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Arte e Cultura | 16 maggio 2020, 15:19

I racconti dell'Unipop 2019-2020: ecco i primi quattro

Il testamento di P. - Mia nonna guidava la Balilla - Blu - L'autonalisi del mio segreto

I racconti dell'Unipop 2019-2020: ecco i primi quattro

Questi sono alcuni racconti scritti da chi ha frequentato il mio corso di scrittura all'Università popolare, anno 2019-2020. Pubblico i primi quattro, ne arriveranno altri. Al termine di sarà un pdf finale che verrà pubblicato ancora qui, su Infovercelli24. Buona lettura

r.b.

Il testamento di P.

di Laura Tarchetti

Arriva il momento in cui si ha la sensazione di non poter più rimandare. Nel corso degli ultimi tempi ci ho pensato spesso, ma ho sempre fatto finta di non farlo, spostando subito l’attenzione su qualcosa o qualcun altro, a seconda del momento. Un’auto ferma in coda con i finestrini abbassati da cui proviene una canzone sconosciuta, una nuvola a forma di drago che avanza ruggente verso il mare, una pozzanghera in cui intravedo il riflesso di una parte di me, un gruppo di operai che dispone le segnalazioni di apertura di un cantiere, nelle prime luci del mattino. Un’altra immagine, un altro pensiero, e via ancora con un’altra immagine. Passare oltre, vietato fermarsi.

Ma le mie giunture ora stanno scricchiolando, la stanchezza sta prendendo il sopravvento e ho paura che, continuando a ignorare la mia situazione di evidente decadimento fisico, non riuscirò a portare a termine nemmeno queste poche righe. Prendo coraggio, raccolgo le ultime energie, scrivo, allora.Ho compiuto cinquant’anni l’autunno scorso: non sarebbero nemmeno tanti, se non fosse per questo lavoro massacrante, spaccaossa, che ha cominciato a uccidermi tempo fa, che continua a uccidermi lentamente, minando ogni parte del mio corpo. Io gli ho dato l’anima, lui se l’è presa e, in cambio…niente, ecco.Vedo la fine, penso sia questa la mia ricompensa, la mia liberazione. Forse resterà di me un ricordo, un’emozione, un po’ di commozione. Rabbia, magari, anche, chissà. Non ho scelto, mai. Ho accettato, sempre. Il mio lavoro è stata la mia vita, e viceversa. Mio padre, pace all’anima sua, ha deciso per me: il suo prediletto, tra i suoi numerosi figli, forse perché ha potuto plasmarmi a suo piacere. Un simbolo del suo narcisismo, della sua sete di immortalità. E io nel bene e nel male, condannato a vivere, e ora, a morire.Facile, si dice che ci sia sempre una via d’uscita, che la vita è costruita da noi stessi. Facile, per chi si ferma alle apparenze, per chi giudica da ciò che vede e non riesce a cogliere l’essenza, il cuore nascosto. E tu, che ora mi leggi, ci riuscirai?È l’alba, che è il momento della giornata che preferisco: l’ora in cui non si mente, sospesi tra un sogno che va finendo e la realtà che va svegliandosi. È l’attimo in cui mi sento fiducioso, quando il giorno è ancora solo una promessa. Oggi però è ancora buio quando già dovrebbe diffondersi il chiarore, piove fitto e il traffico solleva una nebbia grigia di gocce indecise tra cielo e asfalto. Ogni tanto, un tuono, una raffica di vento, e io ho paura. Siamo in estate, ma non sembra, se non per la temperatura piacevole: in una fotografia scattata ora potrei sembrare un vecchio immortalato in uno scorcio di autunno inoltrato. Con un po’ di fortuna, però, con tutta quest’acqua, i miei contorni potrebbero sfumare senza rivelare le mie reali condizioni. Ho ancora tempo, comunque, prima che Lei arrivi. Ecco, sì, vorrei vederla un’ultima volta, farle sapere che, qualunque cosa accada, è al sicuro.Ho incontrato migliaia di persone, non ho conosciuto nessuno. Molti sono passati in fretta, solo un attimo, di sfuggita, neanche il tempo di scorgerne le fattezze, altri si sono fermati un poco di più. Alcuni altri, ancora, sono diventati invece presenze familiari, per periodi più o meno lunghi, ma solo qualche volto mi è rimasto impresso nella memoria. Quello di Lei, appunto, nemmeno so perché. Empatia, chimica, colpo di fulmine, il caso, non importa. Ho visto andare e venire famiglie intere, uomini soli, abitanti del posto, gitanti, lavoratori, vecchi, giovani, bambini, turisti, stranieri, neonati. Lo scorso anno, proprio qui, è nato un bimbo. Mi sono commosso un po’, mi sono sentito partecipe, pur non avendo fatto nulla. Ero soltanto presente, tutto lì. Ho pensato stupidamente che quando fosse stato grande, avrebbe forse potuto ricordarsi di me, magari con un sorriso. Ma ho visto anche qualcuno morire, nel corso degli anni. In quei casi, invece, avrei soltanto voluto defilarmi, sperando che nessuno pensasse che potesse essere dipeso da me. Ero soltanto presente, come sempre, tutto lì.
Non ho nulla da lasciare, quindi forse è esagerata la parola testamento per definire queste mie poche righe. Non possiedo nulla, se non queste mie spoglie che saranno certo un peso per chi se ne dovrà occupare. Ma si passerà oltre, come accade con chiunque e con qualunque cosa. Magari potrei avere qualcosa da insegnare, certo, questo sì, è sempre una questione di esperienza. Sono convinto di averne molta, nel mio campo. Per insegnare, però, bisogna avere come controparte qualcuno che impari, che abbia intenzione di farlo. Esiste questo qualcuno? Non ne ho idea, e non potrò saperlo mai: posso soltanto sperarlo, mentre tu, che mi sopravvivi, probabilmente lo scoprirai presto.Nel frattempo, piove più di prima, soffia un incessante vento tagliente e il sole, che non posso vedere, dev’essere ormai alto: sono sempre più spossato e sento che sto cedendo, stremato, come se dovessi addormentarmi da un momento all’altro. Posso sentire distintamente lo scricchiolio delle mie ossa, nonostante il rumore del traffico e del temporale. L’umidità mi attraversa implacabile, determinata a darmi il colpo di grazia. Voglio resistere, devo soltanto ancora vedere Lei. Di solito passa in tarda mattinata, quando si dirige verso il casello autostradale per raggiungere il posto di lavoro. Non so che ore siano, ma a giudicare dalla luce è in ritardo. Intravedo solo la sagoma delle auto che passano, tra le luci degli stop che si accendono ad intermittenza e i tergicristalli che vorticano frenetici.Poi, eccola, nella sua auto bianca… un minuto, due al massimo, prima che scompaia dietro la curva, laggiù in fondo, direzione levante. La fisso lungo il percorso, per imprimermela bene nella memoria, perché sia la mia ultima immagine, e Lei se ne va in una nuvola d’acqua, i fari accesi, incurante di me, verso la sua giornata, probabilmente una giornata come tante. O forse no.

Ora, finalmente, posso andarmene anch’io.

Genova, 14 agosto 2018
P. Morandi

***

Mia nonna guidava la Balilla

di Paola Lamberti

 

Mia nonna Maria era una ragazza del '99.Rimasta vedova divenne titolare della panetteria avviata con tanti sacrifici insieme a Berto, sposato al suo ritorno del Piave. Dopo la morte prematura del nonno, proprio nel mezzo del conflitto mondiale, prese la patente di guida per consegnare il pane fresco alle rivendite, sulla strada dei Giovi nei dintorni di Genova, a bordo della Balilla furgonata. Erano momenti di forti incertezze, di commercio della Borsa Nera, di incursioni di Tedeschi che dopo l’8 settembre presidiavano le vie d’accesso alla città e il ponte da cui si accedeva al forno era minato, mentre nei dintorni sui bricchi si muovevano i partigiani.
La chiamavano Maria a furnea e aveva una certa autorevolezza, data forse dalla statura e dal fisico allenato fin da bambina a far legna nei boschi. La vita non era stata tenera con lei, ancora piccina aveva perso la mamma e, come era abitudine allora, lei e i fratellini erano stati mandati presso parenti e cugini, mentre a casa era rimasta la sorella maggiore, ad aiutare il padre nella bottega di famiglia. Poi il matrimonio, i figli e i sacrifici per comprare quei muri per l'attività del panificio e proprio quando si cominciava a star bene era rimasta sola in poche ore, con due figli e il lavoro da mandare avanti.
Durante la guerra, quando suonava la sirena per le bombe la gente correva là, nel forno antico. Non era un vero rifugio antiaereo, ma era seminterrato, aveva muri larghi e le spesse volte in mattone davano fiducia. Profumava di buono, poi era caldo, anche di giorno il tepore restava e per molti in inverno era un vero regalo.
La nonna non diceva mai di no a nessuno e la gente si radunava, sedeva sui casseri in legno che di solito servivano a far lievitare le pagnotte e si raccontavano storie dietro ai vetri blu dei finestroni oscurati.

 ***

BLU

di Alessia Filingeri

E sono di nuovo qui, seduto al tavolo della cucina di casa nostra. In silenzio, lo sguardo fisso verso la finestra. Anche stavolta non ho saputo fare nulla.
Tu adesso stai riposando, lo fai sempre, ogni volta che succede. La casa è in silenzio come me e mi fa strano. Di solito a quest'ora ci sei tu che giri ballando e cantando mentre cucini qualcosa per me. Solo adesso mi accorgo che è ora di cena, ma io non ho fame. Il mondo intorno a me si azzera quando tu hai le tue crisi. Tutto si svuota, perde di senso. Sono dipendente da te, come tu lo sei da loro. Sono dipendente da te a tal punto che, quando non ci sei, anche se per poco, non riesco a respirare. Ma tu adesso dormi, amore mio, io ti aspetterò qui, ci sarò al tuo risveglio. Ci sono ogni volta.
Ho paura però. Ho paura perché non so come aiutarti, ho paura perché non so nemmeno se tu voglia essere aiutata. Ho paura perché ogni volta che tu non riesci a respirare, che inizi a tremare è come se tremasse tutto il mio mondo insieme a te. E mi sento impotente e inutile. Io non posso farti stare meglio, mai. Come vorrei che il mio amore per te fosse abbastanza da guarire i malanni della tua anima. Come vorrei poterti tirare fuori da questo vortice di autodistruzione in cui sei entrata. Come vorrei non essere costretto ad alzarmi ogni volta, andare verso il bagno e prendere dall'armadietto blu quelle maledette pillole che tu hai voluto comprare, perché i miei abbracci non bastano a calmarti. Il solo pensiero di poterti perdere mi uccide.
Il tuo umore cambia sempre molto in fretta e non so mai se assecondarti o cercare in qualche modo di scuoterti dal torpore che costantemente ti avvolge, come una coperta di lana d'inverno. Deve essere rassicurante per te, anche solo per un attimo, sentirti al sicuro. E io sono qui e ti amo così tanto e vorrei che tu stessi bene e vorrei che lo facessi un po' anche per me. Da quando tu stai male, anche il mio umore cambia insieme al tuo. Alle volte sono così arrabbiato con te al punto che non so se lasciarti a te stessa e sparire o se amarti ancora più forte. E' un controsenso lo so, ma tutta la mia intera vita lo è da qualche mese a questa parte. Mi sento impotente, mi sento inutile. Vorrei che fossero i miei baci a calmarti, i miei abbracci a darti la pace che cerchi così disperatamente. E invece, puntualmente, ogni volta, mi scontro con quella che è la realtà della nostra vita insieme, il disco rotto che non riusciamo a tirar fuori dallo stereo, il gioco in cui comunque vada, perdiamo sempre noi. Perdi sempre tu.§
Quante volte, amore mio, mi hai detto che avresti smesso, che avresti provato a farti aiutare da un medico, quante... non le conto più. Ho perso il conto, quando ho capito che se non l'avessi fatto, avrei perso anche te. Il fidanzato della drogata, adesso mi chiamano così. Ma non m'importa amore mio, non m'importa, loro non lo sanno che tu stai male. Loro non lo sanno che tu mi hai promesso che smetterai. Loro non lo sanno che tu non ti droghi, che è solo un modo per evadere dal dolore che piano piano ti sta divorando da dentro, che sta scavando in te. A volte, quando hai le tue crisi te la prendi anche con me e inizi ad urlare, sembri un'altra persona e un po' mi fai paura. In quei casi non le vuoi nemmeno le pillole ed io ti lascio sfogare e poi ti calmi. Altre volte invece sono costretto a fartele ingoiare di forza, perché se no finisce come l'altra volta. Te la ricordi? Io si.
Stavo seduto vicino a te su quel letto d'ospedale, a fissarti mentre dormivi, a pensare che non avevo mai visto niente di più bello del tuo viso sereno. Sembrava che dormissi così bene. Dormivi perché ti avevano indotta in coma farmacologico, avevi perso troppo sangue da quelle che adesso sono cicatrici, due linee che deturpano il tuo meraviglioso corpo da un anno a questa parte ormai. Io gliel'ho detto ai tuoi che guarirai, che mi serve ancora un po' di tempo per convincerti a crederci, ma loro non mi credono. Io gliel'ho detto che sarò io a guarirti, se tu non vorrai farlo di tua spontanea volontà, ma loro continuano a parlare di centri specializzati e di riabilitazione. Se solo ti avessero dato più baci che giochi. Se solo si fossero accorti tra un pratica e l'altra che avevi smesso di mangiare. I "se" adesso servono a ben poco, lo so.
Ma tu riposati, amore mio. Io sarò qui al tuo risveglio, ci sono sempre. Vedrai che starai bene. Andrà tutto bene. E se non andrai bene, io verrò con te.

***

 

L’autoanalisi del mio segreto

di Giancarlo Secci

 

Dal momento stesso in cui presi la decisione di fare “Outing” tutto il mondo attorno a me cambiò. Le amiche sparirono lentamente dai “radar”, quasi che starmi accanto potesse essere contagioso.
I colleghi di lavoro smisero di invitarmi a prendere un caffè e le colleghe invece, sempre più spesso, preferivano contattarmi via mail o per telefono. Mio padre si era rinchiuso nella sua “vergogna” e nel suo silenzio; i nostri dialoghi si limitavano a dei monosillabi e ogni tentativo di affrontare l’argomento andava a sbattere contro un muro di silenzio. Mia madre purtroppo non c’era più. Peccato, perché lei avrebbe quantomeno tentato di capirmi e provato a darmi dei consigli.   E io in quel frangente avrei avuto un bisogno folle di quei consigli. 
- Ma sei sicura? – mi avrebbe detto aggrottando le sopracciglia.
- Certo che lo sono – le avrei risposto con aria seccata
– Cosa credi? Non sono mica decisioni che si prendono a cuor leggero. –
- Ma spiegami per cortesia… Cosa ti hanno fatto di male gli uomini? Perché li detesti in questo modo? –
- Non è vero che li detesto. Li odio proprio. –

Me la stavo immaginando esattamente come se fosse ancora proprio davanti a me, dritta con le mani sui fianchi a fissarmi con uno sguardo severo di disapprovazione.
- Si mamma. Li odio perché sono insensibili e violenti, egoisti e presuntuosi. –
- Ma cosa dici, tesoro. Questi che descrivi sono solo stereotipi che non possono rappresentare tutto il genere umano maschile. Non posso credere che tu non abbia mai trovato un uomo gentile e premuroso sulla tua strada… Tuo padre per esempio… -
- E no! Per cortesia non tirare in ballo papà come se fosse un fulgido esempio di padre e marito attento e presente. Per cortesia non provare a santificarlo davanti a me come se io non lo conoscessi; come se io non sapessi cosa ti ha fatto passare prima e dopo la mia nascita. –

Mia madre avrebbe socchiuso gli occhi, si sarebbe passata il dorso della mano sul volto per asciugare qualche fugace lacrima e poi mi avrebbe fissata con sguardo di sfida difendendolo senza esitazione.
- Tu non sai proprio nulla. Tu vedi solo quello che vuoi vedere. Lo detesti perché non è mai riuscito a mostrarti a pieno il suo affetto quando eri piccola e ancor meno dopo che la mia malattia ha avuto il sopravvento. É un uomo devastato che soffre di solitudine e vorrebbe chiedere aiuto al mondo ma non riesce a pronunciare le parole giuste. Lo sta chiedendo anche a te ma tu non riesci a sentirlo, sopraffatta come sei dall’odio che pervade ogni tua fibra. –
- Certo. Come no. Adesso mi dirai che il mio disprezzo per gli uomini deriva dal rapporto conflittuale nei confronti di papà, vero? Se vuoi anche questo è un cliché da psicologo da quattro soldi. -
- Lo stai dicendo tu, tesoro. Io ti sto solo aiutando a guardarti dentro. Io non sono qui. –
Litigare con mia madre senza poterla poi abbracciare per fare pace: una sensazione devastante. - Non riuscirai a farmi dire quello che non penso e non voglio. –
- Certo, ma non sono qui per queste ragioni. Desidero solo farti aprire la mente e il cuore e invitarti a osservare il mondo con occhi nuovi… Non voglio ripetermi ma come ti ho già detto: io non ci sono. –
- Smettila, mamma. Lo so benissimo ed è inutile che me lo ricordi alla nausea, ma in questo momento ho bisogno di parlare con te. –
- Ed io resterò qui a confrontarmi con te fino a quando ne avrai bisogno. –
Belle parole. Non me le aveva mai pronunciate quando era viva e Dio solo sa se ora avevo voglia di sentirle dalla sua viva voce.
- Lei chi è? –
- Sai benissimo chi è, mamma. Smettila con questi giochetti. –
- Sei tu che hai iniziato questo gioco e lo stai facendo perché hai una voglia matta di parlarmene e di presentarmela. –
- Lei è fantastica. Non ho mai trovato una persona come lei. Ci si capisce senza bisogno di tante parole. Abbiamo gli stessi gusti: ci piacciono gli stessi libri e ce li passiamo in continuazione. La scelta dei film da vedere al cinema è una cosa spontanea e facilissima. Cucina benissimo e apprezza senza brontolare le mie pur scarse capacità culinarie. E poi c’è… -
- Basta, basta per cortesia. Che noia e tristezza questo quadro di famiglia da spot pubblicitario. -
- Ma cosa dici mamma? -
- Non fingere di non capire. L’immagine famigliare che mi stai prospettando non esiste nella realtà e in fondo non ci credi neppure tu. –
- Sei la solita, mamma. Sempre pronta a smontare tutte le mie idee. Ad abbattere ogni mia euforia. Ho sempre sospettato che tu fossi un po’ gelosa della mia felicità; quella che a te è mancata per gran parte della vita. –

Sarebbe seguito un breve silenzio carico di imbarazzo. - Parli della mia infelicità per esorcizzare la tua depressione cronica. Provi godimento nel convincerti che il mondo trama alle tue spalle per condurti a tristezza e dolore. –
- Smettila. –
- Hai il terrore di confrontarti con gli altri. Temi le critiche. –
- Smettila! -
- Non è vero che odi gli uomini; semplicemente hai paura di confrontarti con loro. - Smettila, smettila mamma! –
Davanti alla mia reazione accalorata, si sarebbe bloccata, avrebbe strabuzzato gli occhi e mi avrebbe sorriso.
- Colpita sul vivo? –
- No. Io mi sono confrontata con molti uomini e sono sempre uscita sconfitta. Lo trovi giusto, mamma? –
- Sei sicura di esserti proposta nella maniera giusta? –
- Si. Sono sicura. –
- Beata ragazza. Ho sempre invidiato le tue certezze incrollabili. Le ho invidiate ma le ho anche temute, perché la vita è fatta di certezze ma anche di mediazioni, relazioni, compromessi, rinunce, pazienza, litigi… -
- Quanto sei noiosa! Dove vuoi arrivare? Devi fartene una ragione: a me piacciono le donne ed ho deciso di vivere a mia relazione d’amore con una donna. –

Mia mamma avrebbe fatto un profondo sospiro; avrebbe scosso la testa e avrebbe insistito. - Tesoro, io ti conosco da tutta la vita. Non ho nulla contro i gay o le lesbiche, ma sono di una vecchia generazione e faccio fatica a pensare che una donna possa fare a meno di un uomo. La natura ci ha fatti diversi e complementari per delle ragioni ben precise e tu stai insistendo che sia giusto mettere in dubbio queste certezze; io invece temo che la tua sia una decisione dettata da sentimenti di “paura nell’altro sesso”.  Oppure, se preferisci, di difficoltà di comunicazione con “l’altra metà del mondo”. –
- Ma dai… Sei proprio vecchia. Ti informo che il mondo è cambiato dai tempi della tua gioventù. –
- Mi spiace smentirti ma il mondo è sempre lo stesso; quella che è cambiata è la testa di certa gente. Oggi le donne sono più consapevoli, qualcuno direbbe che hanno “alzato la testa”, hanno ottenuto ruoli paritari con l’uomo in molte situazioni, talora hanno anche un’autonomia economica che tempo addietro era considerata una chimera; tutto molto bello e certamente positivo, ma non sono certo diventate ermafroditi … non tutte almeno… Vogliamo allora parlare della maternità? –
- Non m’interessa avere figli. – le avrei risposto sdegnata.
- E lei cosa ne pensa? Ne avete parlato? –
- Come ti ho già detto siamo in perfetta sintonia. Anche riguardo a questo argomento. –
- Benedetta ragazza. Ora si che traspare tutta la tua ingenuità. Dai retta per una volta a chi ha i capelli bianchi; il desiderio di maternità arriverà anche a te come succede ovunque nel mondo. Siamo degli animali; a volte un po’ più intelligenti delle altre specie che ci circondano, ma sempre degli animali e alla fine l’istinto di procreare arriva, irrefrenabile. –
Lei mi avrebbe lanciato uno sguardo di sfida convinta di avermi chiusa nell’angolo ma io invece mi sarei scansata e avrei reagito con fermezza.
- Non succederà. –
- Oh si che succederà. La mancanza di maternità è uno dei principali motivi di attrito nelle coppie. In moltissimi casi le manda in crisi in maniera definitiva e non pensare che una coppia formata da due donne ne sia immune. La tua fermezza magari potrà averla vinta sull’istinto, ma lei, sei sicura che avrà la tua stessa forza? –
- Se anche fosse, esistono tanti e tanti modi per procreare senza l’intervento diretto di un uomo. –
- Certo. In buona parte illegali e a volte anche pericolosi. -
- Sei ridicola mamma. Dove vuoi arrivare? L’omosessualità non è una malattia. Io non sono malata. –
- Malata forse no ma confusa certamente sì. Vogliamo parlare allora della figura paterna? L’ipotetico figlio che concepirai in provetta dal seme di uno sconosciuto, crescerà amato e coccolato da due donne certamente fantastiche, eppure avrà bisogno di un uomo che plasmi il suo carattere grazie alle specificità maschili del suo DNA. Se non troverà in casa questa figura la cercherà altrove. E’ nella natura delle cose. –
- Stai cercando di spaventarmi ma non ci riuscirai. –
- Sto cercando di farti ragionare. Quando crescerà, vorrà sapere chi è suo padre e se non sarai in grado di dargli una risposta si metterà a cercarlo, con tutte le sue forze e rischierai di perderlo. –
- Basta. Smettila di tormentarmi. –
- Eh no mia cara, non ho intenzione di smettere. Mi hai chiamata in causa perché vuoi delle risposte da me; perché ci sono dei dubbi che ti rodono e minano la tua serenità; ebbene ora sono qui e ti metterò davanti ai tuoi fantasmi. Vogliamo parlare di quando tuo figlio andrà a scuola e dovrà spiegare ai compagni e agli insegnanti che ha due mamme ma non un papà? Pensi di riuscire a fargli superare questo trauma infantile? Pensi che questa società sia già pronta, aperta e in grado di rispondere con lucidità a situazioni così particolari? -
- Io ho fiducia nella gente. –
- Stai mentendo a te stessa. La gente è formata anche da uomini… quelli che tu credi di odiare dal profondo. –
- … e poi io avrò una femmina! Ne sono convinta. –

Lei avrebbe sbuffato scuotendo la testa. - Certo. Ne sei convinta. Credi davvero che basti avere una figlia femmina per risolvere tutto? Sei convinta che una bambina non abbia anche lei bisogno di un padre per crescere bene? –
- Io non ne ho avuto bisogno e sono cresciuta bene ugualmente. –
- Sei ingiusta nei confronti di tuo padre. A modo suo e con i limiti del suo carattere, anche lui ti ha cresciuta, ti è stata vicino e ha contribuito a renderti la donna forte e determinata che sei ora. Ti stai accanendo su una persona che non riesce a mostrare i propri sentimenti proprio come capita a te; lui non ha ancora superato il dolore causato dalla mia morte, sta cercando di superare una fortissima depressione a cui ha dovuto aggiungere la notizia della tua esternazione. In questo momento si sta domandando dove ha sbagliato con sua figlia. –

Sono certa che avrebbe accompagnato queste parole con un paio di lacrime e avrebbe cercato di nasconderle con un gesto furtivo della mano o con un fazzoletto. - Vedi tesoro, in questo momento tuo padre si sta interrogando su tutte queste cose. Sta cercando di farsi coraggio e ha una voglia matta di ritrovarti, di parlarti, di dirti quanto ti vuole bene e quanto è dispiaciuto di aver aspettato tutto questo tempo prima di riuscire ad aprirsi. É pronto ad accettare la tua decisione, a supportarti senza esitazione se questo è quello che vuoi veramente. Ha solo bisogno di una cosa. –
- Che cosa, mamma? –
- Ha bisogno che tu gli apra il tuo cuore… e la porta di casa tua. –  

Mi voltai di scatto verso la porta e udii distintamente due leggeri colpi. Quando aprii, la mano esitante di mio padre era ancora sollevata nel gesto di bussare per la seconda volta.
- Io volevo dirti… -
Pronunciò queste poche parole con voce strozzata dalla tensione senza riuscire a terminare il suo pensiero. Prontamente lo soccorsi. - … tranquillo, so tutto. La mamma manca tantissimo anche a me. Ti chiedo perdono e ho un gran bisogno di abbracciarti. –
Restammo a lungo avvinghiati in lacrime, immaginando che una terza persona ci avvolgesse entrambi con le sue dolci braccia, felice di rivederci nuovamente insieme. Ci sarebbe stato in seguito il tempo per parlare.


Laura Tarchetti, Paola Lamberti, Alessia Filingeri

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