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Arte e Cultura | 21 febbraio 2020, 17:50

Un romanzo sul talento e sull'eredità

In libreria "Il figlio" di Sabrina Campolongo

Sabrina Campolongo e la (bella) copertina de "Il figlio"

Sabrina Campolongo e la (bella) copertina de "Il figlio"

Si intitola “Il figlio”, è una novità libraria, lo ha scritto, per la casa editrice Paginauno, la brava Sabrina Campolongo. Ecco l'incipit.

Il nero della notte è scolorito al violetto, presago di una di quelle rare giornate in cui il cielo di Milano è lucido come acciaio. Tommaso si ferma sul marciapiede davanti al portone del palazzo dove vive Federica, alza il bavero del cappotto, tira fuori il pacchetto di sigarette quasi vuoto e se ne accende una. La sua auto, parcheggiata un po’ sghemba dall’altro lato della strada, è glassata di brina, sulla linea dell’orizzonte un incendio rosso arancio arde sotto l’azzurro denso. Non un’auto in giro, non un vecchio con il cane. Il silenzio è così perfetto che il rumore del suo respiro risulta vagamente inquietante.

Ha bisogno di un caffè. Dove lo trova un bar aperto a quest’ora di domenica? Ripassa a mente il ricordo di altre domeniche, di altre albe, sì, forse, ma… piano piano si fa strada la consapevolezza di un ronzio soffocato. Lo avverte prima con l’orecchio e poi con i nervi della coscia, attraverso la stoffa del cappotto e dei jeans; il suo cellulare sta vibrando. Lo sfila dalla tasca, lascia uscire un gemito soffocato.

«Cominciamo bene…» La voce suona aspra, arrochita da troppe sigarette. Abbozza il gesto teatrale di lanciare il telefono in mezzo alla strada, a beneficio di nessuno, poi se lo porta all’orecchio.
«Ohi.»
«Buongiorno anche a te.» La voce di Serena è meno incazzata di quanto avrebbe scommesso, vista l’ora.
«Non lo guardi mai quel telefono, eh?» Sembra quasi una vera domanda. Tommaso si frega il naso, con la mano che tiene la sigaretta. Gli arriva improvvisa un’inequivocabile zaffata dell’odore di Federica. Dell’odore della sua figa. Gli viene voglia di ridere, ma si impone di contenersi, non vuole peggiorare le cose.
«C’era un casino del diavolo, siamo finiti tutti al…»
«Lascia perdere, risparmiati la tua storia per la prossima volta. Hanno trovato tuo padre.» Tommaso lascia cadere il braccio, prende una profonda boccata di fumo, lo soffia verso gli ultimi fuochi impigliati tra le antenne sui tetti. Sente, lontana e metallica, la voce di sua moglie.
«Ci sei? Tommy, sei lì?» Riporta il telefono vicino all’orecchio.
«Morto» dice. Non proprio una domanda

Sabrina, ci spiega il libro in due parole?
Al centro de Il figlio ci sono due grandi temi che erano già presenti nei miei romanzi precedenti, specialmente in Emma B: talento ed eredità. Il talento è uno dei misteri più affascinanti per me: c’è o non c’è, viene dal cielo, o da un qualche abisso, non si sa. Cambia la traiettoria di una vita, la benedice o l’avvelena, non sempre è riconosciuto dalle persone più vicine. Qui c’è un uomo, figlio di un grande attore, che rivendica il suo diritto a essere a sua volta un talento, ma in fondo non sa nemmeno lui se è vero. L’ombra nella quale vive è troppo fitta. 

È quindi la storia di un figlio d'arte?
È u nfiglio d'arte. è un figlio molto arrabbiato, un ragazzino ammalato di risentimento nel corpo di un uomo adulto, che rischia di perdersi. Ai figli d’arte riserviamo sempre una buona dose di diffidenza: certo, sono dei privilegiati. Oppure delle copie mal riuscite, poveretti.

È una storia esclusivamente al maschile?
No. Nasce al maschile, perché questo rapporto padre-figlio è viziato da silenzi e reticenze, ma sono fondamentali le figure femminili che circondano Tommaso, il mio protagonista: ognuna lo costringe a fronteggiare un lato diverso di sé e del suo passato. Non c’è una storia reale dietro l’ispirazione del romanzo, ma ho giocato inserendo piccolissime citazioni dalla vita reale di grandi artisti, talenti inarrivabili che hanno avuto figli che più o meno faticosamente si sono misurati con la stessa carriera dei padri. Il requiem al funerale del padre del protagonista, per esempio, è lo stesso che ha accompagnato i funerali parigini di Marcello Mastroianni.

Sabrina Campolongo, scrittrice e traduttrice, ha pubblicato i romanzi Ciò che non siamo (Paginauno, 2016), Emma B (Paginauno, 2018) e Il figlio (Paginauno, febbraio 2020). Ha tradotto e curato, tra altre, opere di Francis Scott Fitzgerald, Thomas Wolfe, Alice Rivaz, Christine Dwyer Hickey e Jean-Baptiste Del Amo. Tiene corsi di traduzione letteraria e di scrittura creativa. Vive a Monza.

redaz

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