Arte e Cultura - 31 ottobre 2017, 01:42

Per me scrivere è dare

INTERVISTA ESCLUSIVA A FABRIZIO CENTOFANTI, PRETE E SCRITTORE CHE COORDINA IL BLOG LETTERARIO "LA POESIA E LO SPIRITO"

Per me scrivere è dare

“La Poesia e lo Spirito” è uno dei blog di letteratura più seguiti e amati dal pubblico italiano, grazie alla varietà di temi (non solo lirica, ma anche narrativa, arte, cultura in generale) offerte da una redazione allargata da Roma a tutta l’Italia. Si tratta spesso di letteratura italiana, ma anche molti autori vercellesi, da Remo Bassini a Gianluca Mercadante, da Laura Bosio a Giorgio Simonelli, da Franco Ricciardiello a Giusi Baldissone, da Alessandro Barbaglia a Francesca Tini Brunozzi vengono recensiti, discussi, commentati. Creatore de “La Poesia e lo Spirito” è don Fabrizio Centofanti, che ama definirsi prete scrittore, abbinando la vocazione sacerdotale a un’intensa attività organizzativa, come spiega in quest’intervista esclusiva.

 

Subito, così, a bruciapelo chi è Fabrizio Centofanti?
È un prete scrittore, che predica bene e razzola male, nel senso che riconosce la fragilità umana e ne fa un ponte di passaggio verso Cristo. Anche la parola scritta deve fare un viaggio: dall’io al Sé, dalla materia alla forma, dal significante al significato. Per me, quest’ultimo ha sempre la lettera maiuscola, ma è incarnato nelle strade accidentate della quotidianità.

Ci racconti ora il tuo primo ricordo letterario?
A dodici anni ero innamorato della Divina Commedia: capivo che non era normale, ma non potevo farci niente. Mi ha sempre attratto la perfezione della lingua, che esiste solo in letteratura (anche se i grandi filosofi scrivono benissimo).

In che modi concili l’attività di sacerdote con quella di scrittore e direttore di una rivista online?
Quando penso a come conciliare queste cose, entro in ansia, quindi smetto di pensarci. Preferisco far partire tutto dal centro, che sta fuori di me: è nella piazza d’oro della Gerusalemme celeste, dove c’è l’Agnello immolato per la mia salvezza (Apocalisse 21,21). Se mi ha dato tutto, perché non dovrebbe conciliare le attività della mia vita, che s’ispirano alla piazza in cui regna sul trono?

Ti consideri più narratore o saggista o altro ancora?
Mi considero uno a cui piace raccontare. Anche gli psicologi hanno capito che la guarigione si fonda su un racconto. Se una storia prende forma, si espone alla Vita, che inevitabilmente la modella. Gesù è stato un grande narratore e ha prediletto la parabola, vicina all’aforisma, il genere che sento più mio.

Ma cos’è per te la scrittura?
Per me, scrivere è dare. Il verbo del primo testamento è ascoltare (Shemá Israel), quello del nuovo è dare. Io do, soprattutto, scrivendo e predicando. La scrittura e la parola convergono nell’altra attività in cui m’impegno quotidianamente: la direzione spirituale. La vita è un romanzo: il segreto è lasciarlo correggere dall’editor giusto, che per me è Dio.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?
La preghiera, la contemplazione. Prima di scrivere invoco lo Spirito e so che, se non lo facessi, non verrebbe fuori nulla, o almeno niente di buono. La preghiera è il filo d’oro che unifica ogni azione della mia esistenza.

Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
Scrivo sull’iPad. Lo trovo il mezzo più comodo, soprattutto per confezionare i post che pubblico sul blog, sempre corredati da un’immagine. Credo che oggi la tecnologia sia indispensabile, per lo scrittore, a meno che non abbia un segretario che trasformi i manoscritti in testi digitali. Io non ce l’ho.

Hai luoghi o momenti della giornata che privilegi per scrivere?
Essendo la scrittura legata alla preghiera, cerco di unire le due cose. Mi alzo alle cinque, perché entrambe le attività hanno bisogno di silenzio. Dopo aver pregato e scritto il mio brano giornaliero, sento di essere pronto a cominciare la giornata. Come, direte, non è già cominciata, a quel punto? No, quella è l’energia che serve per percorrere la strada.

Tra i libri che hai scritto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Così, a caldo, direi “Ecco l’uomo”, che racconta di don Mario, il padre spirituale a cui devo tutto, perché ha creduto in me. Ma ci sono testi in cui ho messo tanto di quello che sono: “Salva l’anima”, “Il Vangelo come non l’avete mai letto”...

E c’è per te un libro cult tra quelli che hai letto?
Nascosto tra i mostri sacri, quasi invisibile, come il significato che veicola, direi “Il piccolo principe”, di Saint Exupéry. È un libro che non finisce mai di rimandare ad altro.

Almeno tre titoli che consiglieresti subito ai giovani d’oggi?
“Le città invisibili”, di Calvino; “Lettere a un giovane poeta”, di Rilke; “La leggenda del santo bevitore”, di Joseph Roth.

Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?
Fëdor Dostoevsky, Mario Vargas Llosa, Italo Calvino. E più in generale maestri nella cultura, nella vita? Don Mario Torregrossa, il mio padre spirituale. Giovanni Paolo II, Carl Gustav Jung, i Padri della Chiesa, la scuola teologica russa (Florenskij, Berdiaev, Bulgakov, Solov’ev...).

Qual è stato per te il momento più bello della tua carriera di scrittore?
Quando ho cominciato a scrivere ciò che più mi interessava: testi brevi, quelli che chiamo aforismi, con la precisazione che un aforisma può essere di una riga o di alcune pagine.


Come vedi la situazione della letteratura in Italia?
La vedo da blogger. Il nostro, “La Poesia e lo Spirito”, è un blog collettivo, in cui ogni redattore è aperto alla produzione più “sintonica” con la sua sensibilità. Tu sei un caso esemplare, dal momento che ti occupi di tematiche molteplici. In una parola, siamo interessati a tutto il meglio che si affaccia sulla scena, a volte rimpiangendo i classici, che consiglio sempre di rispolverare: Flaubert, Stendhal, Manzoni, i grandi autori russi. Non bisognerebbe mai perderli d’occhio.

Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Vorrei pubblicare i testi che attualmente escono sul blog: un libro infinito, che s’interrompe con la morte. E magari continua di là.

Guido Michelone

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