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Arte e Cultura | 28 agosto 2022, 15:50

«Ho raccontato la vita di un campione, devastata dal talento»

La mossa del matto, di Alessandro Barbaglia, uno dei libri di maggior successo di questa estate

«Ho raccontato la vita di un campione, devastata dal talento»

La mossa del matto. L’Iliade di Bobby Fisher, edizioni Mondadori, collana Strade blu: uno dei romanzi italiani di maggior successo dell’estate in corso è di un vercellese per così dire adottivo, ossia di un librario di Novara, Alessandro Barbaglia, che per circa vent’anni ha lavorato in un negozio del centrocittà, animando la scena culturale locale, non solo per i consigli elargiti ai clienti, ma anche grazie a un’attività di poeta, cabarettista, performer con cui calca tuttora le scene di pub, caffè, locali che lo ospitano. In parallelo Barbaglia svolge l’attività di romanziere che forse oggi arriva al top,qualitativamente parlando, con un testo di cui egli stesso ci parla.

 

Alessandro, perché proprio un libro su Bobby Fischer?

Ho avuto una sbandata folle per quell’essere furioso che era appunto lo scacchista americano; da un lato qualcosa che è avvenuto per gradi - ne ho sentito parlare fin da bambino - dall’altro il mio innamoramento negli ultimi due anni mi ha spinto a leggere solo di Bobby Fischer e a parlare quasi esclusivamente di lui; lo ritengo un grande gorgo nero di talento, qualcuno che si devasta appunto di talento. Tutta la sua vita viene devastata dal suo prepotente talento che diventa pura ossessione, come, parlando di letteratura, Moby Dick con la caccia alla balena o come Dracula affascinante oltre misura, che ti entra in casa solo se lo inviti.

 

La mossa del matto nasce dunque perché il protagonista è talentuoso, geniale, magnetico?

Sì, anche in rapporto a un evento ‘storico’: 1972, luglio, il mondo si è fermato perché due stavano giocando a scacchi; vicenda incredibile e inverosimile, perché fino ad allora vincevano sempre i russi, la scuola scacchistica sovietica era molto più forte di tutte le altre. Da cinquecento con Lenin a un milione e mezzo alla morte di Stalin diventano in URSS gli scacchisti praticanti. Spasskij diviene campione partendo dalla polvere di Leningrado sotto l’assedio nazista. Dall’altro lato Fisher è completamente pazzo.

 

Perché quella partita, il match Fisher/Spasskij, per il titolo mondiale, riesce a ‘paralizzare’ il mondo ?

Penso perché Bobby sia l’antieroe, mentre Boris è il gigante meraviglioso. In teoria la partita doveva giocarsi a Mosca, gli Americani però vogliono un luogo neutro, quindi salta fuori la proposta stravagante degli Islandesi, che sta bene a entrambi gli sfidanti, senza sapere che si tratta di un’isola dove il sole non tramonta mai, tutto è terribilmente verde, azzurro, bianco in maniera opaca. Ovviamente per arrivare alla finale, a sfidare il campione uscente, cioè Spasskij, si devono prima incontrare gli otto migliori al mondo, che sono sei russi, un danese e appunto Fisher.

 

L’arrivo in Islanda dei due finalisti è assai diverso fra loro...

Spasskij si porta una trentina di collaboratori (tra cui il cuoco personale), Fisher ci va solo con un amico prete, prenotando un’anonima cameretta dove dorme sul divano o per terra. Questo dimostra anche la differenza caratteriale tra i due: da un lato, come ho già detto, Spasskij impara gli scacchi da uno zio, fuggendo dall’assedio di Leningrado. Dall’altro Fisher a sette anni decide di non uscire più di casa e di non andare a scuola, la mamma, Regina, gli regala una terrificante scacchiera di plastica, con un bugiardino piegato in otto: inizia a giocare con Joan, la sorella più vecchia di cinque anni, la massacra dicendole: “Credo che tu sia stupida, non voglio più giocare con te”. Per i successivi nove anni gioca a scacchi solo con se stesso.

 

Poi però non ci sono frequentazioni decisive?

Certo, a sedici anni va al parco dove incontra un anziano maestro Che lo invita nella biblioteca scacchistica di New York; e da lì il giovane Fisher inizia a vincere partite e tornei. Ma una volta arrivato al top, primo americano a contendere ai sovietici uno scettro mondiale, insomma poco prima di giocare con Spasskij comunque ne fa di tutti colori, cerca di non iniziare mai il match, evitando la cerimonia iniziale, arrivando in ritardo alla gara d’apertura, pretendendo di giocare in uno sgabuzzino senza le telecamere in mondovisione.

 

Come interpreti questo atteggiamento irritante?

Con il fatto che alla fine gli scacchi si rivelano un gioco violentissimo che richiedono una concentrazione pazzesca, come pure un azzardo incredibile; giocare a scacchi significa trovare un luogo migliore per tenere a riparo la paura.

 

Ci sono al proposito molte teorie pedagogiche sul gioco degli scacchi che ad esempio era materia obbligatoria nelle scuole sovietiche...

Oggi si sostiene che se un bambino inizia giocare attorno ai 3-4 anni è impossibile che poi raggiunga livelli stratosferici. Quel tipo di scontro lo fa con uno spirito esplorativo. Un bambino invece lo fa con maggiori remore, quando il bambino capisce che vince, diventa ipertrofico con i suoi ego, ma se l’avversario recupera, è dolorosissimo.

 

Alessandro, per concludere l’intervista, come mai hai adoperato l’Iliade di Omero per spiegare l’incontro Fisher-Spasskij?

L’Iliade di Fisher è come un disturbo ossessivo paranoico. Quando io mi rimetto a studiare Fisher e a ricostruire la sua vita, mi accorgo dei punti di contatto fra lui e Achille, a partire dalla passione per il latte (di capra per l’eroe greco, per l’americano latte Holland, pieno di zuccheri, che lo uccide a 64 anni); entrambi hanno un ghigno terrificante. Ma alla stregua di un pazzo, proprio come Achille, Bobby sta vivendo la propria Iliade in preda anche a una sorta di ira funesta. La storia assume un’altra violenza fuori dall’ossessione e dentro il mito.

Guido Michelone

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