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Politica | 29 novembre 2019, 17:46

"Ecco quello che avrei detto per rendere omaggio a Liliana Segre"

Michelangelo Catricalà: "Che triste usare questo ordine del giorno per attaccare la minoranza"

La lapide con i nomi degli ebrei vercellesi morti nei campi di sterminio

La lapide con i nomi degli ebrei vercellesi morti nei campi di sterminio

Riceviamo e pubblichiamo.

“Collegamento” trovato come per incanto!
Fa piacere che in extremis la maggioranza, in un silenzio assordante (nessun consigliere ha proferito parola, nessun commento, nessun intervento), sia stata in grado di recuperare il collegamento tra Liliana Segre e il territorio vercellese.

Veramente squallido, permettetemi, il prendere a pretesto la votazione sul riconoscimento della cittadinanza alla Segre per attaccare la minoranza, un comportamento che rivela tutta la pochezza che caratterizza alcuni componenti di questa “Nuova” amministrazione, purtroppo.

Pubblico qui quella che sarebbe stata la mia presentazione in onore di Liliana Segre e di tutti i deportati ad Aushwitz:

Sono davvero orgoglioso di aver presentato la mozione (firmata da tutta la minoranza) per conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Siamo qui per ricordare, per tenere viva la memoria, per scacciare l’indifferenza; quell’indifferenza di cui parla Liliana nei suoi libri e nei suoi discorsi pubblici.
Liliana è il simbolo di tutti i deportati nei campi di concentramento nazisti! Liliana aveva 13 anni all’epoca e solo per una casualità è sopravvissuta, a differenza di molti altri suoi coetanei.

Parlo da papà, da uomo, non da consigliere, non da politico, qui infatti la politica non c’entra e non deve c’entrare: pensare di dover dire alla propria figlia (ne ho una di quasi 8 anni) “Non puoi più andare a scuola solo perché sei nata o Ti chiedo perdono per averti messo al mondo”! (La Senatrice Segre fino a quando suo padre non le disse che non poteva andare più a scuola neanche sapeva di essere Ebrea, aveva 8 anni).

Il messaggio di Liliana Segre abbraccia tutti, non esclude nessuno, nessun individuo, nessuna esperienza, ha una valenza universale. Il collegamento con il territorio c’è ed è forte, ed è attraverso il racconto della sua persona che sono qui per ricordare tutti i deportati vercellesi.

La comunità ebraica di Vercelli esiste dal 1500 e come tutte le comunità ebraiche italiane ha subito le Leggi Razziali. Bastava il cognome ebraico o la discendenza di uno dei genitori per essere consegnati alla mostruosa macchina dello sterminio di massa nazista. Il controllo avveniva capillarmente attraverso la questura, l’anagrafe ecc... Ma anche con denunce da parte di cittadini.
Posti ai margini della società, privati nel 1938 dei diritti e delle civiche libertà, tra il ‘43 e il ‘45 ottantanove persone, appartenenti ai territori di Vercelli, Biella, Novara e nel VCO, furono deportate nei campi di sterminio.

Qualcuno di loro è riuscito a ritornare dopo la guerra, tuttavia la maggior parte delle famiglie storiche vercellesi si sono trasferite altrove, sia in Italia che in Israele o negli Stati Uniti, mantenendo comunque stretti rapporti con la locale Comunità di origine.
Ecco dunque (nell’immagine qui riportata) le lacrime degli oppressi che non conoscono consolazione i nomi di coloro che partecipavano alla vita religiosa della comunità ebraica di Vercelli.

A queste persone si aggiungano la famiglia di Desiderio Weisz, con la moglie Irma Shotten e la figlia Hilda provenienti da Vienna, giunti in Italia da Lubiana e rifugiati a Livorno Ferraris, unitamente a Ida Witzman, dal 1941. In seguito furono poi arrestati, internati all’Ara Vecchia di Vercelli e deportati ad Auschwitz.

Ricordare per conservare la memoria, la stessa di cui parla Liliana Segre. È questa la memoria storica, quella che appartiene a tutti quanti, a tutta l’umanità. Perdere la “memoria comune” espone al “rischio comune” dell’indifferenza, che è viatico principale d’odio e di intolleranza.

redaz

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