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Cronaca | 23 marzo 2020, 10:35

È possibile limitare i diritti dei cittadini per affrontare l’emergenza?

Molti giuristi hanno espresso riserve e contrarietà ai ripetuti decreti del Presidente del Consiglio

È possibile limitare i diritti dei cittadini per affrontare l’emergenza?

In economia si chiama «trade off». È il rapporto tra due variabili: libertà e sicurezza. All’aumentare dell’una l’altra diminuisce.

Da fine febbraio per la prima volta dalla nascita della Repubblica italiana, abbiamo sentito forte la morsa del nostro Stato. Gli “ordini” disposti hanno il fine di tutelare la nostra incolumità fisica: ci è stata limitata la libertà di circolazione, di indipendenza e di capacità di decisione di cui noi cittadini abbiamo il dovere, inviolabile e inalienabile, di rivendicare. La tesi del «trade off» si basa sul principio che libertà e sicurezza, rappresentate graficamente da due curve sugli assi cartesiani, si incontrino per raggiungere il punto di “ottimo paretiano”, in cui il bilanciamento tra le due variabili è tale per cui all’aumento di una non genera diminuzioni dell’altra.

È possibile limitare i diritti dei cittadini per affrontare l’emergenza originata dal contagio da “Coronavirus (Covid-19)” che non ha precedenti nella storia della Repubblica? In situazioni straordinarie la nostra Costituzione stabilisce che alcuni diritti dei cittadini possono essere ridotti per un tempo rigorosamente limitato. Precisamente: 1) la libertà di circolazione e soggiorno in qualsiasi parte del territorio nazionale (art. 16 Cost.); e 2) la libertà di riunione (art. 17 Cost.). Stabilisce anche le ragioni che possono indurre a limitare queste libertà che sono: 1) motivi di sanità e sicurezza (art. 16 Cost.), oppure 2) comprovati motivi di sicurezza e incolumità pubblica (art. 17 Cost.).

Per rispettare pienamente il dettato costituzionale le limitazioni imposte ai cittadini per la salute pubblica devono però essere adottate dall’intero Governo e non solo dal Presidente del Consiglio.

Ora ogni discussione sarebbe incomprensibile di fronte a preoccupazioni concrete sulla personale sopravvivenza fisica, ma bisogna evidenziare che gli ultimi strumenti utilizzati dal Governo per modificare la vita di noi cittadini italiani sono sbagliati.

Sono molti i giuristi che hanno espresso riserve e contrarietà ai ripetuti decreti del Presidente del Consiglio. Non è soltanto la tecnica giuridica a registrare critiche, più che fondate: è la natura medesima del DPCM, peraltro reiterata, a preoccupare. Il DPCM è impugnabile alla giustizia amministrativa (Tar); sicuramente nessun cittadino oggi se ne preoccupa, ma ciò deve seriamente fare riflettere i tecnici degli uffici legislativi del Governo. Non è pensabile che un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (quindi non una legge perché gerarchicamente inferiore nelle fonti di diritto) possa limitare diritti inviolabili come la circolazione, il soggiorno e la riunione, più volte ribaditi da sentenze della Corte costituzionale. Il Governo di fronte all’attuale emergenza sanitaria può – anzi deve – intervenire, ma solo con lo strumento del decreto legge e nel rispetto delle regole costituzionali. Perché quindi ha deciso di limitare i diritti dei cittadini evitando proprio il decreto legge? Al momento non se ne conoscono le ragioni.

Con l’approvazione di un decreto legge, in un momento di profonda angoscia nella vita democratica italiana, avrebbe dovuto avere piena centralità il Presidente della Repubblica, garante dell’unità nazionale, e si sarebbe restituita al Parlamento la funzione che gli compete, con eventuali modifiche, per la conversione in legge. La scelta di attribuire alla sola figura del Presidente del Consiglio dei ministri la decretazione di limiti generali al godimento dei diritti dei cittadini, estesi su tutto il territorio nazionale, ricorda la disciplina “dello stato di pericolo pubblico e di guerra” regolata dall’art. 216 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza che attribuisce al Ministro dell’interno un potere generale di ordinanza che è stato superato dalla regola costituzionale del decreto legge.

L’adozione di un atto avente forza di legge (decreto legge) non avrebbe soddisfatto soltanto il dettame formale, ma sarebbe avvenuta nel rispetto dei prìncipi costituzionali nella completa materializzazione del valore di legalità. Prìncipi, appunto, della Costituzione vigente e nelle forme di espressione della sovranità popolare.

 

Pierluigi Lamolea

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