Economia - 13 luglio 2026, 07:00

Welfare aziendale, come cambiano i benefit: dal buono pasto alle esperienze condivise

Per anni il welfare aziendale è stato considerato un tema da grandi gruppi industriali, lontano dalla realtà delle piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto economico italiano, vercellese compreso.

Welfare aziendale, come cambiano i benefit: dal buono pasto alle esperienze condivise

Per anni il welfare aziendale è stato considerato un tema da grandi gruppi industriali, lontano dalla realtà delle piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto economico italiano, vercellese compreso. Oggi non è più così: oltre il 76% delle PMI italiane ha raggiunto almeno un livello medio di welfare, mentre le imprese con un livello alto o molto alto sono più che triplicate in dieci anni, passando dal 10,3% del 2016 al 33,9% attuale. Ma insieme alla diffusione sta cambiando anche la natura dei benefit: dai classici buoni pasto si va sempre più verso premi esperienziali, capaci di lasciare un segno nella memoria dei collaboratori.

Cosa si intende oggi per welfare aziendale

Con welfare aziendale si indica l'insieme di beni, servizi e iniziative che l'impresa mette a disposizione dei dipendenti in aggiunta alla retribuzione: buoni acquisto, assistenza sanitaria integrativa, previdenza complementare, rimborsi per spese scolastiche, trasporti e molto altro. Il vantaggio è anche fiscale: per il triennio 2025-2027 le soglie di esenzione dei fringe benefit sono fissate a 1.000 euro all'anno per tutti i dipendenti e a 2.000 euro per chi ha figli a carico, importi che non concorrono a formare il reddito imponibile del lavoratore.

In pratica, a parità di spesa aziendale, il dipendente riceve un valore percepito superiore rispetto a un aumento in busta paga, eroso da tasse e contributi. Non stupisce quindi che sempre più imprese, anche di piccole dimensioni, abbiano strutturato un piano welfare.

I benefit tradizionali non bastano più

Il buono pasto resta il benefit più diffuso e apprezzato in Italia, ma da solo non fa più la differenza. La ragione è semplice: i benefit "storici" sono ormai percepiti come una componente dovuta del rapporto di lavoro, non come un riconoscimento. Intanto le aspettative dei lavoratori crescono: secondo i dati più recenti, il 79% dei lavoratori considera il welfare un fattore cruciale nella scelta del posto di lavoro, e la questione tocca direttamente la capacità delle aziende di trattenere le persone.

Un tema tutt'altro che teorico, se si considera che perdere un dipendente costa in media tra il 50% e il 150% del suo stipendio annuo, tra selezione, formazione del sostituto e perdita di competenze. Per una PMI, ogni dimissione evitata è un risparmio concreto.

La svolta esperienziale: quando il premio è un ricordo condiviso

È qui che si inserisce la tendenza più interessante degli ultimi anni: lo spostamento del budget welfare dai benefit "di routine" alle esperienze. Eventi aziendali, attività di gruppo, weekend premio: le imprese hanno capito che un'esperienza vissuta insieme genera un impatto emotivo — e quindi motivazionale — che un buono spesa non può eguagliare.

Tra questi strumenti rientrano anche i viaggi incentive, viaggi premio organizzati dalle aziende per riconoscere i risultati raggiunti da collaboratori, team o reti vendita. A differenza di un premio in denaro, che viene assorbito nelle spese quotidiane e presto dimenticato, un viaggio condiviso crea un ricordo duraturo, rafforza il senso di appartenenza e consolida le relazioni tra colleghi. È il motivo per cui questa formula, un tempo riservata alle multinazionali, si sta diffondendo anche tra le imprese di medie dimensioni.

Cosa ci guadagna l'azienda: retention, produttività, clima

L'investimento in welfare esperienziale non è filantropia: i numeri parlano chiaro. Le imprese con livelli elevati di welfare registrano un fatturato per addetto di 396 mila euro, circa il 20% in più rispetto alla media, e una redditività superiore fino al 40,5%. Anche sul fronte occupazionale il divario è netto: nel 2025 il 61,5% delle PMI ha effettuato nuove assunzioni, ma la quota sale al 78% tra le aziende con welfare molto elevato.

Il meccanismo è circolare: chi si sente riconosciuto lavora meglio, resta più a lungo e parla bene della propria azienda, alimentando quell'employer branding che oggi pesa quanto una campagna di recruiting.

Come iniziare: consigli pratici per le PMI

Per una piccola impresa che vuole muovere i primi passi, la regola d'oro è ascoltare prima di spendere. Una breve survey interna permette di capire quali benefit sono davvero desiderati: un piano welfare inutilizzato è denaro sprecato. Conviene poi partire in piccolo — un mix tra benefit fiscalmente agevolati e un'iniziativa esperienziale annuale — e misurare i risultati: tasso di turnover, clima interno, adesione alle iniziative.

Infine, comunicare: molte aziende erogano welfare senza valorizzarlo, e i dipendenti finiscono per non percepirne il valore complessivo. Presentare il pacchetto retributivo nella sua interezza, benefit compresi, cambia la percezione del trattamento ricevuto senza costi aggiuntivi.

Conclusione

Il welfare aziendale ha smesso di essere un costo accessorio per diventare una leva competitiva, e la direzione è chiara: meno benefit standardizzati, più esperienze condivise. Per le imprese del territorio, spesso in competizione con i grandi poli industriali nell'attrarre personale qualificato, saper premiare le persone in modo memorabile può fare la differenza tra un collaboratore che resta e uno che se ne va.

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