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Arte e Cultura | 15 agosto 2022, 13:10

Il pittore Piero Bora e la misteriosa storia del Bozzetto n.219

Pittore originale prematuramente (troppo prematuramente) scomparso.

Bozzetto n.219

Bozzetto n.219

In uno dei capannoni del cosiddetto “compra&vendi”, che paiono una via di mezzo tra il supermarket e il robivecchi, lo sguardo può cadere, qualche mese fa, su un disegno, modernamente incorniciato, ma che odorava di vecchio futurismo per forma e contenuti: un’etichetta pasticciata, vergata a mano, sul retro informa che - testuali parole - trattasi di uno “schizzo per manifesto mostra ‘Vercelli della romanità al fascismo’ matita tempera su carta”, dovuto a Pietro Bora, nato a Biella nel 1910. Nel disegno - formato 20 x 30 circa - vengono però usati inchiostri o chine dal bridge al marrone su fondo bianco, mentre le pennellate sono nere e rosse a contornare soprattutto una figura femminile e un fascio littorio, accanto alla parola Vercelli in grande al centro del rettangolo.

Ma ciò che doppiamente sorprende sono pure da un lato la scritta rossa Bozzetto n.219 (in evidente riferimento a una alta quantità di altri tentativi), dall’altro la firma a matita seguita dal numero romano XVIII, che indica l’era fascista e grazie a cui si risale facilmente alla datazione (1940), anche perché sul pittore le notizie in rete scarseggiano, tranne in «Frammenti di storia biellese», dove si apprende che Piero Bora nasce a Chiavazza il 25 agosto 1910 e muore prematuramente a Monte Bregianit sul fronte greco-albanese, il 17 febbraio 1941, colpito da una pallottola nemica, dopo essere stato richiamato alle armi nella maledetta seconda guerra mondiale. La fortuna vuole, salvato il Bozzetto n.219 da un collezionista privato vercellese, sia possibile trovare al Barlaflüs (il mercatino delle pulci che si tiene la prima domenica del mese a Vercelli) qualche copia, a poco prezzo, del libro di Bruno Pozzato Piero Bora. Lettere dall’Albertina, uscito da Ramella Tipografi in Biella nel lontano 1988. Il volume, riccamente illustrato, mette in luce un talento oggi purtroppo dimenticato, benché io mi senta circondato da una ricerca quasi ossessiva della riscoperta miracolosa, che solo di rado è seria, ordinata, consapevole come nel caso dei tre recenti tomi Outsiders per Giunti (2021-2022) del critico Alfredo Accattino, che probabilmente non tarderà a includere questo pittore nel novero degli artisti ‘fuori categoria’.

Pietro Bora, oltre una mano sicura, dimostra anche un geniale talento nell’appropriarsi dei linguaggio in voga tra Espressionismo, Postcubismo e Novecentisco, con qualche minima concessione al regime e, secondo me andrebbe riletto diversamente da quanto faceva il pur bravo Luigi Carluccio, tra i primi a sostenerne il valore post-mortem, ma insistendo forse troppo sul localismo quando ad esempio afferma che “il mondo di Piero Bora è […] il più ravvicinato che un uomo, tanto più un artista, possa concedersi: la casa, la famiglia, la terra natìa.

Non c’è niente di inventato nella pittura di Piero Bora […] le fabbriche disseminate intorno a Biella, le filande oppure le risaie che stagnano ai confini della Baraggia [...] in ogni momento della sua attività Piero Bora ha saputo suscitare qualche aspetto tipico del paesaggio biellese”. Tutto vero ma l’artista ha saputo evitare ogni folclorismo per approdare a una visione universale meritevoli di ulteriori analisi critiche o magari di una mostra che partendo dalla misteriosa storia del Bozzetto n.219 possa approdare a un recupero dei restanti disegni e a una degna retrospettiva, magari tra Vercelli e Biella, attorno a un originale pittore troppo prematuramente scomparso.

Guido Michelone

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