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Economia | 12 luglio 2019, 08:20

Calcio, da Castigliano a Giuliano: quanta Vercelli tra gli invincibili del Grande Torino

Sono passati settantun anni dalla tragedia che nel maggio del 1949 si portò via probabilmente la più grande squadra italiana di calcio di tutti i tempi.

Calcio, da Castigliano a Giuliano: quanta Vercelli tra gli invincibili del Grande Torino

Sono passati settantun anni dalla tragedia che nel maggio del 1949 si portò via probabilmente la più grande squadra italiana di calcio di tutti i tempi. Stiamo parlando degli invincibili del Grande Torino, la formazione passata alla storia per aver vinto tutto in quasi un decennio nel secondo dopoguerra e per essere stata tragicamente spazzata via da un terribile incidente aereo che uccise l’intera squadra. A bordo del trimotore Fiat G.212 che precipitò sulle colline di Superga vi era anche uno dei figli più illustri della città di Vercelli, Eusebio Castigliano, detto “zampa di velluto” per l’eleganza con la quale si muoveva sul rettangolo verde di gioco.

Su quel maledetto aereo che si schiantò il 4 maggio del 1949 doveva esserci anche un altro cittadino originario di Vercelli, Luigi Giuliano, giovane promessa della squadra ragazzi, chiamato ad aggregarsi con la prima formazione per la partita in Portogallo. Ma all'ultimo, a causa di un malore, Giuliano non riuscì a partire. Fu un segno del destino. La tragedia di Superga, a distanza di 71 anni da quel terribile pomeriggio, viene ricordata come la sciagura più grande alla quale l'Italia ha assistito dal dopoguerra ad oggi. Trentuno furono le vittime dell'incidente aereo, trentuno storie di vita diverse, tutte accomunate dal colore della maglia di quella indimenticabile squadra, vincitrice di cinque scudetti consecutivi dalla stagione 1942/1943 alla stagione 1948/1949 come ricorda il sito di informazioni sportive pokerstarsnews.it.

Giobi, il campione della gente.

Eusebio Castigliano era nato a Vercelli il 9 febbraio 1921 ed era cresciuto nel rione Cappuccini. “Giobi”, così lo chiamavano amici e conoscenti nel quartiere, aveva cominciato a giocare a calcio con la maglia della Pro Vercelli in Serie B. Qui rimase per due stagioni per poi trasferirsi allo Spezia per altri due campionati. Poi arrivò la guerra e Giobi prese ad allenarsi prima con la Biellese e poi con il Vigevano. Nel 1945 arrivò la chiamata del Torino dove il mediano Castigliano si riscoprì essere anche un preciso attaccante, segnando ben tredici reti nelle quattordici partite del girone finale della stagione 1945/1946. Quell’anno Castigliano vinse il primo dei quattro scudetti di fila (fino alla stagione 1948/1949) con il Grande Torino.

Quella di “Giobi” è stata la storia di un campione così comune, diventato poi immortale nei cuori della gente. Si racconta, infatti, che “zampa di velluto” aveva impegnato un premio partita del valore di centomila lire per acquistare una nuova e fiammante bici da corsa, a bordo della quale il calciatore macinava chilometri e chilometri per raggiungere Torino e le altre sedi di allenamento. Castigliano era assai lontano dagli allora (e, a maggior ragione, dai moderni) standard di fuoriclasse del calcio, del campione amato e riconosciuto ovunque dalla gente. A fine stagione o durante le feste, quando tornava dai suoi, spesso soleva fermarsi per giocare a pallone a Prarolo con gli amici di vecchia data, non per soldi, fama o riconoscenza ma semplicemente per il piacere di stare insieme e godersi, a fine partita, una cena a base di pasta e salumi.

La tragedia di Superga e la scomparsa del Grande Torino.

Anche Castigliano partecipò nel maggio di 71 anni fa alla trasferta di Lisbona con il Torino. I granata scesero in campo il 3 maggio per una sfida amichevole contro il Benfica il cui incasso sarebbe dovuto andare in beneficenza al capitano dei portoghesi Francisco Ferreira. In realtà quella contro il Toro doveva essere la gara d’addio al calcio per Ferreira che, seppur assai famoso in patria, non riuscì (come, del resto, la maggior parte dei calciatori dell’epoca) a mettere da parte del denaro per garantirsi il secondo tempo della sua vita in pace e serenità.

Quella partita, l’ultima del Grande Torino, finì 4-3 per i lusitani. Il giorno dopo, il viaggio di ritorno verso il capoluogo piemontese si fermò bruscamente qualche chilometro prima di Torino, sulle colline di Superga. In quell’incidente persero la vita anche i componenti dell’equipaggio, i giornalisti al seguito della squadra, accompagnatori e dirigenti societari.



Richy Garino

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