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Economia | 20 novembre 2019, 13:05

La fotografia alle soglie del 2020: come approcciarsi in maniera professionale alla fotografia, oggi?

Vera e propria passione, un tempo sicuramente più costosa (si pensi solo ai rullini: nessuna foto poteva essere sprecata) e più “lenta”, oggi invece è una passione per qualunque età

La fotografia alle soglie del 2020: come approcciarsi in maniera professionale alla fotografia, oggi?

Smartphone sempre più potenti e app in cui raccontare se stessi e farsi conoscere al vasto pubblico sono ormai cosa di tutti i giorni. E proprio questa rivoluzione tecnologica e culturale ha reso ancora più comune e alla portata di tutti la fotografia.

Vera e propria passione, un tempo sicuramente più costosa (si pensi solo ai rullini: nessuna foto poteva essere sprecata) e più “lenta”, oggi invece è una passione per qualunque età.

Come un neofita dovrebbe approcciare la materia fotografica: teoria e strumenti

Come per tutte le attività, professionali o amatoriali, che necessitano di essere apprese o, se preferiamo, "imparate", anche la fotografia dovrebbe seguire la logica dell'unione fra teoria e pratica. A differenza di altre attività però, ad esempio il suonare uno strumento musicale, la parte di teoria, nella fotografia è davvero minore. Direi sostanzialmente minore. Un grandissimo fotografo italiano, Gianni Berengo Gardin, disse che la teoria fotografica (regole, utilizzo dei sistemi di scatto, otturatori, diaframmi, profondità di campo, messa a fuoco, ecc...) è questione che si potrebbe ridurre a poche ore di studio. O, se preferiamo, di lezione.

Il resto, tutto il resto, deve essere pratica sul campo. Esercizio, scatto, prove, cercare situazioni, soggetti, luci, ombre, esercitarsi tanto, ma davvero tanto, nella costruzione delle immagini. Trovare insomma la propria voce.

Tornando all'esempio musicale, si potrebbe dire che esistono grandissimi musicisti o esecutori che in realtà della teoria, del solfeggio, della lettura delle note sul pentagramma sanno poco o niente (gli esempi, anche illustri, si sprecano), ma è altrettanto vero che la teoria musicale, a differenza di quella fotografica, è sensibilmente più vasta. Che poi vi siano fior di musicisti che non la conoscano è, diciamo... un altro discorso.

Comunque sia, è vero: un fotografo (o aspirante tale) deve scattare, prima di tutto. In studio, per strada, in viaggio, in casa, nelle più disparate condizioni e situazioni. E stare molto attento ai propri risultati. Perché solo analizzando ciò che si è fatto, si può "correggere il tiro" e migliorare.

Un esempio di tipologia di foto classica su cui misurarsi è rappresentato sicuramente dal ritratto: oggi banalizzato da molti selfie, eppure le cose da sapere sulla ritrattistica sono numerose...

Come fare un ritratto: i 3 aspetti principali da valutare per un buon ritratto fotografico

Il ritratto è assolutamente uno dei generi fotografici più amati da tutti i fotografi. Realizzare un buon ritratto significa mettere insieme alcuni aspetti fondamentali che l'occhio dello spettatore però, o del fruitore se preferiamo, deve capire senza rendersene conto.

Questo significa che nel momento in cui si osserva una fotografia si percepisce il lavoro che c’è dietro, un intento, diciamo pure una preparazione, che però non si vede. Ciò in realtà vale per qualunque opera, dalla fotografia alla letteratura, al cinema, etc... Il primo aspetto da considerare è ciò che si vuole raccontare.

Nel caso di un ritratto "concordato", ovvero della ripresa di un soggetto che è assolutamente consapevole di essere ritratto, probabilmente risulta ancora più importante sapere cosa il soggetto voglia dire. O meglio, quale immagine di sé voglia trasmettere, sia essa un'emozione, uno stato d'animo, un "brand" (perché no?), una sensazione.

Di conseguenza, diventa importante capire dove inserire il soggetto: in interno o in esterno, in un ambiente a lui familiare o in studio, in un locale o per la strada. Dopodiché è buona norma capire se l'immagine deve essere puntigliosamente creata "ad hoc", oppure lasciare mano libera all'improvvisazione. Se può essere più congeniale una posa, magari anche ricercata, oppure uno scatto "a insaputa", tipico del reportage, dove il soggetto sia seguito dal fotografo e ritratto quando meno se lo aspetta, magari nel pieno di un atteggiamento particolare, o mentre compie un gesto inatteso. Le combinazioni, insomma, sono moltissime. Si capisce bene, a questo punto, quanto necessaria sia la prima delle domande che ci siamo fatti: che cos'è che vogliamo narrare? Da quella deriva, a cascata, tutto il resto.

Quali sono i soggetti più adatti ad essere ritratti

Provocazione: i soggetti più adatti ad essere ritratti sono coloro che non sanno di esserlo. Eppure c'è una parte consistente di verità in questa affermazione, perché una delle caratteristiche fondamentali del ritratto è la spontaneità, la "verità", appunto. Soprattutto per chi fotografa persone "comuni", e quindi raramente modelle e/o modelli, risulta molto più semplice, e autentico, seguire i movimenti, i tic, i modi di fare di chi si ha di fronte, e tentare di essere sempre pronti ad afferrare qualunque sfumatura. Ogni momento è, o potrebbe essere, quello giusto.

Per tutti questi motivi, si può capire che il soggetto preferito non si individua tanto per caratteristiche fisiche o fisionomiche, quanto per quel rapporto molto particolare che si può creare tra fotografo e soggetto, tra narratore e storia.

Parola all’esperto: l’esperienza del fotografo professionista Cristiano Denanni

A parole sembra tutto facile. Ma la realtà dei fatti qual è? Cristiano Denanni, fotografo professionista di Torino, racconta come è diventato un professionista dell’immagine e quale percorso ha compiuto.

Se penso al mio percorso personale fino ad oggi, posso ammettere senza ombra di dubbio che il "momento" in cui sono diventato un fotografo professionista... l'ho deciso io! Spieghiamolo meglio: erano anni che realizzavo ritratti e book fotografici alle persone, a cominciare dalla cerchia delle amicizie e senza farmi pagare. Erano anni che mi proponevo come fotografo per cerimonie come i matrimoni, ad esempio. Erano anni che scattavo decine di rullini fotografici quando ero in viaggio (ebbene sì, ho cominciato a fotografare quando il digitale era forse una pallida idea all'orizzonte…). Tutte queste cose le facevo mentre studiavo, prima, e mentre lavoravo, poi. Per cui per molti anni la fotografia è stata un'attività importante e molto amata, certo, ma amatoriale. Quando è giunto quel momento preciso, dunque? Quello del passaggio da amatoriale a professionista? Quando ho capito che era arrivata l'ora di decidere! Ovvero, quando ho capito che non avrei avuto un'illuminazione, che non avrei sentito la risposta provenire da fuori. Ma quando avrei deciso di mettermi in gioco. E così è stato. Non è stato semplice, per nulla. Del resto al tempo avevo un contratto a tempo indeterminato per una grande azienda, e non è certo facile decidere di lasciare la "famosa" strada vecchia per quella nuova. Ma non decidere mai, nella vita, costa infinitamente più di qualunque rischio.


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