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Cronaca | 14 novembre 2019, 19:05

Investì la figlia con l'auto: chiesti 13 anni di carcere

Alle battute finali il processo contro Elmostafa Hayan. La difesa: "Va assolto, non c'era volontà di uccidere".

Investì la figlia con l'auto: chiesti 13 anni di carcere

Tredici anni di reclusione.

Sono da poco passate le 10,30 di giovedì quando, al termine di una requisitoria durata meno di un'ora, il pubblico ministero Mariagiovanna Compare pronuncia la richiesta di condanna nei confronti di Elmostafa Hayan, il 54nne residente a Livorno Ferraris che, lo scorso 15 marzo, ha investito la figlia Miriam nella stradina sotto casa. L'uomo, finito prima in carcere e poi ai domiciliari, deve rispondere di tentato omicidio aggravato e maltrattamenti in famiglia.

Nessun dubbio, secondo il pubblico ministero, sul fatto che il comportamento assillante e ossessivo del padre configuri il reato di maltrattamenti nei confronti della ragazza che, ormai maggiorenne, voleva scegliere come costruire la propria vita.

“I testi ci dicono che Miriam era esasperata dal comportamento del padre, al punto tale da aver già chiamato i carabinieri, al punto da essersi rifugiata a casa della vicina e di non parlare praticamente più con il padre”, ha detto il pubblico ministero, ricordando quanto dichiarato in aula dalla vicina di casa e dall'allenatore di basket.

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Nessun dubbio nemmeno sul tentato omicidio: fondamentale, nelle ricostruzione del pm, anche quanto raccontato dalla ragazza nel corso dell'incidente probatorio: “Mio padre mi aveva seguito in auto, a passo d'uomo, chiedendo in più occasioni di accompagnarmi. Io ho rifiutato, lui si è allontanato e a un tratto, mentre attraversavo, l'ho visto che tornava indietro diretto verso di me, accelerando. A quel punto non ho potuto evitare l'impatto”.

A sostegno della tesi anche i racconti fatti in aula dai primi soccorritori che, vedendo un uomo inveire contro la ragazza a terra, non avevano nemmeno capito che si trattasse del padre. Per loro era un uomo che stava urlando contro una ragazza a terra, che le spaccava il cellulare e che aveva un atteggiamento minaccioso verso i presenti.

Inverosimile, secondo il pubblico ministero, la ricostruzione dell'imputato.

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“Nel corso della deposizione – ha rilevato il pubblico ministero – Hayan si è rimangiato non solo le ammissioni che aveva fatto in sede di interrogatorio di garanzia, ma anche il contenuto della lettera di scuse che aveva scritto dal carcere. Dimostrazione che, fino all'ultimo, l'imputato non ha mostrato alcun segno di pentimento per quanto ha commesso”.

Assolutamente opposta la ricostruzione dell'avvocato Fabio Merlo che difende Hayan. Secondo la difesa, i rapporti in famiglia non erano così sbilanciati a senso unico in direzione del padre e, di certo, non possono essere configurati come maltrattamento (accusa per la quale il legale ha chiesto l'assoluzione). Ma anche sulla più grave contestazione di tentato omicidio, Merlo attacca: “Non ci sono testi che abbiamo assistito all'incidente, non c'è una prova oggettiva che Hayan volesse uccidere. Anche il comportamento tenuto dopo l'incidente dev'essere valutato nella prospettiva di un uomo che ha avuto una reazione di spavento e anche di rabbia per l'incidente che aveva coinvolto la figlia”.

Sulla base di queste considerazioni, il legale ha chiesto in via principale l'assoluzione e in subordinata la riqualificazione del reato in lesioni dolose con la concessione delle attenuanti nella massima estensione.

Sentenza il 12 dicembre.

fr

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