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Arte e Cultura | 18 marzo 2020, 15:50

I racconti dell'Unipop 2019-2020: ecco i primi tre

Il testamento di P. - Mia nonna guidava la Balilla - Blu

I racconti dell'Unipop 2019-2020: ecco i primi tre

Questi sono alcuni racconti scritti da chi ha frequentato il mio corso di scrittura all'Università popolare, anno 2019-2020. Pubblico i primi tre, ne arriveranno altri. Al termine di sarà un pdf finale che verrà pubblicato ancora qui, su Infovercelli24. Buona lettura

r.b.

Il testamento di P.

di Laura Tarchetti

Arriva il momento in cui si ha la sensazione di non poter più rimandare. Nel corso degli ultimi tempi ci ho pensato spesso, ma ho sempre fatto finta di non farlo, spostando subito l’attenzione su qualcosa o qualcun altro, a seconda del momento. Un’auto ferma in coda con i finestrini abbassati da cui proviene una canzone sconosciuta, una nuvola a forma di drago che avanza ruggente verso il mare, una pozzanghera in cui intravedo il riflesso di una parte di me, un gruppo di operai che dispone le segnalazioni di apertura di un cantiere, nelle prime luci del mattino. Un’altra immagine, un altro pensiero, e via ancora con un’altra immagine. Passare oltre, vietato fermarsi.

Ma le mie giunture ora stanno scricchiolando, la stanchezza sta prendendo il sopravvento e ho paura che, continuando a ignorare la mia situazione di evidente decadimento fisico, non riuscirò a portare a termine nemmeno queste poche righe. Prendo coraggio, raccolgo le ultime energie, scrivo, allora.Ho compiuto cinquant’anni l’autunno scorso: non sarebbero nemmeno tanti, se non fosse per questo lavoro massacrante, spaccaossa, che ha cominciato a uccidermi tempo fa, che continua a uccidermi lentamente, minando ogni parte del mio corpo. Io gli ho dato l’anima, lui se l’è presa e, in cambio…niente, ecco.Vedo la fine, penso sia questa la mia ricompensa, la mia liberazione. Forse resterà di me un ricordo, un’emozione, un po’ di commozione. Rabbia, magari, anche, chissà. Non ho scelto, mai. Ho accettato, sempre. Il mio lavoro è stata la mia vita, e viceversa. Mio padre, pace all’anima sua, ha deciso per me: il suo prediletto, tra i suoi numerosi figli, forse perché ha potuto plasmarmi a suo piacere. Un simbolo del suo narcisismo, della sua sete di immortalità. E io nel bene e nel male, condannato a vivere, e ora, a morire.Facile, si dice che ci sia sempre una via d’uscita, che la vita è costruita da noi stessi. Facile, per chi si ferma alle apparenze, per chi giudica da ciò che vede e non riesce a cogliere l’essenza, il cuore nascosto. E tu, che ora mi leggi, ci riuscirai?È l’alba, che è il momento della giornata che preferisco: l’ora in cui non si mente, sospesi tra un sogno che va finendo e la realtà che va svegliandosi. È l’attimo in cui mi sento fiducioso, quando il giorno è ancora solo una promessa. Oggi però è ancora buio quando già dovrebbe diffondersi il chiarore, piove fitto e il traffico solleva una nebbia grigia di gocce indecise tra cielo e asfalto. Ogni tanto, un tuono, una raffica di vento, e io ho paura. Siamo in estate, ma non sembra, se non per la temperatura piacevole: in una fotografia scattata ora potrei sembrare un vecchio immortalato in uno scorcio di autunno inoltrato. Con un po’ di fortuna, però, con tutta quest’acqua, i miei contorni potrebbero sfumare senza rivelare le mie reali condizioni. Ho ancora tempo, comunque, prima che Lei arrivi. Ecco, sì, vorrei vederla un’ultima volta, farle sapere che, qualunque cosa accada, è al sicuro.Ho incontrato migliaia di persone, non ho conosciuto nessuno. Molti sono passati in fretta, solo un attimo, di sfuggita, neanche il tempo di scorgerne le fattezze, altri si sono fermati un poco di più. Alcuni altri, ancora, sono diventati invece presenze familiari, per periodi più o meno lunghi, ma solo qualche volto mi è rimasto impresso nella memoria. Quello di Lei, appunto, nemmeno so perché. Empatia, chimica, colpo di fulmine, il caso, non importa. Ho visto andare e venire famiglie intere, uomini soli, abitanti del posto, gitanti, lavoratori, vecchi, giovani, bambini, turisti, stranieri, neonati. Lo scorso anno, proprio qui, è nato un bimbo. Mi sono commosso un po’, mi sono sentito partecipe, pur non avendo fatto nulla. Ero soltanto presente, tutto lì. Ho pensato stupidamente che quando fosse stato grande, avrebbe forse potuto ricordarsi di me, magari con un sorriso. Ma ho visto anche qualcuno morire, nel corso degli anni. In quei casi, invece, avrei soltanto voluto defilarmi, sperando che nessuno pensasse che potesse essere dipeso da me. Ero soltanto presente, come sempre, tutto lì.
Non ho nulla da lasciare, quindi forse è esagerata la parola testamento per definire queste mie poche righe. Non possiedo nulla, se non queste mie spoglie che saranno certo un peso per chi se ne dovrà occupare. Ma si passerà oltre, come accade con chiunque e con qualunque cosa. Magari potrei avere qualcosa da insegnare, certo, questo sì, è sempre una questione di esperienza. Sono convinto di averne molta, nel mio campo. Per insegnare, però, bisogna avere come controparte qualcuno che impari, che abbia intenzione di farlo. Esiste questo qualcuno? Non ne ho idea, e non potrò saperlo mai: posso soltanto sperarlo, mentre tu, che mi sopravvivi, probabilmente lo scoprirai presto.Nel frattempo, piove più di prima, soffia un incessante vento tagliente e il sole, che non posso vedere, dev’essere ormai alto: sono sempre più spossato e sento che sto cedendo, stremato, come se dovessi addormentarmi da un momento all’altro. Posso sentire distintamente lo scricchiolio delle mie ossa, nonostante il rumore del traffico e del temporale. L’umidità mi attraversa implacabile, determinata a darmi il colpo di grazia. Voglio resistere, devo soltanto ancora vedere Lei. Di solito passa in tarda mattinata, quando si dirige verso il casello autostradale per raggiungere il posto di lavoro. Non so che ore siano, ma a giudicare dalla luce è in ritardo. Intravedo solo la sagoma delle auto che passano, tra le luci degli stop che si accendono ad intermittenza e i tergicristalli che vorticano frenetici.Poi, eccola, nella sua auto bianca… un minuto, due al massimo, prima che scompaia dietro la curva, laggiù in fondo, direzione levante. La fisso lungo il percorso, per imprimermela bene nella memoria, perché sia la mia ultima immagine, e Lei se ne va in una nuvola d’acqua, i fari accesi, incurante di me, verso la sua giornata, probabilmente una giornata come tante. O forse no.

Ora, finalmente, posso andarmene anch’io.

Genova, 14 agosto 2018
P. Morandi


Mia nonna guidava la Balilla

di Paola Lamberti

 

Mia nonna Maria era una ragazza del '99.Rimasta vedova divenne titolare della panetteria avviata con tanti sacrifici insieme a Berto, sposato al suo ritorno del Piave. Dopo la morte prematura del nonno, proprio nel mezzo del conflitto mondiale, prese la patente di guida per consegnare il pane fresco alle rivendite, sulla strada dei Giovi nei dintorni di Genova, a bordo della Balilla furgonata. Erano momenti di forti incertezze, di commercio della Borsa Nera, di incursioni di Tedeschi che dopo l’8 settembre presidiavano le vie d’accesso alla città e il ponte da cui si accedeva al forno era minato, mentre nei dintorni sui bricchi si muovevano i partigiani.
La chiamavano Maria a furnea e aveva una certa autorevolezza, data forse dalla statura e dal fisico allenato fin da bambina a far legna nei boschi. La vita non era stata tenera con lei, ancora piccina aveva perso la mamma e, come era abitudine allora, lei e i fratellini erano stati mandati presso parenti e cugini, mentre a casa era rimasta la sorella maggiore, ad aiutare il padre nella bottega di famiglia. Poi il matrimonio, i figli e i sacrifici per comprare quei muri per l'attività del panificio e proprio quando si cominciava a star bene era rimasta sola in poche ore, con due figli e il lavoro da mandare avanti.
Durante la guerra, quando suonava la sirena per le bombe la gente correva là, nel forno antico. Non era un vero rifugio antiaereo, ma era seminterrato, aveva muri larghi e le spesse volte in mattone davano fiducia. Profumava di buono, poi era caldo, anche di giorno il tepore restava e per molti in inverno era un vero regalo.
La nonna non diceva mai di no a nessuno e la gente si radunava, sedeva sui casseri in legno che di solito servivano a far lievitare le pagnotte e si raccontavano storie dietro ai vetri blu dei finestroni oscurati.

 

BLU

di Alessia Filingeri

E sono di nuovo qui, seduto al tavolo della cucina di casa nostra. In silenzio, lo sguardo fisso verso la finestra. Anche stavolta non ho saputo fare nulla.
Tu adesso stai riposando, lo fai sempre, ogni volta che succede. La casa è in silenzio come me e mi fa strano. Di solito a quest'ora ci sei tu che giri ballando e cantando mentre cucini qualcosa per me. Solo adesso mi accorgo che è ora di cena, ma io non ho fame. Il mondo intorno a me si azzera quando tu hai le tue crisi. Tutto si svuota, perde di senso. Sono dipendente da te, come tu lo sei da loro. Sono dipendente da te a tal punto che, quando non ci sei, anche se per poco, non riesco a respirare. Ma tu adesso dormi, amore mio, io ti aspetterò qui, ci sarò al tuo risveglio. Ci sono ogni volta.
Ho paura però. Ho paura perché non so come aiutarti, ho paura perché non so nemmeno se tu voglia essere aiutata. Ho paura perché ogni volta che tu non riesci a respirare, che inizi a tremare è come se tremasse tutto il mio mondo insieme a te. E mi sento impotente e inutile. Io non posso farti stare meglio, mai. Come vorrei che il mio amore per te fosse abbastanza da guarire i malanni della tua anima. Come vorrei poterti tirare fuori da questo vortice di autodistruzione in cui sei entrata. Come vorrei non essere costretto ad alzarmi ogni volta, andare verso il bagno e prendere dall'armadietto blu quelle maledette pillole che tu hai voluto comprare, perché i miei abbracci non bastano a calmarti. Il solo pensiero di poterti perdere mi uccide.
Il tuo umore cambia sempre molto in fretta e non so mai se assecondarti o cercare in qualche modo di scuoterti dal torpore che costantemente ti avvolge, come una coperta di lana d'inverno. Deve essere rassicurante per te, anche solo per un attimo, sentirti al sicuro. E io sono qui e ti amo così tanto e vorrei che tu stessi bene e vorrei che lo facessi un po' anche per me. Da quando tu stai male, anche il mio umore cambia insieme al tuo. Alle volte sono così arrabbiato con te al punto che non so se lasciarti a te stessa e sparire o se amarti ancora più forte. E' un controsenso lo so, ma tutta la mia intera vita lo è da qualche mese a questa parte. Mi sento impotente, mi sento inutile. Vorrei che fossero i miei baci a calmarti, i miei abbracci a darti la pace che cerchi così disperatamente. E invece, puntualmente, ogni volta, mi scontro con quella che è la realtà della nostra vita insieme, il disco rotto che non riusciamo a tirar fuori dallo stereo, il gioco in cui comunque vada, perdiamo sempre noi. Perdi sempre tu.§
Quante volte, amore mio, mi hai detto che avresti smesso, che avresti provato a farti aiutare da un medico, quante... non le conto più. Ho perso il conto, quando ho capito che se non l'avessi fatto, avrei perso anche te. Il fidanzato della drogata, adesso mi chiamano così. Ma non m'importa amore mio, non m'importa, loro non lo sanno che tu stai male. Loro non lo sanno che tu mi hai promesso che smetterai. Loro non lo sanno che tu non ti droghi, che è solo un modo per evadere dal dolore che piano piano ti sta divorando da dentro, che sta scavando in te. A volte, quando hai le tue crisi te la prendi anche con me e inizi ad urlare, sembri un'altra persona e un po' mi fai paura. In quei casi non le vuoi nemmeno le pillole ed io ti lascio sfogare e poi ti calmi. Altre volte invece sono costretto a fartele ingoiare di forza, perché se no finisce come l'altra volta. Te la ricordi? Io si.
Stavo seduto vicino a te su quel letto d'ospedale, a fissarti mentre dormivi, a pensare che non avevo mai visto niente di più bello del tuo viso sereno. Sembrava che dormissi così bene. Dormivi perché ti avevano indotta in coma farmacologico, avevi perso troppo sangue da quelle che adesso sono cicatrici, due linee che deturpano il tuo meraviglioso corpo da un anno a questa parte ormai. Io gliel'ho detto ai tuoi che guarirai, che mi serve ancora un po' di tempo per convincerti a crederci, ma loro non mi credono. Io gliel'ho detto che sarò io a guarirti, se tu non vorrai farlo di tua spontanea volontà, ma loro continuano a parlare di centri specializzati e di riabilitazione. Se solo ti avessero dato più baci che giochi. Se solo si fossero accorti tra un pratica e l'altra che avevi smesso di mangiare. I "se" adesso servono a ben poco, lo so.
Ma tu riposati, amore mio. Io sarò qui al tuo risveglio, ci sono sempre. Vedrai che starai bene. Andrà tutto bene. E se non andrai bene, io verrò con te.



Laura Tarchetti, Paola Lamberti, Alessia Filingeri

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