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Cronaca | 18 settembre 2019, 11:00

"Né maltrattamenti, né umiliazioni: aiutavo quel bimbo ad affrontare le sue difficoltà"

OLTRE TRE ORE DI INTERROGATORIO PER LA MAESTRA DI SOSTEGNO COINVOLTA NELL'INCHIESTA "TUTTI GIU' PER TERRA"

"Né maltrattamenti, né umiliazioni: aiutavo quel bimbo ad affrontare le sue difficoltà"

E' durato oltre tre ore l'interrogatorio di Luisita Cantù, l'insegnante di sostegno che, nel 2017, venne arrestata insieme a due colleghe al termine di un'inchiesta sulla scuola materna Korczak, e ora a processo davanti al Tribunale di Vercelli. Alla donna vengono contestati alcuni episodi nei quali avrebbe maltrattato e sgridato in modo umiliante e svilente il bimbo che seguiva come insegnate di sostegno. Un bimbo affetto da una patologia così particolare e seria da aver spinto genitori, scuola e Asl a decidere per lui un anno aggiuntivo alla scuola materna. L'anno che si concluse, appunto, con l'inchiesta “Tutti giù per terra”.

Di fronte ai video e alle contestazioni contenute nel capo d'imputazione, l'insegnante ha ribadito quella che è stata la sua posizione fin dall'inizio dell'indagine: nessun maltrattamento nei confronti del piccolo alunno, ma un metodo per fargli capire che certi suoi comportamenti erano sbagliati. O un sistema per superare alcuni dei “blocchi” che il piccolo viveva a causa della sua patologia tanto particolare. Una patologia che lo portava ad avere spesso comportamenti fortemente oppositivi, “comportamenti che dovevano essere fermati subito – ha detto Cantù – per evitare che prendessero una deriva incontrollabile e nociva per il bambino stesso”.

A giudice e avvocati sono stati mostrati i video degli episodi contestati alla maestra, ma anche altre immagini, prodotte dalla difesa, dei momenti precedenti o successivi a quelli finiti nel capo d'imputazione. Per ciascuno dei video le letture delle parti sono opposte: per il pubblico ministero Davide Pretti si tratta di episodi di maltrattamento, per l'imputata e la difesa, sostenuta dai legali Fabrizio Mastro e Cosimo Maggiore no. Il dibattito si è concentrato attorno ad alcuni momenti particolari: la mano sulla bocca del bambino che aveva sputato in faccia a una compagna – uno schiaffo per l'accusa, una pacca per far capire anche fisicamente al piccolo che quello era un comportamento inadeguato secondo l'insegnante; la maestra che fa dire ai compagni di classe che il bimbo non era stato bravo a essersi rifiutato di partecipare alle prove della recita – una modalità di rapporto umiliante secondo accusa e parti civili, un modo di mettere il piccolo a confronto con la disapprovazione dei compagni per la difesa. “Per lui, nel bene e nel male, l'approvazione del gruppo era importante” ha detto l'insegnante, producendo poi un video in cui al bambino venivano fatti i complimenti dei compagni. E poi ancora un episodio in cui, secondo l'accusa, sarebbe stato tolto il pranzo al bambino, intimando ai compagni di non fornirgli cibo. “Gli ho tolto il vassoio – ha spiegato l'insegnante – perché mi ero accorta che era un pasto particolare, preparato per una bambina che doveva seguire una dieta speciale. E siccome lui aveva strappato le tovagliette, ho detto agli altri bambini di non dargli nulla mentre io andavo a prendere le tovagliette nuove. Poi ha mangiato normalmente e – ha aggiunto sorridendo – non solo la sua porzione di cibo, ma anche parte della mia, come faceva spesso”. Poi c'è un altro episodio finito nel faldone dell'inchiesta: il bambino, seduto in terra, che viene trascinato all'interno della classe. Anche in questo caso c'è una doppia lettura: maltrattamento per l'accusa, misura estrema per superare l'opposizione e il blocco che il bambino aveva di fronte alle porte per l'insegnante, che ha anche raccontato tutte le modalità sviluppate nel corso dei quattro anni per aiutare il bambino a superare questa difficoltà. Strategie che, quella mattina, non avevano funzionato a fronte di una situazione di fortissima opposizione  che la stessa Cantù aveva commentato con sorpresa, parlando con una collega.

Una deposizione lunga e serrata nella quale la maestra ha presentato tutto il percorso che era stato fatto con il bambino e con la classe. Passi grandi e piccoli, “condivisi con la famiglia dell'alunno”, ha spiegato Cantù, parlando, in modo appassionato, di un lavoro che l'aveva portata a confrontarsi con le altre realtà sanitarie e associative che avevano in cura il bambino e che l'avevano portata a mettersi a studiare quella particolare patologia. "Lui era un bimbo sereno - ha sostenuto Cantù -: si sentiva accettato dalla classe e, nei quattro anni di scuola materna, ha fatto grandi cambiamenti e miglioramenti. Non sarebbe stato possibile ottenere certi risultati se il bambino si fosse sentito a disagio, impaurito o escluso dalla classe". Passi elencati in modo dettagliato e che avevano contribuito anche a creare un rapporto molto stretto, empatico, tra la donna e il suo alunno “speciale”, tanto che il bimbo, da solo e insieme al fratellino, era anche stato ospite a casa della maestra: “Aveva giocato con i miei nipoti e si era fermato a pranzo. Abbiamo preparato la tavola tutti insieme e lui si era molto divertito” ha ricordato.

Messa poi di fronte a quanto contenuto nell'incidente probatorio cui era stato sottoposto un bimbo (che aveva riferito di aver visto la maestra Cantù tirare i capelli e le orecchie al suo alunno), la donna ha ribattuto di non aver praticamente mai fatto attività con quel bimbo: “Frequentava un'altra sezione – ha detto la donna – e io non avevo mai a che fare con lui”.

Nella prossima udienza la parola passerà ai testi della difesa: saranno sentiti il perito di parte, alcune colleghe e i genitori del bimbo ripreso nei filmati che non si sono costituiti parte civile nel processo.

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