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Arte e Cultura | 13 novembre 2020, 21:50

La storia fantastica (e dimenticata) del Gruppo Forme

Siamo nella Vercelli del 1948 e un gruppo di artisti si confronta e si riunisce da Taverna e Tarnuzzer

Francesco Leale

Francesco Leale

Scrivevo nel 2008: “(…) il 1948, a Vercelli, è anche l’anno della completa affermazione del Gruppo Forme, che aveva esordito poco prima (Natale 1947) con una mostra collettiva; nel 1968 fu celebrato il ventennale con i protagonisti ancora viventi, ma oggi non sarebbe male tornare sull’argomento - ma già ben fecero il professor Mario Guilla e Studio 10 nel 1978 con un’altra iniziativa celebrativa a Santa Chiara dove mettevano a confronto per ciascuno degli otto membri originari un quadro dell’epoca con un altro recente - visto che in fondo rimane l’unico movimento pittorico di risonanza nazionale che la città ha espresso come tale”.

A distanza di anni ritrovo quasi per caso il ricordo di Gian Paolo Torres sul web magazine «L’usignolo» del 14 dicembre 2015. Torres - anch’egli pittore, su molti aspetti vicino alla poetica del Gruppo Forme, e al contempo valente critico d’arte - traccia una memoria storico-critica di empatica suggestione e di commovente lirismo, a pensare che Vercelli, spesso ingrata verso le proprie figure geniali, non ha fatto nulla per magnificare un piccolo movimento che in poco tempo è riuscito a far parlare di sé e a catalizzare l’attenzione sull’arte vercellese come non accadeva dai tempi di Guadenzio Ferrari o Bernardino Lanino.

Dunque Torres scrive: “(…) si usciva dalla guerra e dalla dittatura…vivi. Per reazione alla violenza ed alla diffidenza si accentuò il desiderio di comunicare, la disponibilità ad accettarsi, un bisogno essenziale di umanità. Fu perciò naturale, logico, quasi inevitabile che un gruppetto di amici si incontrasse, senza prevenzioni, per trascorrere insieme qualche serata. Tutto ciò accadde da un giorno all’altro. Il braccio esecutivo era composto [in ordine alfabetico] da Vittorio E. Bergomi, Amedeo Corio, Armando Donna, Fabio Fabiano, Francesco Leale, Renzo Roncarolo, Edoardo Rosso, Guglielmo Tricerri, e quello meramente culturale era rappresentato da Carlo Barone, Nilo Celoria, Ugo Donati, Giovanni Rissone e lo stesso Corio. Come ritrovo si scelse la vecchia Pasticceria Taverna & Tarnuzzer, nel cuore della Vercelli storica, col suo salone discreto, vagamente crepuscolare, apparentemente in contrasto con la prorompente chiassosità del gruppo!”.

Fu un evento spontaneo la genesi del Gruppo Forme “(…) e senza ambiziose finalità. Quasi fortuito. Fu la proposta di un incontro tra amici, semplicemente per creare l’occasione di frequentarsi, di esprimersi, di identificarsi in un cenacolo disincantato e disintossicante che si fece via via sempre più vivace, man mano che il gruppo prendeva conoscenza non senza stupore del proprio ruolo che si andava definendo”.

Ma a sorprendere tutti i componenti del Gruppo Forme rimase la repentina notorietà rovesciatasi addosso: “(…) da un momento all’altro - è sempre Torres a raccontare - anche dal di fuori dell’ambito provinciale, con adesioni e consensi del tutto insperati e non previsti, cogliendoli impreparati per un’affermazione più ampia. L’immobilismo è comodità, e teme l’erosione della novità. Per questo si difende dall’innovazione. Il Gruppo Forme in quel momento rappresentava questa antitesi. Vennero critici da Torino e Milano per scrivere del Gruppo. Anche la direttrice della Quadriennale di Roma si interessò ciò che il gruppo stava facendo”.

L’esistenza collettiva, come spesso accade ai grandi movimenti artistici (ad esempio quelli annoverati fra le cosiddette avanguardie storiche della prima metà del Novecento), incontra purtroppo enormi difficoltà sul piano gestionale ed economico-finanziario: “La vita del gruppo nella sua pienezza - prosegue Torres - non durò più di due, tre anni. Poi andò, poco a poco attenuandosi col diradare delle presenze, qualche anno ancora per divenire poi un saltuario, discreto incontro… sempre meno frequente… di amici. Per ragioni esistenziali,come abbiamo descritto nell’apertura. Lavoro,affetti,impegni familiari. Non per contrasti, né per dissapori, tanto meno per disamore o per rinuncia. Semplicemente ognuno ebbe da andare in qualche direzione diversa dagli amici, ma non per motivi artistici. Ognuno restò fedele al proprio mondo artistico, ma più intimamente. E fu un male, perché significò la dispersione di una valida e solidale vitalità artistica”.

Finita l’esperienza unitaria e collegiale gli otto artisti del Gruppo Forme vanno per le proprie strade individuali, restando sempre e comunque attivi nella pittura (qualcuno anche nella scultura, nella grafica, nella ceramica): c’è chi consolida la propria fame a livello nazionale, chi invece torna a occupare un posto non irrilevante a livello locale. Ho avuto modo, già da ragazzo. di conoscere tre dei componenti del Gruppo Forme e in particolare con un paio di essi si era persino instaurata una sorta di amicizia e di collaborazione: nessuno di loro mi ha mai parlato del Gruppo Forme se non sollecitato da qualche mia domanda, riguardante la loro estetica. Dai miei ricordi circa le loro ‘confessioni’ obiettivo comune al Gruppo Forme era il rifiuto dell’arte fascista e della retorica visiva imposta dalla propaganda mussoliniana.

Il loro modello era anzitutto il Gruppo dei Sei di Torino - Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio, Enrico Paulucci - che già prima della guerra dipingevano alla maniera degli Impressionisti francesi (vietati dal regime), ma anche la scoperta di tutto quello che la dittatura aveva vietato da Picasso in avanti: in particolare le frequenti visite alla Galleria La Bussola in via Po a Torino, che esponeva infatti i protagonisti delle avanguardie europee prima mai visti, rappresentavano autentici pellegrinaggi artistico-culturali. Proprio per questa eterogeneità di sollecitazioni visive, il Gruppo Forme non ebbe giustamente uno stile unico: nei loro accalorati dibattiti da Taverna & Tarnuzzer propugnavano la libertà di aderire a tutte le ‘forme’ possibili immaginabili, senza preclusioni o intolleranze verso l’astratto o il figurativo: e in effetti ci furono, tra gli otto, gli artisti magari vicini al cubismo e all’informale o quelli che svilupparono una vena post-impressionista con un imprinting talvolta degno del miglior espressionismo.

Guido Michelone

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