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Arte e Cultura | 15 gennaio 2022, 19:30

Gilardino: "Confesso, ho vissuto"

INTERVISTA INEDITA AL MAESTRO ANGELO GILARDINO - DI GUIDO MICHELONE

Gilardino: "Confesso, ho vissuto"

Ho intervistato più volte l’amico Angelo Gilardino in occasione dell’uscita dei suoi libri o dei dischi con le sue musiche interpretate da giovani chitarristi. L’ultima volta, però, il 30 maggio 2021, ci siamo confrontati sugli anni Settanta del secolo scorso per l’idea di un mio libro sulla musica di quel decennio, dove ho utilizzato le sue autorevoli riflessioni per comporre un breve ritratto di lui accanto a decine di figure popolari, da Bob Dylan a John Lennon, da Miles Davis a Francesco Guccini, da Patti Smith a Fabrizio De André, che hanno0 caratterizzato un ‘epoca. L’intervista con Angelo risulta perciò inedita e la riporto qui integralmente.

Come identificheresti gli anni Settanta del Novecento?

“Mi sembra difficile far coincidere esattamente con l’ottavo decennio del secolo scorso un clima culturale, sociale, politico e artistico che, in realtà, si era già manifestato verso la fine del decennio precedente e che ebbe fine, secondo me, nell’estate del 1983, con l’avvento del primo governo Craxi; gli anni Settanta furono per l’Italia critici, tragici e pericolosissimi. Le stragi e gli assassinii, soprattutto quelli di Pier Paolo Pasolini e di Aldo Moro, dimostrarono che l’Italia era profondamente ammalata, ormai dimentica degli ideali della Resistenza e pronta a consegnarsi alle bande che, dagli anni Ottanta, l’avrebbero poi governata: Craxi fu l’unico uomo politico che avrebbe potuto frenare, almeno in parte, lo sfacelo, ma dovette scappare anche lui!”.

Condividevi le idee di qualche artista o intellettuale di quel periodo?

“Personalmente, ero in piena sintonia con quello che Pasolini scriveva sul Corriere della Sera: sentivo l’approssimarsi di una realtà disastrosa, conseguenza di quella che lui definiva ‘degradazione antropologica del popolo italiano’, e cercavo, senza fare politica, perché non era il mio mestiere, di rendere i miei allievi di allora consapevoli di quel che si andava preparando. Loro si lamentavano della scarsa attenzione riservata dalla politica e dalle amministrazioni locali alla musica, e io li ammonivo dicendo loro: ‘Ragazzi, non lamentatevi, perché avrete motivo di ricordare questi giorni come la Belle Époque’. Allora non capivano, adesso sì, capiscono…”.

Come hai vissuto da artista quel decennio?

“Dal punto di vista artistico, sentivo venir meno le motivazioni che mi avevano spinto a intraprendere la carriera di concertista, perché l’ambiente musicale era fradicio, grondante di ideologie fasulle e governato da incapaci arrivisti e spregiudicati. Maturava invece in me il desiderio di dedicarmi alla composizione, nella quale avrei potuto esprimere pensieri e sentimenti in modo diretto – cosa che non potevo fare interpretando musica scritta da altri in passato. Si trattava, insomma, di una sorta di scripsi et salvavi animam meam e, a distanza di quarant’anni, posso dire serenamente che, seguitando quella stella, non ho tradito me stesso e che, forse, ho fatto buon uso dei miei talenti. Evito di pensare al futuro e non mi abbandono a sentimentalismi e rimpianti del passato. Come diceva Pablo Neruda: ‘Confesso, ho vissuto’”.

 

Guido Michelone

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