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Arte e Cultura | 25 settembre 2021, 09:30

"Portami il diario" nella sfera dei classici

L'ottimo libro della vercellese Valentina Petri esce anche nella prestigiosissima collana economica BUR

Valentina Petri

Valentina Petri

Ai primi di settembre, non a caso con l’inizio del nuovo anno scolastico, esce, nella prestigiosissima collana economica BUR, il romanzo Portami il diario che la vercellese Valentina Petri aveva pubblicato, con grande successo, da Rizzoli, nell’aprile 2020: si tratta di una riedizione che proietta il libro nella sfera dei “classici”, perché ormai tale deve considerarsi quello che è forse l’ultimo resoconto di un anno di scuola italiana in era pre-covid.

A rileggere ora le pagine via via autoironiche, garbate, satireggianti, ricche di citazioni e impregnate di un consapevole linguaggio multitasking, pare quasi trascorso un secolo da una scuola che la pandemia ha ridotto a DaD, quarantene, mascherine, distanze sociali, banchi a rotelle. Portami il diario acquista dunque un valore storico o epocale nei confronti di una scuola che al momento non c’è più e di cui c’è da scommettere che la stessa Valentina Petri ha un’enorme nostalgia.

Per il resto, il libro presenta molteplici chiavi di lettura: è innanzitutto una sorta di autobiografia, in cui i Vercellesi possono riconoscersi benissimo; benché i protagonisti (allievi e professori) siano frutto di una fervida immaginazione (ovvero un mix di passate esperienze lavorative), l’Autrice è la prima a svelare la location, l’Ipsia Francis Lombardi, che però trascende i normali stereotipi, per l’archetipo di quasi tutta la scuola italiana, secondaria superiore (licei compresi): un ambiente - a livello nazionale, al di là di rare eccezioni per difetto per eccesso - logoro, stantio, frustrante, iper burocratico, congelato all’ottocento per quanto riguarda le materie umanistiche afflitte da uno storicismo oggi inutile o persino dannoso.

Valentina Petri evita però, forse per indole o generazione, i discorsi politici o sociologizzanti, abbandonandosi romanticamente al personalismo e alla vocazione, mediante il “castigat ridendo mores” (corregge i malcostumi sorridendo), convinta alla fine che l’insegnante sia l’insegnamento sia il mestiere più bello del mondo. E potrebbe forse esserlo se ministri, funzionari, portaborse, ispettori, provveditori, presidi, colleghi si mettessero davvero al servizio dei giovani e di una didattica da rivoltare come un calzino!

Guido Michelone

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