(Adnkronos) - È un’all star game del metal duro e puro, quello degli esordi, senza fronzoli, fatto di chitarre, sudore e una sana dose di rabbia. Il secondo giorno del Ferrara Summer Festival assomiglia al sogno di qualsiasi metallaro cresciuto negli ultimi trent’anni: una carrellata di nomi che hanno scritto pagine fondamentali del genere, con il thrash metal a fare da padrone. Sul palco di Piazza Ariostea si alternano i Cavalera, impegnati a riproporre integralmente 'Chaos A.D.', capolavoro dei Sepultura del 1993, i Black Label Society del guitar hero Zakk Wylde, gli Anthrax, pionieri del crossover e membri dei Big Four insieme ai Megadeth di Dave Mustaine, protagonisti dell’unica data italiana del loro monumentale tour d’addio che durerà tra i tre e i cinque anni.
Il sole di Ferrara non concede tregua. Una sfida non banale per il pubblico, che affronta temperature proibitive già dal primo pomeriggio ma che viene ripagata da oltre otto ore di musica dal vivo. E funziona anche una location insolita per questo tipo di eventi: Piazza Ariostea, ancora ignara, a inizio giornata, dell’assalto sonoro che la attende. Ad aprire le danze sono i ferraresi Game Over, che giocano in casa e sfruttano l’occasione per mettersi in mostra davanti ai più coraggiosi nelle ore più calde della giornata e prima dei portoghesi Gaerea. Alle 17 in punto salgono sul palco Max e Iggor Cavalera, i due fratelli brasiliani fondatori dei Sepultura. 'Chaos A.D.' viene eseguito per intero. Brani come 'Refuse/Resist', 'Territory' e 'Slave New World' sono oggi attuali più che mai e suonano ancora freschi dopo oltre trent’anni. Durante il set Max Cavalera lancia un eloquente “Fuck War”, un messaggio che in tempi come questi, non potrebbe essere più chiaro.
Dopo tanta brutalità, i suoni si fanno più bluesy con i Black Label Society. Zakk Wylde è monolitico mentre mescola hard rock, southern rock e heavy metal. Le sue interminabili cavalcate chitarristiche trovano terreno fertile tra gli appassionati, mentre il pensiero corre inevitabilmente a Ozzy Osbourne, figura alla quale Wylde resta indissolubilmente legato e che omaggia con la cover di 'No More Tears'. Durante il set cambia una serie infinita di chitarre. Qualcuno giura di averne contate oltre trentatré al lato del palco. Il microfono fatto di teschi e crocifisso di legno, lui in kilt giallo e combat vest di pelle, completano il quadro. Gli Anthrax portano invece la loro contaminazione in un genere spesso considerato poco permeabile ai compromessi. Scott Ian guida una macchina perfettamente oliata che alterna classici, groove e quell’approccio crossover che li ha sempre distinti dagli altri colossi del thrash americano. Se qualcuno era presente dieci giorni prima al concerto dei Metallica a Bologna, qui può idealmente completare il mosaico dei Big Four (mancherebbero gli Slayer), ritrovando uno dei gruppi che più hanno contribuito a definire il genere.
In attesa del nuovo album in arrivo a settembre, a Ferrara gli Anthrax guidati da un effervescente Joey Belladonna propongono un set che attraversa tutta la loro carriera. Da 'Got The Time' ad 'Among the Living' passando per 'Caught in a Mosh', 'Madhouse' e 'I Am the Law', mettendo in fila una serie di classici che accendono Piazza Ariostea. Ian veste i panni del perfetto maestro di cerimonie e incita continuamente il pubblico: "Non state fermi, nessuno stia fermo, dal pit alle ultime file". E i fan eseguono. Il gran finale è affidato ai Megadeth. Camicia bianca e pantalone nero, Dave Mustaine si presenta come sempre: poco incline ai sorrisi, molto più interessato a lasciare parlare la musica. E la musica parla forte. Il personaggio si può amare o meno ma il suo contributo alla storia del metal resta intoccabile. 'Tipping Point' e 'I Don’t Care' dall’ultimo album 'Megadeth' danno il via alle danze, mentre 'Countdown to Extinction', 'Symphony of Destruction', 'Peace Sells' e gli altri classici sono una sicurezza per chiunque si avvicini al thrash metal. Tecnicamente Mustaine è ancora impeccabile ma la performance nel suo complesso lascia un po' freddo qualche fan di lunga data.
Tra un brano e l’altro il frontman ribadisce il suo ormai consolidato legame con il nostro Paese: "Ho comprato una casa qui, abbiamo piantato il nostro giardino e il nostro vigneto. E ora sono ufficialmente residente in Italia", racconta. La voce dei Megadeth vive tra gli Stati Uniti e le Marche, dove negli ultimi anni ha scelto di stabilire una parte importante della propria vita familiare. Poi scherza con i presenti: "Non sarebbe fantastico se una mattina vi svegliaste, guardaste fuori dalla finestra e mi vedeste seduto lì? 'Ehi, il mio vicino di casa è Dave Mustaine. Lo vedo ogni mattina là fuori mentre beve il caffè'. E ancora: "Davvero, in questo momento continuo a tornare qui perché mi sto divertendo tantissimo con tutti voi e, settimana dopo settimana, con tutti i miei amici che sono qui stasera". L’atmosfera si scalda quando introduce 'Let There Be Shred', definendola "una canzone che parla di una battaglia tra chitarristi".
Nel finale, arriva invece il momento dei saluti forzati: "Abbiamo ancora una canzone da suonare stasera - premette -. Ma qui c’è il coprifuoco, quindi dobbiamo fermarci. Se questa fosse casa mia, direi: 'Fanc..., facciamo festa tutta la notte'. Ma abbiamo tempo solo per un altro brano". L’ultimo colpo è affidato a 'Holy Wars', accolta come un boato, il finale perfetto per una giornata che ha reso omaggio ai big del genere: il thrash, l’heavy metal, il groove e l’hard rock, raccontati da musicisti che ne hanno scritto la storia. Davanti a loro una comunità arrivata da ogni parte d’Italia e dall’estero, tra magliette nere, capelli lunghi e schiene ricoperte di tatuaggi e simboli dei propri idoli. Un colpo d’occhio forse insolito per il cuore rinascimentale della città estense ma sicuramente una grande festa della musica pesante, vissuta con passione e una quantità davvero impressionante di chitarre elettriche. (di Federica Mochi)




