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Sport | 16 giugno 2019, 17:59

Alla Juve un tecnico senza cravatta. Ed è una scommessa

FINO A UN MESE FA MAURIZIO SARRI NON AVEVA ANCORA VINTO NULLA

Alla Juve un tecnico senza cravatta. Ed è una scommessa

 

Maurizio Sarri è il nuovo allenatore della Juventus. Lo ha annunciato la società sul suo sito web oggi alle 15 in punto: per lui contratto triennale fino al giugno 2022

Arrivare alla guida della Juve a 60 anni è un privilegio non da tutti. Solitamente la Vecchia Signora sceglie tecnici giovani ed emergenti (Trapattoni, Lippi, Ancelotti, Conte) oppure già rodati e vincenti (Capello, il ritorno di Lippi, Allegri), quando è uscita da questi cliché, pensiamo a Deschamps piuttosto che a Del Neri, non ha avuto grossa fortuna.

Sarri ha compiuto da poco 60 anni, cinque anni fa allenava ancora in serie B, mentre tra un mese di ritroverà a lavorare con Ronaldo. Un privilegio non da tutti, ancora più particolare se consideriamo la storia di questo tecnico, cresciuto in una famiglia di operai, che in gioventù si divideva tra il ruolo di calciatore dilettante e quello di dipendente della Banca Toscana. Solo allora metteva giacca e cravatta, che poi ha fatto fatica ad indossare da tecnico, preferendo sempre la comodità e le tute quando sta in panchina.

E’ stato così anche in questa ultima stagione al Chelsea, è andato a vertirsi di tutto punto dopo aver condotto i Blues alla conquista della Europa League, per essere all’altezza della situazione almeno in conferenza stampa. Alla Juve la forma è anche sostanza, quindi dovrà abituarsi ad un look più ricercato, dovrà smussare alcuni eccessi caratteriali, forse anche smetterla con il fumo. Ma anche se si tratta di un allenatore che, priva di guidare il Napoli, era stato solo e sempre in provincia, è stimolante e curiosa la scelta che la Juve ha fatto su di lui. Forse (anche se nessuno lo ammetterà mai) si tratta di una seconda scelta, perché Agnelli ha flirtato a lungo con Pep Guardiola, ma non essendo riuscito a convincere lo spagnolo a divorziare dal City, ha scelto di sposare l’allenatore italiano che forse più di tutti ama il bel calcio.

Sarri, dopo anni di onesto girovagare in provincia, si è rilanciato all’inizio del decennio quando ha preso un Empoli ai margini della zona retrocessione in C e in poco più di un anno e mezzo l’ha condotto alla promozione in A, mantenendo poi la categoria con brillantezza, bel gioco e qualità. Doti che gli hanno permesso di guadagnarsi la chiamata del Napoli. Dove è vero che non ha vinto nulla, ma in due campionati su tre ha saputo tenere testa alla Juve fino alla fine, portando Higuain al punto più alto della carriera, facendo diventare Mertens un attaccante da oltre 20 gol a campionato, smontando e rimontando la squadra ogni stagione, avendo sempre nel bel calcio e nel collettivo il punto attorno a cui far ruotare tutto.

Poi c’è stata l’esperienza al Chelsea, dove ha avuto anche momenti difficili ed è stato ad un passo dall’esonero, durante l’inverno, ma alla fine ha conquistato la qualificazione in Champions e portato a casa l’Europa League (oltre ad aver perso solo ai rigori la Coppa di Lega). Insomma, un bilancio più che lusinghiero. I uoi detrattori ricordano che tutto gli è risultato più facile, potendo contare sul numero 10 oggi migliore al mondo, quell’Eden Hazard fresco di passaggio al Real Madrid, dopo una stagione da sogno successiva a un Mondiale da grande protagonista.

Ma Sarri punta a vincere passando attraverso la manovra corale, ieri come oggi, all’Empoli come alla Juve, allenando calciatori di serie B come l’extraterrestre Ronaldo. Ad Allegri, pur avendo vinto cinque scudetti consecutivi, alla lunga è stato fatto pesare che il privilegiare il singolo e la praticità, a scapito del bel gioco e del gruppo, è stato fatale in Champions. L’Ajax, nell’ultima doppia eurorecita, impartì una lezione alla Juve, di qui l’idea di Agnelli di provare a cambiare il direttore d’orchestra, più che lo spartito.

La scomessa adesso è di provare a vincere cambiando modulo, atteggiamento, approccio. A quel punto, giacca o non giacca, eccessi verbali e dichiarazioni sopra le righe (anche nei confronti della Juve, quando era alla guida del Napoli) passeranno in secondo piano, se il risultato sarà stato riportare a Torino dopo 24 anni la coppa dalle grandi orecchie.

TORINO, DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

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