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Politica | 29 giugno 2019, 00:55

In nome del popolo italiano

UN FAMOSO FILM DI DINO RISI DEL 1971, DALLO STESSO TITOLO, METTEVA IN EVIDENZA L'OMBRA QUOTIDIANA DI UN AMBIGUO MORALISMO TUTTO ITALIANO.

In nome del popolo italiano

Ci capita spesso di sentire o di leggere la frase: “In nome del popolo italiano”.

L’art. 101 della nostra Costituzione declama quella frase quando si riferisce alla giustizia che è «amministrata in nome del popolo». I Costituenti hanno dibattuto molto per giungere a questa “regola”; le proposte in discussione erano le più ampie: “Le sentenze sono rese in nome del popolo”; “La funzione giurisdizionale, espressione della sovranità della Repubblica, è esercitata in nome del popolo italiano”; “Il potere giudiziario, emanazione diretta ed immediata della sovranità dello Stato, esercita la funzione giurisdizionale in nome del popolo”. Merita la rilettura di una parte dell’intervento che tenne l’on. avv. Titolo Oro Nobili il 20 novembre 1947 al fine della stesura definitiva dell’art. 101: «La sovranità dalla quale la giurisdizione deriva procede dal popolo, al pari della sovranità della Repubblica. La giurisdizione, esercitata in nome del popolo, non è soltanto riallacciarsi alla formula d'investitura della potestà giusdicente, ma è precisare la fonte prima dalla quale la giurisdizione deriva: giacché dai primordi della umana società, dal periodo matriarcale e patriarcale alle prime civiltà, fu sempre nel popolo, e non soltanto simbolicamente, il potere di rendere giustizia».

Ecco il nocciolo del suo discorso: “nel” popolo. Il popolo è formato da molte anime e spesso viene usata “una parte” per esprimere “una totalità”. Tradotto in linguistica si direbbe “sineddoche”, parola dotta ed edulcorata per dire che pochi traducono la volontà di molti. E ciò non accade soltanto nel campo della giustizia.

In questo periodo storico qualcuno si scandalizza quando sentiamo dire: “Rappresento la volontà di 60 milioni di persone”, oppure “Ho avuto il mandato popolare”. Il popolo della minoranza che non l’ha votato si defila, mentre il popolo della maggioranza che l’ha votato lo considera come proprio rappresentante. In questo caso parliamo di «volontà generale», ovvero di volontà dei cittadini vista come “corpo comune” teorizzata dal filosofo Rousseau nel 1762. Per contro capita anche di sentire sentenze della magistratura emesse in nome del popolo italiano che, nella maggioranza, in quella sentenza nominato, non riesce proprio a comprendere, soprattutto nei casi di clamore dovuto all’alto impatto sociale. Perché non si riconosce.

E capita che la maggioranza del popolo nemmeno si riconosca di fronte a scelte politiche decise dai partiti che concorrono «con metodo democratico a determinare la politica» (art. 49 Cost.). “Della” politica che il popolo, in maggioranza, ha votato con univoca chiarezza.

Poco più di un mese fa abbiamo votato per il nuovo Consiglio comunale di Vercelli e per il nuovo Consiglio regionale del Piemonte. Alcuni nuovi consiglieri comunali e regionali hanno ottenuto molte preferenze -o le più alte in assoluto- (proprio così: il cittadino elettore ha scritto il nome e cognome sulla scheda elettorale di un determinato candidato), ma poi oltre al seggio questi non hanno anche ottenuto un incarico di responsabilità “doverosa”, come, ad esempio, quello di assessore.

Quindi, sempre ritornando a Rousseau, la non traduzione in concreto della volontà generale, si traduce in volontà particolare. Da parte di qualcuno (o di pochi) che “corregge” (o correggono) la volontà generale.

Viene in mente Gioacchino Belli quando nel suo sonetto in romanesco “La ggiustizzia ar popolo”, così terminava: «Me slongo, e vvedo ggià ffinito er gioco. Bbravi! Ma un’antra vorta io me ne fotto
d’annamme a scommidà ppe ttanto poco»


 


Pierluigi Lamolea

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