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Cronaca | 14 giugno 2019, 08:41

"Fermo o ti pianto un coltello nella schiena": poi il furto della catena d'oro

PROCESSO PER UNA RAPINA AI DANNI DI UN MINORENNE AVVENUTA IN PIENO CENTRO

"Fermo o ti pianto un coltello nella schiena": poi il furto della catena d'oro

Aveva fermato un 17enne, che con un amico stava raggiungendo la stazione ci Vercelli per poi tornare a casa, a Villata, accusandolo di aver picchiato un cugino appena 12enne.

Il ragazzo, preso alla sprovvista, aveva prima pensato a uno scambio di persona, poi, quando l'altro lo aveva bloccato, usando toni aggressivi tenendogli un oggetto puntato contro la schiena, si era spaventato temendo possibili gravi conseguenze per la propria sicurezza. Anche perché l'aggressore, senza mezzi termini, gli aveva detto: "Se hai picchiato mio cugino ti pianto un coltello nella schiena e ti lascio qui a morire per strada". Parole che, ovviamente, avevano gettato nel panico la giovanissima vittima.

Nell'arco di pochi minuti, l'aggressore, un marocchino poco più che ventenne che si era arrivato in sella a una bicicletta bianca, aveva preteso di vedere i documenti del ragazzo e di fotografarli e, sempre minacciando il ragazzo di "andarlo a prendere" se avesse provato a reagire, gli aveva tolto dal collo una catena in oro bianco e giallo e se l'era messa in tasca prima di darsi alla fuga.

Il giovane e l'amico - che era stato mandato a qualche metro di distanza per tutto il tempo della rapina - avevano chiesto l'aiuto della Polizia che, in breve tempo, era riuscita a risalire all'identità dell'aggressore, riconosciuto da entrambi i giovani e denunciato per rapina.

A distanza di qualche anno da quel brutto episodio, che si era consumato a pochi metri dalla basilica di Sant'Andrea, in un pomeriggio del giugno del 2015, la vicenda è arrivata nelle aule del tribunale di Vercelli: al momento irreperibile, l'imputato è stato riconosciuto dai due giovani nei book fotografici presentati loro dal pubblico ministero Davide Pretti. I racconti di entrambi, che anche a distanza di tempo ricordavano bene quell'episodio, e i riscontri raccolti nel corso delle indagini, hanno portato l'accusa a rienere provata la responsaiblità dell'imputato e a chiedere una condanna a 3 anni e 6 mesi. Richiesta sostanzialmente accolta dalla corte che ha inflitto una pena di 3 anni e 4 mesi e una multa di 1500 euro.

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