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Cronaca | 10 settembre 2019, 10:45

Simona Rocca e il suo aggressore si ritrovano in Tribunale

LA DONNA DEPONE AL PROCESSO CONTRO MARIO D'UONNO, CHE AVEVA ACCUSATO DI STALKING PRIMA DI ESSERE USTIONATA

Simona Rocca e il suo aggressore si ritrovano in Tribunale

Si sono ritrovati faccia a faccia, in Tribunale, al processo per stalking che doveva partire lo scorso febbraio e che poi è stato rinviato per mesi a causa dell'aggressione consumata nel parcheggio dell'Ovs. Lunedì mattina, davanti al giudice Paolo De Maria, Simona Rocca – nel corso di una deposizione a porte chiuse – ha raccontato le vicende che l'avevano spinta a sporgere più di una denuncia contro l'ex guardia giurata che l'aveva perseguitata per mesi.

Di fronte a lei, ad ascoltare, c'era Mario D'Uonno, l'uomo che l'ha quasi uccisa, dando fuoco all'auto in cui Simona Rocca si era rifugiata per sfuggirgli.

Lei, tuttora provatissima nell'aspetto dopo la lunga degenza ospedaliera, porta evidenti i segni di ferite ancora ben lontane dall'essere superate. Lui, trasferito al processo dal carcere dove si trova dallo scorso febbraio, è completamente ingrigito con barba e capelli lunghi.

Dura quasi tre ore, con una breve interruzione, la deposizione di Simona Rocca, assistita nel processo dai legali Fabio Merlo e Andrea Fontana. Al termine, sono il marito della donna e il carabiniere di Borgo Vercelli che per primo raccolse le preoccupazioni della donna, a raccontare il clima e gli episodi per i quali D'Uonno è finito a processo. Episodi che risalgono al periodo compreso tra l'autunno del 2017 e i primi mesi del 2018 quando poi Simona Rocca decise di presentare la prima denuncia. Episodi che, per diverso tempo, la donna non aveva raccontato a nessuno, tormentandosi per i messaggi, gli appostamenti e le richieste continue di incontri ricevuti da parte di D'Uonno. Anche il marito di lei ricorda di aver incrociato spesso l'auto di D'Uonno, ma solo in un secondo momento l'uomo realizza che quelli non sono incontri casuali, ma veri e propri appostamenti: fuori dal centro commerciale in cui la moglie è impiegata, vicino alla palestra dove va dopo il lavoro, nel bar poco lontano dalla scuola dei figli. Da D'Uonno l'uomo riceve anche la richiesta di un incontro che però lui, dopo essersi confrontato con un carabiniere al corrente di quanto stava accadendo, decide di rifiutare.

Ed è stato poi proprio il carabiniere che per primo aveva raccolto la richiesta di aiuto di Simona, a raccontare l'escalation di comportamenti sempre più molesti e pressanti dell'imputato. Comportamenti che il militare - visto che inizialmente non c'era una denuncia - aveva monitorato con attenzione temendo che potessero evolvere in situazioni di potenziale pericolo e che lo avevano anche spinto ad allertare la centrale operativa, chiedendo un intervento dei colleghi per una richiesta di aiuto giunta telefonicamente dalla vittima. “Dopo quell'episodio in cui D'Uonno aveva l'aveva strattonata, strappandole il telefono, Simona Rocca decise di sporgere denuncia, raccontando dei pedinamenti e facendo vedere i messaggi e i whatsapp che aveva ricevuto”. Poco dopo a D'Uonno viene ritirato il porto d'armi, con la conseguente perdita del lavoro come guardia giurata e poi l'allontanamento da Vercelli. Nelle prossime udienze anche lui potrebbe decidere di farsi sentire (come aveva annunciato all'inizio del processo). Intanto la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per i fatti del 4 febbraio: le accuse sono molte e pesanti a partire da quella di tentato omicidio premeditato e aggravato.

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