia l’espansione straordinaria parte a New York negli anni novanta, perché lì avevo trovato grandi, bellissimi negozi di dischi che frequentavo assiduamente. Avevo anche imparato a fare acquisti per corrispondenza, maniera vantaggiosissima per entrare in contatto con i migliori record store di tutto il mondo”.

E svela altresì che all’epoca colleziona di tutto: “Non solo jazz - che per me resta il genere principale - ma anche musica classica (soprattutto del Novecento che amo molto), rock sperimentale, tradizioni etniche di tutto il mondo”, raggiungendo l’apice alla fine del 2010: “Possedevo all’incirca ventimila vinili tra EP (formato usato ancor oggi sia pur rarissimamente) e LP (di cui apprezzavo così tanto le copertine da cercare i libri sull’argomento che in lingua inglese non mancavano fin dagli anni Ottanta)”.

Poi, dal 2011, Pier Benedetto Francese smette di comprare o meglio di collezionare dischi: “È strano, è come se non avessi più avuto tempo per ascoltare musica; nell’ambito familiare - mi ero sposato da poco - inoltre non vi era alcun interesse per la musica che piaceva a me: il jazz e anche la classica contemporanea (perché non amo il romanticismo ottocentesco)”. E la collezione delle migliaia di dischi e libri giunge, dopo i passaggi a Jakarta, Londra, Berna, New York “in via definitiva nella casa paterna di Vercelli, dove la sistemai con cura, in varie librerie acquistate all’Ikea”.

Dal 2012 assieme al compianto Giacomo Battistella, titolare di uno dei migliori negozi di dischi jazz al mondo, il Black Saint di Milano, inizia una nuova esperienza: “Era ciò che noi chiamammo Jazz Laboratory - e che ancora oggi con un paio di giovani amici - tra cui il dj Andrea Dallera - denominiamo Il Laboratorio - in cui nella mia casa paterna ascoltavamo e classificavamo la qualità dei dischi della collezione. Un lavoro certosino, fatto di posti colorati inseriti come etichette con il prezzo (la valutazione in dollari secondo rigorosi parametri) su ogni copertina, dai cinque dollari in su, anche se un buon vinile usato può valere venti, duecento o duemila dollari”.

Tornando ancora indietro, è quasi commovente ricordare infine altri vercellesi più o meno legati al jazz: “Il Professor Nino Marinone, nostro insegnante di greco e latino al liceo, poi grande luminare all’Università degli Studi di Torino. Si occupava di lettere antiche ma non era un passatista, al contrario! Suonava il clarinetto, ascoltava jazz perché era uno aperto, faceva parte della sua cultura di uomo contemporaneo. Negli anni cinquanta (e sessanta) c’era ancora il piacere, da parte di noi giovani, di essere guidati da una persona più matura, tra le figure più interessanti della cultura vercellese, come anche Duccio Ravera, poi farmacista e pioniere dell’omeopatia o come Don Cesare Massa, insegnante di filosofia, animatore di cineforum che in età adulta prese i voti, diventando un insigne teologo”.

Guido Michelone

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