Attualità - 22 gennaio 2026, 11:46

Nascondere un ebreo senza avvisare moglie e figli. Accadde a Vercelli…

Le figlie vennero a sapere di quella vicenda che riguardava il loro padre, eroe silenzioso, solo sessant'anni dopo; e ricevettero un biglietto di ringraziamento

Il biglietto inviato alle figlie di Guido Beleù


 

Ci sono storie che devono essere raccontate per ricordarci che è sempre possibile scegliere da che parte stare, che è sempre possibile fare la scelta giusta, che è sempre possibile non girare il capo dall’altro lato . Ci sono gesti che non sono intaccati dal passare del tempo e ci parlano di persone che, senza clamore, hanno rischiato le loro vite, facendo quello che sentivano fosse giusto fare, pur consapevoli del rischio che stavano correndo.

In questi giorni di Memorie vere e commosse, ma talvolta insidiate da una certa retorica, ci pare opportuno e doveroso riportare alla luce la figura di un vercellese, che forse qualcuno ricorderà, non fosse altro che per la sua decennale attività in città, proseguita poi dalle figlie. Mi pare bello, soprattutto per i giovani riscoprire che tra le strade che ancora oggi percorriamo, altri hanno rischiato la loro vita, la loro attività, per nascondere un rifugiato ebreo che cercava di lasciare Vercelli per sottrarsi alle leggi razziali, come spesso si vede narrato nei film. Nascondere un ebreo durante il Fascismo esponeva alla possibilità di essere arrestato, percosso e imprigionato, se non peggio, significava vedere la propria casa e il proprio lavoro dati alle fiamme, significava soprattutto, mettere in pericolo anche la vita della propria moglie e dei propri figli.


 

Così non ne parla con nessuno il signor Guido Beleù quando decide di dare alloggio per alcuni giorni, nel sottotetto della propria officina, al signor Mario Pollarolo che conosceva appena, ma che stava cercando di sottrarsi alla deportazione in un campo di concentramento. Il tempo necessario a prendere i contatti con chi poteva “traghettare” verso la montagna e verso la clandestinità. Tutto fortunatamente procede senza inciampi e dopo pochi giorni Mario lascia quel rifugio provvisorio, cessa, quindi, anche il pericolo per chi lo ha nascosto. In quei momenti le notizie erano molto incerte, occorreva essere prudenti, c’erano purtroppo anche molti delatori, Guido B. rientra silenziosamente nella sua quotidianità, senza sapere se il suo ospite avesse raggiunto la salvezza, se il rischio corso fosse servito a metterlo al sicuro … 

Poi il tempo scorre, l’inverno passa e la guerra, infine, finisce; bisogna ricostruire, le persone guardano al futuro e certe storie vengono archiviate, dimenticate. 

Soltanto dopo molti anni e per puro caso, le figlie riscoprono i contorni di questa vicenda. Dopo oltre 60 anni infatti, Stefania, Lella e Piera, portano i nipoti a visitare la Sinagoga di via Foa. Stefania, la maggiore delle tre che al tempo di guerra era una ragazzina e forse qualcosa aveva intuito, ha un sussulto e riconosce qualcosa di familiare nella persona che si occupa dell’accoglienza dei visitatori. Chiede il nome e, a sua volta, si presenta. La persona che stava illustrando loro la storia della Sinagoga era proprio quel Mario che papà Guido aveva rifugiato in soffitta. Immaginate lo stupore di Mario, che racconta loro tutta la vicenda con grande commozione e gratitudine. Rientrate a casa ne parlano ancora tra loro, il papà e la mamma sono scomparsi da anni. Insieme le tre sorelle, ricompongono i singoli frammenti di memoria, capiscono per esempio, la ragione di tanto interesse e tanti complimenti riservati al papà da parte di una tal signora, a loro sconosciuta, che tanto irritavano la mamma: era la sorella di Mario! Per diversi anni aveva continuato a fare visita in officina e non mancava mai di ringraziare per la generosità del papà. 

Decidono di spedire all’indirizzo che Mario aveva scritto su un foglietto, una delle foto di gruppo scattate dalla nipote durante la visita alla sinagoga. Dopo pochi giorni ricevono in segno di ringraziamento il biglietto che ancora oggi Lella conserva come una reliquia e che testimonia la gratitudine senza tempo di Mario, scomparso a 100 anni nell’aprile dello scorso anno.

L’officina di cui abbiamo parlato finora era situata a Vercelli in corso Fiume al n. 10, dove oggi ci sono i condomini nuovi, prima dell’angolo con via Aosta, forniva componenti e pezzi di ricambio per macchine agricole a molti vercellesi, non solo in città ma soprattutto nelle cascine del circondario ed era un punto di riferimento apprezzato da tutti per la disponibilità e competenza. 

Il signor Guido Beleù non era un intellettuale e neppure un sovversivo, non aveva contribuito alla Resistenza, la sua Resistenza è stata confinata nel soppalco della sua officina, la sua Resistenza è stata quella di non essere complice, di sottrarsi alla violenza del Fascismo e del Nazismo, aiutando come gli era stato possibile un suo concittadino, senza curarsi se avesse la stella di David cucita sul cappotto. 

Non possiamo che essere grati a Lella che ci ha fatto dono di questo suo racconto. Una storia come molte altre storie di solidarietàche si vanno perdendo.

Paola Lamberti