Il Piemonte è una terra che ha sempre saputo divertirsi con quello che aveva a disposizione: uno slargo tra le case, una boccia di legno, un mazzo di carte consumato, una stufa accesa e la compagnia giusta. Prima che arrivassero schermi e connessioni veloci, l’intrattenimento era un fatto sociale, quasi un rituale, capace di mettere insieme generazioni diverse e di trasformare il tempo libero in un’occasione per stare dentro la comunità. E proprio perché il Piemonte è stato per secoli un crocevia tra pianura e montagne, tra mondo francese e area padana, tra vie commerciali e migrazioni stagionali, molti giochi “di qui” sono in realtà viaggiatori: arrivati da lontano, adattati in dialetto, modellati dalle abitudini locali e dalle esigenze di ogni epoca.
Giochi di piazza: quando il divertimento era un affare di paese
Nei paesi e nei quartieri delle città, la piazza era il palcoscenico principale. Il gioco, spesso, nasceva dal lavoro e dal territorio: basta pensare alle bocce, così radicate in Piemonte da diventare quasi un simbolo delle osterie e dei circoli. Le bocce hanno radici antiche nel Mediterraneo e in Europa, ma qui hanno trovato un ambiente perfetto: spazi sociali stabili, una cultura del ritrovo quotidiano e un gusto per la sfida misurata, fatta di precisione, tattica e battute tra amici. Col tempo si sono “specializzate” in varianti e regole diverse, a seconda delle zone, e la competizione è passata dalla strada ai campi dedicati, senza perdere quel sapore di chiacchiera condivisa.
Accanto alle bocce, il Piemonte ha conosciuto tanti giochi di abilità e di destrezza che si adattavano ai contesti più vari. In certe feste patronali, per esempio, comparivano giochi con premi, prove di mira, piccole sfide organizzate da compagnie locali o da osti intraprendenti. Molti di questi intrattenimenti hanno un’origine comune alle fiere europee: dall’area francese e svizzera, ma anche dal Nord Italia, dove mercati e feste popolari si somigliavano e si “copiavano” con naturalezza. Il bello è che, arrivando in Piemonte, cambiavano subito. Un gioco diventava più rapido perché la piazza era piccola, o più “teatrale” perché la festa richiedeva spettacolo; una prova di forza si trasformava in gara tra frazioni; un passatempo nato per scommettere qualche moneta si ripuliva e diventava più adatto alle famiglie.
Poi c’erano i giochi dei ragazzi, quelli che non avevano bisogno di nulla se non del corpo e dello spazio. La logica era semplice: riempire i pomeriggi, allenare agilità e coraggio, imparare regole condivise. Questi giochi, comuni in tutta Europa, si sono tramandati soprattutto per imitazione, e in Piemonte hanno incrociato la vita delle corti, dei portici e delle strade di acciottolato. Anche qui la “modifica” è stata continua: le regole si piegavano ai luoghi, alle stagioni, perfino alla presenza di adulti più o meno tolleranti.
Passatempi in casa: carte, racconti e rituali familiari
Quando il freddo chiudeva le porte e accorciava le giornate, l’intrattenimento si spostava dentro. Il Piemonte, con le sue vallate e i suoi inverni, ha costruito una vera cultura del passatempo domestico: racconti, filò, scherzi, indovinelli, ma soprattutto giochi di carte. Qui entra in scena una delle grandi “vie” del divertimento europeo: la carta da gioco, che arriva in Italia tra tardo Medioevo e Rinascimento e poi si diffonde ovunque, cambiando disegni, semi e regole. In Piemonte, terra di confine, l’influenza francese non è mai stata solo politica o linguistica: è passata anche per le abitudini di tavolo, per i giochi che viaggiavano con mercanti, soldati, lavoratori stagionali e studenti.
Molti giochi di presa e di combinazione hanno trovato casa nelle cucine piemontesi, dove si giocava per stare insieme, per “tenere viva” la serata e, a volte, anche per misurare la furbizia. Il meccanismo si è evoluto: alcune regole si sono semplificate per coinvolgere i più giovani, altre si sono complicate per rendere la sfida più interessante tra adulti. E non era raro che un gioco cambiasse nome da un paese all’altro, o che una piccola variante locale diventasse “la vera regola” per chi la praticava.
In questo panorama, è naturale citare anche giochi di origine più internazionale come il blackjack, e i suoi “parenti” basati su punti, probabilità e scelte rapide. Il blackjack moderno si collega spesso alla tradizione francese del “Vingt-et-Un” (21), che a sua volta si diffonde in Europa tra Settecento e Ottocento, passando di salotto in salotto, di locanda in locanda. Quando questi giochi arrivano in un territorio come il Piemonte, non restano mai identici: cambiano nei dettagli, nei modi di puntare, perfino nel tono con cui vengono vissuti. In una casa, possono diventare un semplice gioco di calcolo e fortuna “per ridere”; in un contesto più adulto, possono trasformarsi in una sfida di sangue freddo, di lettura degli altri, di gestione del rischio. È qui che si vede la vera continuità: la struttura del gioco viaggia, ma l’anima la mette la comunità che lo adotta.
Dal passato al presente: lo stesso bisogno, strumenti nuovi
Se guardiamo ai passatempi di oggi, il salto tecnologico sembra enorme, ma il bisogno è sorprendentemente simile: cercare compagnia, competizione, narrazione e un pizzico di emozione. I giochi tradizionali piemontesi erano “social network” prima dei social: creavano appartenenza, stabilivano gerarchie amichevoli, facevano circolare storie e soprannomi. Oggi quel desiderio si sposta anche online, e i giochi di carte e di strategia sono tra i ponti più evidenti tra ieri e domani.
Non è un caso che il richiamo di certi meccanismi, come quelli del 21, resti forte e si trasformi in esperienze digitali. Il passaggio al blackjack online e ad altri giochi simili non cancella il passato: ne riprende la rapidità, la tensione del “colpo”, il gusto di fare la scelta giusta al momento giusto. Cambia il contesto, certo, ma l’idea è la stessa che animava le sere d’inverno nelle case piemontesi: trovare un modo per stare nel tempo libero con un sorriso, una sfida e una storia da raccontare dopo.
E forse è proprio questo il filo rosso più piemontese di tutti: saper prendere ciò che arriva da fuori, farlo proprio con discrezione, aggiustarlo alle proprie abitudini e trasformarlo in qualcosa che, alla fine, sembra essere sempre stato lì.
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