Da martedì 13 ottobre, Arca (ex chiesa di San Marco) apre le sue porte a “Chagall”, una mostra profondamente contemporanea che invita il pubblico a entrare nel cuore della grande pittura europea del Novecento e a mettere in discussione la propria vita quotidiana così come il mondo che li circonda.
La mostra ripercorre il percorso artistico e biografico di Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 1985), uno dei maestri indiscussi della pittura del XX secolo. Essa ci conduce all’interno dell’universo drammatico dell’artista, dove motivi ricorrenti come acrobati del circo e animali della fattoria, mazzi di fiori e innamorati diventano immagini di festa e di affetti dietro le quali affiora la fragilità dell’esistenza.
Oggi, mentre guerre e crisi ambientali costringono molti a lasciare la propria terra, l’esperienza di Chagall – che conobbe la rivoluzione, due guerre mondiali, l’esilio e la distruzione del mondo in cui era cresciuto – non appartiene più soltanto alla storia del Novecento.
La sua pittura ne porta il segno, ma soprattutto mostra come la perdita possa diventare immagine. Quando Vitebsk, la sua città natale, oggi in Bielorussia, fu devastata durante l’occupazione tedesca, la città viveva già da decenni nei suoi quadri. Chagall continuò a dipingerla negli anni dell’esilio americano e poi nel sud della Francia, dove si stabilì nel 1950, restituendola ogni volta in una forma nuova.
A una prima lettura il mondo di Chagall, popolato di figure in volo e di colori accesi, può apparire soltanto sognante e gioioso. Quella leggerezza nasconde invece un artista profondo e inquieto, testimone della storia del suo secolo, poeta, interprete della condizione umana, per il quale il passato non è mai rimpianto ma ritorna nel presente dell’immagine. Seguendone i motivi dagli anni Venti alle opere della tarda maturità, la mostra indaga come la memoria diventi per l’artista materia viva della pittura.
Lungo il percorso ricorrono gli autoritratti, dall’Autoritratto con la casa del 1922-23 al Doppio autoritratto con cespuglio bianco del 1978, nei quali per oltre mezzo secolo Chagall torna a interrogare il proprio volto.
Ad arricchire il percorso espositivo, anche una sezione – curata da Daniele Fenaroli – che accoglie opere di artisti italiani contemporanei a Chagall provenienti dalla Collezione Giuseppe Iannaccone, aprendo lo sguardo sulla pittura italiana tra la fine degli anni Venti e gli anni Quaranta.
Promossa e organizzata dal Comune di Vercelli e Arthemisia in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Iannaccone e curata da Francesca Villanti, la mostra è la seconda tappa di un progetto pluriennale volto a rafforzare l’offerta culturale della Città e la sua presenza sulla scena internazionale.
La mostra è organizzata con il supporto di Regione Piemonte, Provincia di Vercelli, Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, Fondazione CRT, ASM Vercelli, Camera di Commercio Monte Rosa Laghi Alto Piemonte, La Tavola, Marazzato, Alba Tetti, Nui Nui, Ovest Sesia, Terre dell'Alto Piemonte, Sifte Berti, Ires spa e Strada del Riso Piemontese di qualità.
La mostra attraversa oltre mezzo secolo dell’opera di Marc Chagall seguendo alcune immagini che ritornano con ostinazione: Vitebsk e le case dell’infanzia, il volto umano, il circo, gli amanti, i fiori. Non sono motivi immobili. Ogni volta cambiano forma, colore e significato, perché assorbono il tempo vissuto, gli incontri, le perdite, i luoghi attraversati. È in questo continuo ritorno che si riconosce uno dei caratteri più profondi della sua pittura.
Ad accompagnare le opere sono le parole dello stesso Chagall. Per tutta la vita scrisse versi in russo e in yiddish, confluiti poi in Poèmes. Non spiegano i quadri, ma permettono di entrare nel suo mondo attraverso la sua voce e di riconoscere, nelle poesie come nelle immagini, lo stesso modo di sentire la memoria, l’amore, la fragilità, il tempo. Da questo dialogo nascono le quattro sezioni della mostra: Il villaggio interiore, La voce che resta, La scena dell’umano e Rifiorire.
Lungo il percorso compaiono anche alcune opere della Collezione Giuseppe Iannaccone, appartenenti a una stagione intensa della pittura italiana tra gli anni Venti e gli anni Quaranta. Non sono presentate come confronti diretti con Chagall, né come derivazioni stilistiche. Il loro inserimento nasce da una diversa affinità: artisti come Antonietta Raphaël, Scipione, Fausto Pirandello, Renato Birolli e Italo Valenti cercarono, in anni dominati dal ‟Ritorno all’ordine” e da un’idea monumentale della figura, una pittura più fragile, emotiva e libera, capace di trasformare il reale in esperienza interiore.
Le loro opere entrano così in risonanza con i temi della mostra - il villaggio, la poesia, la maschera, il rifiorire - e ricordano che, in contesti diversi, una parte dell’arte europea del Novecento affidò al colore, alla memoria e alla visione il compito di restituire all’immagine una dimensione profondamente umana.
All'anteprima dell'esposizione, che sarà aperta fino al 29 marzo 2027, insieme ai curatori Daniele Fenaroli e Francesca Villanti, sono intervenuti Iole Siena, della società Arthemisia che organizza l'evento e il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, con il sindaco Roberto Scheda e il vice presidente della Fondazione Crv Pier Giorgio Fossale.
















