Riceviamo e pubblichiamo.
“Tutto sembra parlare di morte di odio, di distruzione, di violenza – ha detto il card. Pizzaballa pochi mesi fa - sembra una notte che non finisce mai. Purtroppo la notte sembra essere il criterio di riferimento per molti uomini. E’ la notte dell’umanità e la notte della morte della pietà.”
Il diritto al ricordo non è una concessione politica, ma il fondamento stesso della civiltà, secondo quanto scriveva Foscolo. La pietà verso i defunti e le loro tombe sono tratti distintivi della civiltà umana: sono le fondamenta su cui poggia il nostro Oggi.
Mai avremmo pensato che le reminiscenze scolastiche degli anni del liceo tornassero con prepotenza, e tristemente, di attualità.
Scritti tra il 1806 e il 1807 contro una legge che allora rischiava di cancellare l'identità individuale, stiamo parlando dell’Editto di Saint-Cloud, I Sepolcri si prestano oggi a un doloroso paragone con quello che sta accadendo a GAZA, con il progetto di ricostruzione/speculazione del Board of Peace, mentre già le cronache ci incalzano con le ulteriori scene di devastazione dei bombardamenti in Iran, in nome della “Guerra preventiva”. Veramente sembra che esser scesa sul mondo la notte dell’umanità e della pietà.
Richiamando “L’Iliade” di Omero, Foscolo descrive le Muse che siedono sulle rovine di Troia per cantare sia Ettore (il perdente) che i Greci (i vincitori) e dare soprattutto voce ai vinti, affinché il loro sacrificio non sia stato vano. Con i suoi versi evoca quella Pietas che oggi è scomparsa, annichilita e sopraffatta dalla barbarie cui ci siamo progressivamente assuefatti. Secoli di millenaria cultura e civiltà, tanto sbandierati dalle politiche auto celebrative di regime, sono sgretolati e calpestati da violenza e atrocità, in nome del profitto.
A febbraio 2026, si stima che oltre 10.000 salme siano ancora intrappolate sotto le macerie della Striscia di Gaza, destinate a diventare le fondamenta dei nuovi avveniristici e lussuosi resort.
Demolire per ricostruire e guadagnare, ma anche per RIMUOVERE collettivamente e emotivamente, annullare per sempre ogni traccia che testimoni l’orrore, lo sterminio, il genocidio.
Facendo un doloroso parallelo, è come se nel Dopoguerra, in nome della ricostruzione e della speculazione edilizia, Auschwitz, Mauthausen o Birkenau fossero stati trasformati in un faraonico complesso turistico-residenziale e commerciale.
Il sepolcro ha una fondamentale valenza affettiva e civile per Foscolo e il suo messaggio oggi ancora ci esorta:
Ricordare chi è sotto le macerie a Gaza significa, in senso foscoliano, compiere un atto di resistenza civile: impedire che la violenza della guerra cancelli non solo le vite, ma anche la storia e l'umanità di un intero popolo. The Guardian
La prospettiva foscoliana ci ricorda che nessuna pace è reale se non riconosce la dignità delle vittime. L'Osservatore Romano
Anche le recenti celebrazioni per il Giorno della Memoria hanno acceso, proprio su questo aspetto, uno sguardo interlocutorio: occorre non limitare il ricordo al passato, ma trarne insegnamento e trasferirlo alla nostra presente attualità.
Interroghiamoci: è veramente questo ciò che vogliamo consegnare alle generazioni future? Cosa potranno dedurre di noi gli archeologi del mondo che verrà, se mai ce ne sarà uno?
Senza la Valle dei Re o le necropoli etrusche, di quelle civiltà non avremmo traccia; attraverso il loro modo di onorare i morti, conosciamo invece la loro arte, la loro gerarchia sociale e il loro senso dell'eterno.
Oggi la ricostruzione di Gaza prevede di annientare la memoria dei suoi abitanti, calpestati dalle ruspe dei cantieri. Una ricostruzione che ha tutti i presupposti per essere definita una profanazione e un oltraggio del "diritto alla memoria" delle famiglie palestinesi che scavano a mani nude tra i detriti.
Senza dimenticare che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) parla di circa 60 milioni di tonnellate di macerie attualmente a Gaza, considerate in buona parte ad alto rischio ecologico e ambientale, a causa del contenuto di amianto, rifiuti industriali, metalli pesanti e soprattutto ordigni inesplosi.
Le famiglie delle vittime dell’attentato alle torri Gemelle a New York consideravano il vuoto, nell’area di Ground Zero, "terra sacra" -hallowed ground-, poiché conteneva i resti mai identificati dei loro cari e hanno dato corso a un processo che ha portato a un compromesso tra le diverse esigenze: la creazione del memoriale (le vasche nel vuoto) e la Freedom Tower simbolo della ricostruzione. Quel vuoto è diventato esso stesso monumento alle vittime.
A Gaza un'intera area urbana è stata trasformata in una Waste Land di macerie che ricoprono e inglobano migliaia di resti umani, in massima parte civili: donne, vecchi e bambini.
Se Ground Zero a New York ha generato una sua "urna monumentale” dove le persone possono piangere i loro cari, dove sarà il tempio della memoria per Gaza?
Anche il paragone che rimanda al Cretto di Gibellina è di una potenza visiva straordinaria: è la testimonianza di un percorso in cui il dolore diviene generativo e, attraverso l’arte, affida il passato alla memoria delle future generazioni.
Durante il terribile terremoto del Belice, che sconvolse la Sicilia nel 1968, il paese di Gibellina fu interamente atterrato, ma la volontà dei cittadini fu quella di rispettare e dare valore a quelle rovine: chiamarono artisti e progettisti per attuare il loro desiderio. L’artista Alberto Burri "congelò" le macerie della città vecchia, sotto una colata di cemento bianco sagomato sul tracciato del reticolo delle antiche vie, trasformando quelle rovine in un Sudario di Cemento, che custodisce la memoria di chi, in quelle case, viveva. CRETTO, ricordiamo, significa spaccatura, screpolatura…
L’arte, dunque, come "sepolcro eterno", capace di lenire il dolore, trasformarlo in monito e memoria anche quando la materia si disgrega, come efficacemente ci evocano poemi universali come Iliade e Odissea, nati circa tremila anni fa. Noi oggi sembriamo aver smarrito il senso di appartenenza alla nostra storia, incuranti della ricchezza che abbiamo ricevuto, per essere determinati unicamente dalla avidità e dalla prepotenza del potere, che non tenta neppure di darsi una parvenza di legalità.
…
Perdonami se ora vien meno l’amore
d’un tempo, e tentazione mi assale
di sdegnato ripudio, Israele.
…
Invece i tuoi soldati ora pare di scorgere
tutti con gli stessi occhi azzurri
che avevano i tuoi assassini…
Queste le parole profetiche di padre David Maria Turoldo nel 1988. Presbitero, teologo, filosofo, scrittore, poeta, fu uno dei più rappresentativi intellettuali della seconda metà del’900, il che gli valse il titolo di "coscienza inquieta della Chiesa". Oggi forse sarebbe tacciato di antisemitismo.