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Attualità | 26 gennaio 2019, 16:31

La Costituzione (5.a parte): Disposizioni transitorie e finali

LA NUMERO DODICI VIETA LA RICOSTITUZIONE DEL DISCIOLTO PARTITO FASCISTA

La Costituzione (5.a parte): Disposizioni transitorie e finali

La Costituzione della Repubblica italiana è formata da 139 articoli (meno di 10.000 parole). I costituenti sentirono la necessità di aggiungere 18 Disposizioni transitorie e finali con anche il fine di chiarire alcuni problemi che si ponevano nel momento storico e politico in cui doveva entrare in vigore.

Sia le disposizioni transitorie, sia le disposizioni finali sono norme costituzionali e giuridiche come tutte le altre e sono destinate a regolare rispettivamente in maniera temporanea e duratura quanto contenuto, con gli stessi limiti e con le stesse eccezioni esattamente come per i precedenti 139 articoli. Alcune meritano di essere evidenziate.

La I disposizione stabilisce che il Presidente della Repubblica dovrà essere lo stesso (Enrico De Nicola) che in quel momento era già Capo provvisorio dello Stato perché i meccanismi per l’elezione del Presidente non potevano entrare in funzione finché la Costituzione non fosse diventata operante; allo stesso modo la II disposizione transitoria precisa che se al momento dell’elezione del Presidente della Repubblica i Consigli Regionali, come prevedibile, non fossero stati costituiti, all’elezione del Presidente avrebbero partecipato soltanto i componenti delle due Camere e non anche i rappresentanti dei Consigli Regionali.

La XII disposizione vieta per sempre la ricostituzione del disciolto Partito Fascista, considerato come la negazione radicale della democrazia.

La XIII disposizione ha imposto la confisca di tutti i beni degli ex re di Casa Savoia che sono così diventati di proprietà dello Stato italiano. Inoltre per più di 50 anni (fino al novembre 2002) non era permesso né l’ingresso, né il soggiorno sul territorio nazionale agli ex re con le loro consorti e ai discendenti maschi, e i membri di Casa Savoia non potevano essere elettori, ricoprire pubblici uffici e cariche elettive. Tale dura disposizione era stata inserita perché la monarchia sabauda si era compromessa fino in fondo con il fascismo, prima favorendone l’ascesa al potere e poi tollerandone la ventennale dittatura.

La XIV disposizione non riconosce più i titoli nobiliari. Non sono quindi abrogati o soppressi, ma chi li possiede non può vantare alcun diritto: in sintesi non hanno alcuna pubblica rilevanza.

Dopo 170 sedute per la durata complessiva di un anno e mezzo, l’Assemblea Costituente ha generato, approvandolo, il 22 dicembre 1947, il testo definitivo della Costituzione con un percorso di molte discussioni.

Memorabile è il racconto del cronista televisivo che descrive il momento della firma finale del 27 dicembre 1947: «Sono le ore 17 quando il Presidente della Repubblica (Enrico De Nicola) prende posto al tavolo della firma. Due calamai, quattro penne da ufficio rievocano la frugalità tra cui sono nate tutte le grandi Carte democratiche a cominciare dalla settecentesca e americana dichiarazione dei Diritti. “L’ho letta attentamente, possiamo firmare con sicura coscienza” ha detto poco prima De Nicola a De Gasperi (Presidente del Consiglio dei ministri). “L’avvocato De Nicola è un grande giurista, siamo tranquilli anche noi”, risponde Alcide De Gasperi».

Dietro a ogni vocabolo c’era un significato, c’era un dibattito. Un esempio è l’aggiunta della locuzione «di fatto» alla bozza intermedia dell’art. 3, voluta dalla madre costituente Teresa Mattei. La visione femminile voleva mettere in pratica (di fatto appunto) il principio di uguaglianza dichiarato al 1° comma dello stesso articolo, accompagnandolo con le leggi necessarie a riequilibrare le diverse situazioni in cui le persone si trovano nella quotidianità.

E’ storico il momento dell’alta partecipazione al voto nel 1946, per la prima volta delle donne, a «suffragio universale e segreto», e del loro esercizio attivo alla vita politica: in Assemblea Costituente erano presenti 21 donne su 556. Come è storico il momento dell’emozione percepita. Su un quotidiano del 1946 la giornalista Anna Garofalo scriveva: «Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi nelle lunghe file davanti ai seggi. E molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari».

Nella pratica però la Costituzione è stata attuata a passo di tartaruga: la Corte Costituzionale diventò operativa dal 1956, il Consiglio superiore della magistratura vide la luce nel 1958 e soltanto nel 1970 furono emanate le leggi necessarie al funzionamento delle Regioni.


 

Pierluigi Lamolea

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