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Arte e Cultura | 10 marzo 2020, 14:10

In libreria "Travolti da un insolito destino"

Dopo il successo di "Tempo da lupi" un altro noir di Corrado Pelagotti

Travolti da un insolito destino, di Corrado Pelagotti, Fanucci editore

Travolti da un insolito destino, di Corrado Pelagotti, Fanucci editore

Dopo il successo ottenuto da “Tempo da lupi” Corrado Pelagotti ci propone un altro noir, in libreria da questa settimana: “Travolti da un insolito destino”, casa editrice Fanucci (14 euro).

“Si tratta di un noir, di una storia nera dove un assassino agisce nell’ombra. Ma è anche una sintesi impietosa di quanto i miei occhi hanno osservato in tanti anni di “forzata convivenza” in ufficio, un sunto veritiero, seppur ironico, dei pregi e difetti di quello spaccato di umanità di cui, spesso mi malgrado, facevo parte” ci racconta l'autore.

“Tengo molto a questo romanzo, perché credo di essere riuscito a elaborare una trama complessa, dove il lettore si addentra e si confonde negli eventi, sentendosi vicino a una verità che quando improvvisamente si rivela lo coglie impreparato” dice ancora.

Corrado Pelagotti (La Spezia, classe 1960) conosce bene l'ambientazione del libro: ha vissuto a Milano per venticinque anni, lavorando come manager in importanti società di brokeraggio assicurativo. Da qualche anno è tornato a La Spezia, dove vive con due gatti e una moglie itinerante.


Nella quarta di copertina si legge: Che fine ha fatto Fabio Mentone?

Nella Milano del business e della produttività a qualunque costo, la scomparsa di un dirigente porta un’ombra di incertezza nella quotidianità della sede italiana di una importante multinazionale.

Umberto De Santis è un responsabile marketing ed è sulla lista nera del grande capo, l’arrogante ingegnere Caio Massimo Siniscalchi detto ‘Il Tartarugo’, un tagliatore di teste dal lauto stipendio e premi a cinque zeri: più licenzia, più guadagna. Incuriosito dalle assenze del suo collega Mentone e sospettoso per natura, Umberto comincia una sua personale indagine mentre ogni giorno deve vedersela con colleghi invidiosi, segretarie provocanti e disinibite, e Valentina, un’impiegata che sembra ‘la donna da sposare’. Insomma, una vera lotta quotidiana. A rovinargli ancor di più la vita c’è l’arrivo della sorella, lavativa, opportunista e disarmante: gli si piazza in casa e non si schioda più. In questo trambusto che è la sua routine, il nostro detective impiegato scoprirà una verità tanto inattesa quanto sorprendente e per la prima volta sarà protagonista del destino degli altri. Un destino che nasconde uno spietato assassino.


Ed ecco infine le prime pagine del libro.

1


Sono rientrato tardi, ubriaco. Succede così, quando esco con gli amici non mi regolo. Penso sempre che ci sia spazio per un altro bicchiere, ma il mio fisico non lo capisce.

Mi sono svegliato con un’orecchia tappata, la nausea e un leggero senso di vertigine. Non sono lucido, ho la testa ovattata e i pensieri corti. I ragionamenti scivolano via prima di essere compiuti.Prima pensavo a Margherita, una collega che mi fa venire in mente una canzone, e ora il “riff” mi martella il cervello: Maria / ha due occhi che / parlano per lei / mi guarda e mi dice che non va.Mi giro. Il vetro della finestra assorbe la mia immagine portandola in profondità: un volto senza lineamenti, schiacciato dentro quella dimensione fittizia.Impalpabile. Artefatto.Come me.Provo ancora a ricordare le tappe della serata… riesco a mettere a fuoco un bar alle colonne di San Lorenzo, musica alta, corpi in movimento, luci intrecciate.Poi mi vedo seduto a un tavolo in un altro posto che proprio non… dove… sì, ecco, “il Minotauro”, un locale di tendenza appena aperto, con frontali in vetroresina di vecchie Fiat cinquecento appesi alle pareti e un lunghissimo bancone pieno di grandi contenitori riscaldati da fiamme sottostanti contenenti improbabili paste e polpette dal contenuto indecifrabile.Rivedo la tazza di rame del mio “moscow mule” sul tavolo, vicino al piattino di plastica pieno di quelle schifezze.Maria / ha due occhi che / parlano per lei…Con la pressione di pollice e indice stringo il naso e soffio con forza, ma l’orecchia non si stappa.Mi guarda e mi dice che non va…Devo darmi una mossa o faccio tardi al lavoro.Se fosse proprio vero / non so cosa darei / per rubarle tutto il tempo che non ha.Lo stallo dei pensieri perdura. Come se non avessi niente da fare. Nessun impegno. Nessuna fretta.Nessuna responsabilità.Se non ci fosse la nausea, non sarebbe neanche male.Maria, ha due occhi che…«Umberto, ti vuoi sbrigare? È un’ora che sei lì dentro!»Le urla di mia sorella mi scuotono. Prendo la carta igienica.Certo che un bagno solo in casa è una bella rottura.


2


La mattinata in qualche modo è passata. Mi sento meglio, anche se sono ancora un po’ rallentato. Diciamo che mi sono ripreso abbastanza da riuscire a esprimere la consueta bassa vitalità di quando sono in ufficio.

Anche oggi sto passando la mia pausa pranzo nella luce artificiale di un bar alla moda, di quelli dove si può scegliere solo fra un piatto unico, primo secondo e contorno, un’insalata primavera, o un panino pieno di salumi e formaggi molli, quelli che ti si incollano ai denti e ti danno la sensazione di affondare le mandibole nelle sabbie mobili. Per giunta non ho neanche fame.
Mangio quasi sempre con lo stesso collega, Giacomo. Non che la cosa mi faccia impazzire, ma ho bisogno di allontanarmi per un po’ da quell’ufficio pieno di rumori, di staccare e non parlare di lavoro. Con Giacomo c’è questo accordo, anche perché siamo in reparti diversi, lui in amministrazione e io nel marketing.
C’è anche quella sua stagista, una bellona alta e formosa, ma insulsa. Da qualche tempo se la porta dietro. Secondo me perché vorrebbe farsela.

Nei tavoli vicino sono seduti altri colleghi. Inevitabile, qui a Milano c’è la sede principale della nostra società, la Marvill Italia S.p.A., circa duecento dipendenti. Parlar male noi di loro e loro di noi è rimasto, forse, l’unico diversivo alle nostre giornate incolori. La bassa energia vitale mi rende particolarmente distratto e assente dalla conversazione. Se non ho capito male, dovrebbe riguardare Fabio Mentone, un nostro dirigente che, senza un motivo particolare, sembra aver bucato un appuntamento importante non presentandosi da un prospect.

Con questa parola cacofonica che nulla ha a che fare con la lingua italiana ci riferiamo a quelle aziende che non sono ancora nostre clienti e che andiamo a incontrare sperando che lo diventino. Forse sarebbe più semplice dire potenziale cliente, ma pronunciare parole inglesi fa più effetto, soprattutto nelle aziende con casa madre americana, come la nostra.
Mentre Giacomo sta parlando a bassa voce per non farsi intercettare dai colleghi vicini, mi guardo intorno. C’è qualcosa di strano nell’aria, si avverte già l’eccitazione per il Natale imminente. Fra poco cominceranno a mettere le lucine e gli addobbi, et voilà: la rottura di coglioni sarà ufficiale.
Per associazione di idee mi viene in mente mia sorella. Stamattina, dovendo andare in comune a rinnovare la carta di identità che le è scaduta sei mesi fa, si è messa quella pancia finta che ha scovato in un magazzino del teatro dove va a fare le prove con il suo gruppo di scoppiati. Posizionata sotto un vestito da premaman comprato apposta, la fa sembrare incinta di otto mesi. La sua naturale rotondità, dovuta alla passione per budini e tiramisù e per l’ozio, completa il travestimento. Stamattina quando l’ho vista conciata così, con una mano sotto quel pancione quasi a sostenerne il peso, nonostante non fossi proprio in forma, mi è venuta voglia di cederle il posto al tavolo della cucina.

«E quindi Mentone non risponde al cellulare?»
La voce della stagista mi riporta al presente.

«No, hanno provato a chiamarlo già varie volte, ma ha il telefono spento» risponde Giacomo, con quel sussiego tipico di quando parla degli altri, di quando agli altri succede qualcosa e lui lo viene a sapere per primo. Gli piace, e parecchio, quando scopre che per qualche ragione sono in difficoltà. Soprattutto se la cosa non è di dominio pubblico e lui detiene l’esclusiva.«Sarà con Margherita…» commenta la stangona, con il giusto tocco di malignità che le donne riescono a palesare così bene quando parlano di altre donne.Al solo sentire il nome di Margherita, il “riff” di stamattina mi si ripropone nel cervello: Maria / ha due occhi che / parlano per lei…«E no! guarda un po’ là…» Giacomo fa cenno con la testa a un tavolo sulla sinistra. «Lei è qui e stamattina non si è mossa dalla scrivania.»Guardo in quella direzione, portandomi alla bocca una forchettata di lasagne. Margherita, una delle assistenti di Fabio Mentone, diciamo la sua preferita, è seduta con le colleghe di reparto, tutte con le schiene un po’ piegate verso il tavolo a parlare fitto e piano, sicuramente del nostro stesso argomento. Guai a farsi sentire dagli altri, potrebbero saperne di meno.Abbasso lo sguardo e noto le solite scarpe con tacco vertiginoso, nero lucido, chiuse a laccio sulle caviglie. Sempre disinvolta, sempre a suo agio. Questa ragazza si sa muovere. Il fatto che si sia sposata da solo sei mesi non ci fa desistere dall’insinuare che se la faccia con il suo capo. Senza prove, solo con l’osservazione dei loro comportamenti e un po’ di buon senso. Del resto lo pensano tutti.«Magari ha fatto un incidente e adesso è all’ospedale» ipotizza la stagista, di cui, rifletto ora, non ricordo neanche il nome.«Ma magari!» replica Giacomo, al quale Mentone non è mai piaciuto, come del resto la maggior parte dei nostri dirigenti. Per lo più per invidia.Mi guardo intorno e subito mi distraggo di nuovo.Maria / ha due occhi che / parlano per lei / mi guarda e mi dice che non va.Dalla grande vetrata del bar coperta da tendoni verde scuro ora filtra una lama di sole, che colpisce un unico tavolo, come un riflettore. Lo scorso anno ho frequentato un corso di regia e il mio sogno segreto sarebbe quello di farlo diventare un lavoro.Osservo ancora, adesso con attenzione: il contrasto fra i chiaroscuri è davvero potente.Sarebbe bello essere qui, con questa luce e la cinepresa, a girare una scena del mio film.



rb

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