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Cronaca | 13 gennaio 2021, 07:00

Non ci furono scorrettezze sul lavoro: guardaparco assolti dall'accusa di truffa

A sentenza il processo sull'indagine che aveva coinvolto i dipendenti del Parco Alta Valsesia

Non ci furono scorrettezze sul lavoro: guardaparco assolti dall'accusa di truffa

Il Tribunale di Vercelli ha assolto i guardaparco Sandro Bergamo e Mattia Sandrini dall'accusa di truffa in relazione a una serie di episodi verificatisi tra il 2017 e il 2018 nel Parco Naturale Alta Valsesia dove entrambi lavoravano.

Nel dispositivo della sentenza letta martedì pomeriggio dal giudice Enrica Bertolotto, i due valsesiani vengono assolti con formula ampia (in alcuni casi «perché il fatto non sussiste», in altri episodi «perché non costituisce reato») e possono tirare un sospiro di sollievo dopo anni difficili e pesanti, nei quali hanno dovuto affrontare un lungo periodo di sospensione dal lavoro e dallo stipendio e il processo che hanno seguito fin dalla prima udienza.

Nei loro confronti l'accusa aveva chiesto condanne a 18 mesi (per Bergamo) e 15 mesi (per Sandrini), oltre a risarcimenti tra i 16mila e i 18mila euro. I due, che fin dall'inizio dell'indagine avevano respinto ogni accusa, avevano scelto di andare a dibattimento per poter dimostrare di aver agito sempre in modo corretto nei confronti dell'ente Parco. E, almeno in primo grado, la loro scelta è stata premiata.

L'indagine, partita da una lettera anonima, era poi stata sviluppata dai Carabinieri attraverso l'acquisizione di atti, intercettazioni ambientali, appostamenti e geolocalizzazioni: materiali – video soprattutto - che, per l'accusa, andavano a suffragare l'ipotesi che i due facessero altro in orario di lavoro. Dal canto loro, i guardaparco hanno sempre contestato l'impianto accusatorio, sostenendo che geolocalizzazioni e video non rendessero il quadro di quello che era il loro impegno lavorativo. Bergamo, ex sindaco di Alagna per due mandati, rilasciando spontanee dichiarazioni, aveva spiegato che, contrariamente a quanto sostenuto dall'accusa, il suo impegno lavorativo era ben superiore alle 800 ore previste nel contratto: talvolta raggiungeva aree del parco direttamente con mezzi propri, in altri casi saltava recuperi e riposi. Sandrini, dal canto suo, in alcune occasioni aveva lavorato da casa utilizzando il proprio pc dal momento che l'ente, ad Alagna, aveva a disposizione locali molto poco confortevoli e sguarniti di attrezzature. Ad esempio, per lungo tempo non c'è stata una timbratrice funzionante, le strumentazioni informatiche erano di fatto inesistenti e diverse stanze utilizzate come punti di appoggio erano prive di riscaldamento. Sempre nel corso del processo era poi emerso come, tra i compiti svolti dai dipendenti del Parco, ci fosse anche la sorveglianza di aree che si trovavano all'esterno dei confini dell'ente oltre a una serie di disagevoli spostamenti, finiti nel faldone di inchiesta ma contestati dalle difese.

Nelle loro arringhe i legali Maria Grazia Pellerino (per Bergamo) e Lucia Antonella Rapana (per Sandrini) avevano chiesto l’assoluzione mettendo in fila una serie di tasselli per dimostrare la mancata sussistenza del reato di truffa e richiamandosi non solo a quanto previsto dai contratti di lavoro, ma anche a ciò che era stato riferito da alcuni testimoni vicini ai due guardaparco e anche da sindacalisti e persone esterne. Tutti i testi avevano sottolineato le criticità logistiche con le quali i dipendenti dell'ente dovevano fare i conti quotidianamente.

Presenti alla lettura della sentenza, così come avevano fatto per tutte le udienze del processo, i due guardaparco hanno lasciato l'aula visibilmente sollevati e soddisfatti, dopo aver visto riconosciuta la correttezza del loro comportamento.

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