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Gattinara-Valsesia | 22 settembre 2020, 12:35

Messa e un ulivo in ricordo di chi è morto in tempo di Covid

Varallo, commovente cerimonia nell'area del cimitero. Un invito a riflettere sul senso della vita

Il sindaco Botta e don Collarini piantano l'ulivo

Il sindaco Botta e don Collarini piantano l'ulivo

In quei mesi in cui la presenza fisica, un abbraccio, una carezza ci sono mancati, molti hanno lasciato questa terra in completa solitudine, senza neppure il conforto di un ultimo saluto ai propri cari, di una confessione, o di un funerale.

Sabato 19 settembre al camposanto di Varallo, il prevosto don Roberto Collarini ha celebrato una messa di suffragio per i morti in tempo di Covid, animata dal Coro Liturgico San Gaudenzio.
Al termine della liturgia, con una processione aperta dal gonfalone della città di Varallo, celebrante, autorità, familiari dei defunti con in mano un lumino acceso - perché quel filo di luce non deve mai spegnersi, neppure nei giorni più bui - si sono recati all’esterno dello storico recinto cimiteriale per piantare un ulivo, simbolo di pace, serenità e speranza. 

Mentre ritmati echeggiavano i colpi di vanga, si prolungava l’eco dei canti, accompagnata dal rumore dello scorrere veloce delle auto sulla vicina sponda destra. I lumini deposti a terra, intorno all’ulivo, formavano un cerchio di luce, amplificata dal tremolare delle foglie argentee.
Hanno partecipato a questo commosso omaggio alla memoria: il sindaco e presidente della Provincia di Vercelli, Eraldo Botta, il vice sindaco, Pietro Bondetti, il sindaco di Vocca, Giacomo Gagliardini, la presidente della Cri di Borgosesia Daniela Denicola, le Suore varallesi e un gran numero di persone, in piedi, sparse tra le tombe, in silenzio, con i pensieri che salivano in un cielo azzurro polvere, mentre si innalzavano i canti struggenti della Corale liturgica.

Tante persone hanno sostato nel camposanto, come nel giorno di Ognissanti o dei Defunti, ma questa volta unite in preghiera non solo per i loro cari, ma anche per tutti coloro che sono morti soli, se ne sono andati insalutati. Lo strazio, che si aggiungeva al dolore del lutto, ha portato ciascuno a riflettere in modo più consapevole sul senso della vita e sugli affetti, sulla necessità di costruire relazioni vere e autentiche, valori spesso messi in secondo piano rispetto ad un mondo che impone di correre sempre, senza curarsi di chi si lascia indietro, e soprattutto senza rimanere indietro. Quel triste tempo è superato, ma non è tutto finito: occorre rispettare le norme del distanziamento sociale per non mettere in pericolo la propria e l’altrui salute.

Un pensiero particolare è stato rivolto ai medici e al personale sanitario che si sono prodigati per cercare di salvare delle vite: “Questa celebrazione vuole ricomporre quell’umanità che ci era stata tolta nel periodo da marzo a maggio. Si sono cercati dei simboli che parlassero a tutti e lenissero le dolorose ferite: un cuore fiorito, perché la speranza del Padre Celeste non venga mai meno, il cero pasquale, che simboleggia la luce di Cristo e viene acceso durante tutte le cerimonie funebri, al quale sono stati accesi i lumini della speranza offerti ai famigliari dei defunti che, a loro volta, li hanno deposti ai piedi dell’ulivo, un albero che supera i secoli e rappresenta la vita data anche a coloro ai quali è stata violentemente strappata. L’ulivo porta frutti ogni anno, non per sé, ma per chi li raccoglie”. Il celebrante ha poi ricordato due immagini di quei giorni terribili: i camion con le bare dei morti di Bergamo e Papa Francesco inginocchiato da solo in piazza San Pietro, ancora più immensa in quell’assenza, che invitava a trasformare il tempo di prova in tempo di scelta, per formulare un giudizio sulla nostra vita, scegliendo ciò che conta davvero e, soprattutto, prendendo coscienza che non siamo autosufficienti e da soli affondiamo".

Piera Mazzone

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