In questi giorni ricorre il centenario del primo disco di jazz (Livery Stable Blues dell’Original Dixieland Jazz Band da New Orleans), ragion per cui è doveroso ripercorrere anche a Vercelli la storia di quanto avvenuto disco graficamente da allora a oggi; i dati sulla prima metà di questo secolo ‘fonografico’ è alquanto lacunosa: da qui la necessità di richiamarsi esclusivamente ai dischi a 33 giri (o LP long-playing) oppure ai CD (compact disc) anche quando, come in molti, rieditano le incisioni di molto tempo prima. La vicende del jazz vercellese in sedici album, grosso modo dal 1948 al 2009 riguarda soprattutto solisti ormai ‘classici’ o formazioni disciolte, evitando di raccontare l’attualità degli ultimi sette-otto anni, perché non ancora consegnata alla canonizzazione della Storia del Jazz con la S e la J maiuscole.
1948-1954
Felix Cameroni, Una vita in Si Bemolle (Rugginenti)
Nel libro omonimo Una vita in Si Bemolle. Profilo di un artista: Felix Cameroni (2008), l’autore, il figlio Gianni allega un doppio CD antologico per ricordare un solista importantissimo del jazz in provincia di Vercelli: il clarinettista, che Franco Cerri nella prefazione definisce: “uno che aveva dello swing...”. Nato a Novara, ma originario di Quarona Sesia, Felice, in arte Felix è una figura di spicco dell’ambiente jazz milanese a cavallo fra la fine degli anni Quaranta e i primi Settanta: soprannominato “il Benny Goodman italiano” per essere fra i primi a portare in Italia i generi swing e dixieland, svolge la carriera di suonatore prevalentemente fra i night club meneghini, le incisioni discografiche (Fonola, Phonocolor, Cellograf-Simp, grosso modo fra il 1948 e il 1954) qui riunite in effetti propongono un vivace tradizionalista.
1958
Blue River’s Jazz Band, Blue River’s Jazz Band (Embassy)
Benché non più ristampato – e ci vorrebbe qualcuno che lo ripubblicasse su Cd vista anche la qualità artistica e non solo l’oggettiva importanza come documento storico – questo è davvero il primo disco in cui appare un jazzista vercellese: si tratta di Giuseppe Bianzino (qui con il soprannome di Giuse) al clarinetto qui assieme a un gruppo di Pavia che suona un ottimo dixieland revival, pescando dal repertorio ‘traditional’ sia bianco sia nero con otto pezzi di King Oliver, Clarence Williams, Leon Roppolo, eccetera. Gli altri del’fiume azzurro’ sono Pierangelo Pietra, Virginio Bernuzzi, Antonio Maestro, Claudio Siragusa, Gigi Verde, Lalo Rusconi. E ci sono pure le note di copertina firmate da quello che per decenni risulta il maggior jazzologo iatliano: il dottor Livio Cerri, anche compositore e dentista.
1959
CHET BAKER & GIULIO LIBANO, Italian Sessions (Fantasy)
Ecco l’incontro perfettamente compito fra due maestri della poesia nel jazz, che fa pensare a un altro simile collaborazione avvenuta oltre mezzo secolo fa: infatti tra il settembre e l’ottobre 1959 nel Gurtler Bros Studio di Milano venero registrati due LP a nome Chet Baker, che videro la decisiva impronta del Maestro vercellese: nel primo ‘Chet Baker Sextet Lady Bird’ Libano era l’arrangiatore, nel secondo ‘Sings and plays with Len Mercer’ suonava piano e celesta, assieme a una band di all stars italiane – Gianni Basso, Franco Cerri, Renato Sellani, eccetera – e al batterista americano Gene Victory. Nessun altro vercellese, nel jazz, ha saputo fare così tanto (e bene).
1960
Adriano Celentano & Giulio Libano, Adriano Celentano con Giulio Libano e la sua Orchestra (Jolly)
Non è un disco jazz, ma forse il primo album rock in assoluto nella storia musicale italiana, nonché l'esordio in padellone del "molleggiato". Sul retro di copertina - in origine anche davanti - appare la dicitura "con arrangiamenti e orchestra diretta da Giulio Libano", il che vuol dire almeno tre cose: che un Vercellese può vantare questi stessi primati di cui sopra; che il sound è gestito da una formazione jazzistica; che, pure a livello di solisti, lo small combo e la big band s'imbottiscono di solisti sia dixieland sia bebop. A parte un fugace accendo nel testo de Il ribelle ("sono un frenetico del jazz, mi piace la velocità") si tratta di puro rock and roll all'americana, molto ben confezionato, con una scelta azzeccata di brani ritmatissimi, all'epoca ritenuti irriverenti o troppo urlati, ma che divertono i giovani facendoli ballare a dondolo.
1960
AA.VV., La Coppa del Jazz 1960 (Twilight Music)
Molti ricordano il 1960 come l’anno delle Olimpiadi a Roma, l’anno del governo Tambroni, del boom economico, della Dolce Vita, degli urlatori, delle vacanze di massa, della nascente pittura pop. Ma il 1960 è anche l’anno della Coppa del Jazz, l’unica disputatasi nel nostro Paese, grazie alle trasmissioni radio della sede RAI di Torino: una gara in grande stile con il meglio dei complessini dixieland, swing e bebop, di cui solo due parteciperanno alla finalissima: vincerà il Gil Cuppini Quintet, ma secondo, distanziato da pochissimi punti ci sarà il raffinatissimo Quintetto Jazz di Torino con un giovane sax tenore da Vercelli, Gianni Dosio, morto di recente; con lui Dino Piana al trombone, Enrico Deviè al pianoforte, Nando Amedeo al contrabbasso e Franco Tonani alla batteria. Ora un disco CD del 2000 riporta quasi integralmente quella mitica finale radiofonica.
1962
Franco e i "G.5", 14 cha cha cha (Columbia)
Gruppo fondato dal batterista fiorentino Franco Rosselli) nel 1949, come quartetto con Danilo Geri (sassofoni) a Orlando Antolini (contrabbasso) e Giancarlo Novelli(pianoforte), ma con l'ingresso di Dino Termine (chitarra) la formazione assume il nome di Franco e i "G.5" per ricordare i cinque gigli della loro città (Firenze). Suonando in tutt’Italia, nel 1952 durante una serata veneziana vengono notati da un talent scout della Columbia, che propone ai cinque un vantaggioso contratto: iniziano così ad incidere una lunga serie di dischi a 78, 45 e 33 giri fino al 1965. Tra i primi in Italia a diffondere i ritmi latinoamericani, in una sorta di buffo latin sound de noantri, raggiungono anche una discreta popolarità in Spagna. Nel corso degli anni hanno alcuni cambiamenti nella formazione, arrivando ben sei cambiamenti, tra cui 1955 il jazzman vercellese Guido Lamorgese (voce, sax alto, clarino, vibrafono) con il quale incideranno ben 11 long-playing, di cui questo è forse il più completo e rappresentativo.
1967
Piero Umiliani, Jazz dall’Italia. Piccola Jam (Omicron)
C'è un periodo, nella storia del jazz italiano, coincidente grosso modo con gli anni Sessanta, in cui, tolti pochi solisti (Basso, Valdambrini, Rotondo, Sellani, Mussolini, Cuppini) non più c'è spazio per far esordire discograficamente vecchi e nuovi talenti: in tal senso dei ventisette eterogenei comprimari da Nini Rosso a Franco D’Andrtea, dal vercellese Sergio Valneti a Giorgio Azzolini, da Glauco Masetti a Eraldo Volonté, per nominarne solo alcuni, non restano che poche tracce nei dischi di quest’instabile orchestra di Piero Umiliani, in cui tutti militano occasionalmente. Umiliani, più a suo agio forse nella veste di compositore per il cinema, offre anche da band leader un buon jazzetto all'italiana, che oggi profuma di vintage nel rifarsi più o meno spudoratamente alle mode d'Oltreoceano.
1978
Randy Weston, Rhythms and Sounds (Cora Records)
Negli anni Settanta tornano alla ribalta alcuni pianisti afroamericani che il decennio precedente aveva messo un po’ in disparte. Uno in particolare, Ranbdy Weston, tiene un bel concerto in piano solo al Dugentesco di Vercelli davanti a un pubblico accogliente in un periodo in cui i rari concerti jazz era organizzati dal compianto Joseph Robbone che puntava soprattutto sulla qualità degli artisti. Pochi lo sanno, ma Weston si fece registrare e qualche mese dopo pubblico in Francia un LP dove risultava, come sempre, il grande pianista influenzato direttamente dalla cultura africana nei lavori come questo dal titolo molto più che evocativo (ritmi e suoni). E a memoria d’uomo Rhythms and Sounds resta l’unico album registrato da un jazzmen straniero a Vercelli.
1980
Sergio Rigon, Feelings (Red Records)
Il baritonista Sergio Rigon, prima di esordire con l'unico album a proprio nome, Feelings (1980), mai ristampato su CD, suona di tutto o quasi; lo si vede addirittura in TV a Sanremo nel 1968 che sostituisce un saxman influenzato nell'orchestra soul di Wilson Pickett, mentre in parallelo registra il free e l'avanguardia con Giorgio Gaslini. In mezzo non disdegna nemmeno il Dixieland, con il redivivo Joe Venuti in una tournée italiana. Il vercellese Sergio Rigon (da ritenersi forse il maggior sax baritono italiano di ogni tempo nonché eccellente flautista) esordirà da solista con questo Feelings, in quartetto con Ettore Righello, Carlo Milano, Gianpiero Prina, LP meno ostico e più comunicativo, insomma dal chiaro aroma boppistico: in scaletta cinque original e tre standard di Rollins, Strayhorn, Carmichael. E di può terminare dicendo che Rigon, primo vercellese a suonare in disco jazz contemporaneo, è l’unico (e uno dei pochi italiani) presente nella collana ‘I Grandi Del Jazz’ che la Fratelli Fabbri Editori mise in commercio nel 1979: si trattava di 103 microsolco riferiti ad altrettanti maestri (Armstrong, Ellington, Parker, Coltrane, ecc.); e in quello dedicato al citato Joe Venuti appunto Rigon suona il flauto in un paio di canzoni, passando dunque alla Storia con la S maiuscola della musica afroamericana, in una selezione che raggruppava il meglio del meglio.
1988
Gianni Dosio & Piero Pollone, Uno in due (Esagono)
Il sax tenore e la chitarra semiacustica esordivano assieme con l'eccellente Uno in due, uscendo dalla sala d'incisione con un album di sette brani, quattro composti dall'uno e tre dall'altro, accompagnati da un giovanissimo Stefano Solanio al contrabbasso e da un mnavifgato Gian Cartlo Pillot alla batteria. Si tratta alla fine di un jazz classico che si muove tra il mainstream e la bossa nova: in mezzo ci sono ballate e blues, con tanto swing ebebop delicati, ossia ritmi suadenti, tecnica sopraffina, metodismo accentuato, ventate romantiche, feeling autentico, per una musicalità quasi senza tempo, che dimostra come anche in Italia il vero jazz ‘classico’non manchi mai.
1990
Progressive Steps, Hardcore, Splasc(h)
Le prime registrazioni ufficiali dei giovani leoni vercellesi, nel jazz, vengono concretamente alla luce nel lontano 1990 quando fonda gli amici per la pelle Luigino Ranghino e Claudio Saveriano fondano i Progressive Steps con cui registrano questo CD Hardcore per l’importante etichetta brianzola, disco fra l’altro recensito dal mensile “Musica Jazz”: il quintetto, con Ranghino al pianoforte, Saveriano alla batteria, Cecco Aroni Vigoni ai sassofoni, Daniele Patumi al contrabbasso e - come ospite - l’ottimo trombonista statunitense Marty Cook, dal vivo tiene spettacoli ovunque, proponendo un sound aggiornato, in cui vengono scrupolosamente amalgamati mainstream, hard bop e free jazz. I ‘passi progressivi’ si sciolgono l’anno dopo.
1999
Alberto Mandarini Phoebus Ensemble, Rome-Instanbul (Splasc(h))
Questo CD, a distanza di quasi vent'anni, racconta di una formazione che non esiste più e che tale quale non potrà mai più essere ricomposta, giacché il braccio destro del leader, Enrico Paronuzzi Tico (tastiere, percussioni, effetti speciali) muore il 12 dicembre 2001 travolto dallo tsunami in Indonesia, il giorno prima del rientro a casa dopo il viaggio di nozze. Il contributo del 'Paro' è fondamentale in un paio di brani, ma è il suo humour a far giostrare al meglio un lavoro molto ben riuscito (accolto dalla critica favorevolissimamente, ignorato quasi dal pubblico), dove il sound complessivo alla Gil Evans delle big band elettriche viene interiorizzato in un post-free intenso ma gradevole, poiché spiccano gli assolo trombettistici di un 'Manda' in gran vena.
2001-2005
78 Giri Hot Ensemble, 78 Giri Hot Ensemble (autoprodotto)
In origine è una big band di Costanzana, formata da quattro clarinetti, due trombe, due tromboni, un sax tenore, un contrabbasso, una chitarra, una batteria e una fisarmonica. Creata e per anni diretta dal compianto Mario Saccagno (1921-2007), l’orchestra esordisce nel 2001 con lo show Caffè Concerto, a cui seguono Swingin’ On The Road, Zibaldone, Concerto di Natale. Il vasto repertorio presentato in ogni occasione, come in questo CD, si basa su differenti musiche (jazz, classica, folk, leggera) tutte sapientemente rilette dai brillanti arrangiamenti di Saccagno; più che nei virtuosismi tecnici dei singoli, il sound va sempre alla continua ricerca di nuove idee all’interno del gruppo: doveroso ricordare che tutti i componenti sono dilettanti appassionatissimi che fanno della musica un hobby di gran classe. Oggi il 78 Giri Hot Ensemble con nuovi innesti (anche professionistici) è diretto da Claudio Bianzino, sassofonista, figlio d’arte (il padre Giuse suonava il clarinetto).
2005
Piero Pollone, Ruby My Dear (Ducale)
Una vita spesa per la musica - passando dalle orchestrine per balere ai complessi che accompagnano i divi della canzone italiana - ma solo alla fine gratificata da pochi album jazz di assoluto rilievo, in vent’anni, tra il 1985 e il 2005: a nome proprio (o condiviso), nell’ordine Immagini, Uno in due, Solo Guitar, Se ascolti questa musica, Music Above Al, Preludio e fuga e questo in cui il trinese può rilevare appieno, in solo, duo e trio il talento di solista, band leader, compositore, persino talent scout, scegliendosi un accompagnamento minimale - Paolo Maggiora al pianoforte e Stefano Profeta al contrabbasso - per sottolineare delicati fraseggi di gusto romantico su tempi lenti con assoluta predilezione per la ballata americana (come la monkiana title track).
2005
Roberto Sbaratto, Riarangià (Anffas Vercelli)
I Celti del compianto Cesare Filippone restano il trio folk per antonomasia nell'area padana (vercellese in particolare) degli anni Settanta. Rimasto orfano del leader cantante, il duo prosegue fino a oggi, ma per ricordarne le gesta, inerenti soprattutto i tre LP incisi all'epoca, Roberto Sbaratto, attore e vocalist, chiama quattro jazzisti, amici di sempre (Ranghino, Saveriano, Profeta, Bianzino) a rileggere in chiave jazz un repertorio vernacolare bicciolano, che in apparenza non si presterebbe ai ritmi sincopati, ma che invece funziona benissimo, nonostante venga ri-arrangiato con ritmi un po' monotoni.
2009
Vercelli Jazz Filarmonica, VJF for Anffas (Anffas Vercelli)
Del Gianni Dosio degli ultimi decenni l'anima e l'arte sono tutte qui racchiuse in quest'album che a sua volta antologizza diversi concerti a scopo benefico, scegliendo i brani più riusciti per un disco live di grande impatto spettacolare. Dopo anni trascorsi sulle navi da crociera nelle tipiche orchesrine d'intrattenimento leggero, Dosio trova nella propria città spazio e credibilità, aprendo un negozio di dischi e strumenti musicali e riuscendo soprattutto a suonare jazz nelle formazioni più svariate, del tuo all'orchestrona; quest'ultima rimane la sua preferita, giacché gli offre la chance di dar libero sfogo al talento di arrangiatore e di bandleader, oltre che di stilista al sax tenore. Il suo è un jazz classico, amante e memore dello swing, ma non privo di modernità, con una scelta di 12 ultracelebrati standard in un repertorio a sua volta specchiante un gusto maturo e sincero.