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Spettacoli | martedì 04 dicembre 2018, 14:56

IL maestro più alto del mondo che mori come Cristo in croce

FILM DOCUMENTARIO “GLI ULTIMI GIORNI DI FRANCESCO MASTROGIOVANNI" VENERDì AL MATTONE ROSSO, ORGANIZZA UK CONITATO VERCELLI ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA

IL maestro più alto del mondo che mori come Cristo in croce

Il Comitato Vercelli Antifascista Antirazzista invita tutti a partecipare alla visione del documentario di Costanza Quatriglio "87 ore - Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni", che si terrà Venerdì 7 alle ore 21.30 presso la ex colonia elioterapica, in Corso Rigola 150. 

Mastrogiovanni era un insegnante, il “maestro più alto del mondo”, come veniva affettuosamente soprannominato per via del suo metro e novanta dagli studenti delle scuole elementari di Pollica, nel Cilento e morì in seguito ad un tso (trattamento sanitario obbligatorio), il terzo nel giro di pochi anni. La sua è una storia così complessa e amara che ci pare impossibile ridurla in poche righe in un misero comunicato stampa, per questo ci affidiamo alle parole di un articolo de "Internazionale" del  6 novembre 2015.

 È una storia incredibile, quella di Franco Mastrogiovanni, che va raccontata nella sua interezza per provare a comprendere quello che accade negli ultimi cinque giorni della sua esistenza, quelli sui quali si concentra il documentario di Costanza Quatriglio 87 ore (con il soggetto, tra gli altri, di Luigi Manconi e il supporto dell’associazione A buon diritto) 

Varrà la pena incrociare le immagini shock del film con le 183 pagine di motivazione della sentenza di primo grado che ha visto condannati sei medici, nonostante l’assenza del reato di tortura nel nostro codice penale, e assolti dodici infermieri, giudicati non responsabili perché “hanno obbedito a un ordine”.

Il destino di Franco Mastrogiovanni si compie la mattina del 31 luglio 2009, quando abbandona la sua auto davanti alla spiaggia di San Mauro Cilento e si butta in mare. In quel momento è un uomo in fuga e non si capisce bene per quale motivo.

Chiamato a deporre davanti ai giudici, il tenente dei vigili urbani di Pollica, Angelo Lamanna, afferma di aver ricevuto alle 23.30 della sera precedente una telefonata dal sindaco Vassallo, che gli chiede di andare sull’isola pedonale di Acciaroli perché lì c’era una persona che stava creando problemi e bisognava fare un tso. Nella sua relazione scrive che Mastrogiovanni era alla guida di un’auto e aveva lo sguardo perso nel vuoto, sostiene di aver tentato di fermarlo ma senza successo, perché questi andava a forte velocità.

La versione del vigile urbano non appare particolarmente convincente. In ogni modo, alle 8.30 della mattina dopo Lamanna racconta di aver visto di nuovo Mastrogiovanni: ha ancora lo sguardo assente e non si ferma all’alt. A questo punto, chiama i carabinieri e comincia un inseguimento per le strade dell’alto Cilento, dove il fuggitivo abbandona la sua Fiat Punto bianca, si rifugia sulla spiaggia e si butta in mare urlando “non mi prenderete” e cantando “canzoni politiche”.

Intona Addio Lugano bella non perché è pazzo ma per tutt’altro motivo: è un anarchico.

Non ha un buon rapporto con le forze dell’ordine, ed è contraccambiato per questo, da quando nel 1999, denunciato per resistenza aggravata dopo una multa per divieto di sosta, aveva a sua volta accusato gli agenti di arresto illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia, sostenendo di essere stato portato in caserma e picchiato. I giudici gli daranno ragione: per questo episodio Mastrogiovanni sarà assolto e risarcito per ingiusta detenzione.

È un precedente di cui tener conto, se si vuole arrivare a capire perché un docente ancora precario a 58 anni, del quale non si registrano problemi con gli altri insegnanti, descritto da amici e familiari come un uomo buono e “riservato”, pronto a infervorarsi solo quando si discute di politica ma affatto squilibrato o violento, quel giorno d’estate viene inseguito, accerchiato come un pericoloso criminale e prelevato con la forza dalla spiaggia. E capire anche come sia stato possibile che per cinque giorni sia stato lasciato a dimenarsi su un lettino di contenzione, nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, senza che nessuno alzasse un dito per ascoltarlo, aiutarlo, liberarlo.

Franco Mastrogiovanni rimane in acqua per un paio d’ore, circondato via terra da vigili e carabinieri, che gli sgonfiano pure le ruote dell’auto per evitare che possa scappare ancora, mentre la guardia costiera pattuglia il mare per evitare una fuga a nuoto e intima con un megafono ai bagnanti di allontanarsi. Chiamano un medico, che dalla spiaggia, a settanta metri di distanza dal paziente, ne certifica lo stato di agitazione prima che lui esca spontaneamente dall’acqua e si consegni ai carabinieri.

A dispetto dei certificati medici, appare assolutamente calmo, al punto che viene accompagnato al bar dalla processione di vigili e carabinieri, beve un caffè (bevanda sconsigliata agli esagitati) e un bicchiere d’acqua, poi va a farsi una doccia e si avvia verso l’ambulanza. “Macché agitato, era assolutamente tranquillo, ha fatto tutto da solo”, conferma la titolare del campeggio Costa del Cilento, Licia Musto. “È salito sull’ambulanza con le sue gambe, poi si è girato e, rivolto a me e a mio figlio, ha detto: non mi fate portare a Vallo perché là mi ammazzano”.

Per quale motivo Mastrogiovanni abbia pronunciato quelle parole che oggi suonano profetiche rimane un mistero. Di sicuro conosce quel reparto e ne teme i metodi pre-basagliani: già nel 2002 e nel 2005 aveva ricevuto due trattamenti sanitari obbligatori, gli era sopravvissuto ma forse pensava di non poterne reggere un terzo.

Il “maestro più alto del mondo” è difeso a spada tratta dai suoi colleghi e pure dagli studenti. 

(...)

Gli ex allievi di Mastrogiovanni scrissero:

Nell’agosto del 2009 è morto il nostro maestro. Lui era un gigante dalle mille risorse, un uomo buono e comprensibile. Lui non si limitava solo ad insegnarci la matematica, ma ci dava anche preziosi consigli sulle altre materie. Durante l’intervallo molto spesso amava leggere il dizionario. A noi questa abitudine sembrava un po’ strana, un giorno infatti un nostro compagno gli domandò perché aveva questa passione, e lui rispose che nella vita bisogna sempre istruirsi e imparare nuovi vocaboli. Un bell’aspetto del suo carattere era quello di essere sempre sorridente anche nei momenti magari più difficili. Purtroppo ancora oggi ragioni valide della sua morte non ci sono, ma una cosa è certa, il gigante buono di tutti i suoi alunni, è morto per i maltrattamenti subiti.

Sono le 11.00 del 31 luglio 2009 quando l’ambulanza che trasporta Franco Mastrogiovanni parte alla volta dell’ospedale di Vallo della Lucania, dove questi ha appena supplicato di non essere trasportato “perché lì mi ammazzano”. Qualcuno non riesce a trattenere le lacrime, ma gli ordini vanno eseguiti e nessuno ha il coraggio di fermare la macchina repressiva che è stata messa in moto. (...)

Gli ultimi giorni di vita di Mastrogiovanni sono un crescendo di insostenibile violenza, come si può vedere nel documentario di Costanza Quatriglio. È utile guardarlo tenendo presente le 183 pagine di motivazioni della sentenza di primo grado, che il 30 ottobre del 2012 ha condannato sei medici a pene tra i due e i quattro anni per falso ideologico in atto pubblico, sequestro di persona e morte in conseguenza di altro delitto.

All’arrivo in ospedale, alle 12.33 del 31 luglio, Franco Mastrogiovanni appare tranquillo. (...) L’incubo comincia quando gli infermieri arrivano per chiedergli l’esame delle urine. Al suo rifiuto, lo legano mani e piedi. Solo allora il paziente comincia a dimenarsi e a urlare.“Le immagini certificano che fu proprio la contenzione a far nascere e crescere in Mastrogiovanni il senso di disperazione e paura che lo portarono a più riprese a tentare di liberarsi dalle cinghie con cui era bloccato”, scrive la presidente del tribunale Elisabetta Garzo.

(Le telecamere registrano un uomo che cerca di divincolarsi in ogni modo e che pian piano si consuma, sedato e alimentato solo da una flebo. Gli infermieri non avranno il coraggio di disobbedire, anzi applicheranno alla lettera le prescrizioni. In dodici saranno assolti perché hanno ritenuto di “obbedire a un ordine legittimo” e “non potevano prendere l’iniziativa” di sciogliere i lacci della contenzione, “tenuto conto della totale impreparazione scientifica, non avendo seguito corsi di aggiornamento”. Questa tesi sarà contestata nel processo di secondo grado, in corso alla corte d’appello di Salerno, dove il procuratore generale ha sostenuto, al contrario, che gli infermieri “non sono meri esecutori di ordini dei medici, ma professionisti autonomi che avevano il dovere di rendersi conto delle condizioni del paziente”. 

Le riprese, fredde e impersonali come possono essere quelle non guidate da una mano umana, restituiscono l’idea di una stanza delle torture, né più né meno, dove ognuno fa la sua parte senza curarsi di quello che sta accadendo: sfilano infermieri che portano pasti che il paziente non può mangiare semplicemente perché è legato e che poi vanno a riprendere quattro ore dopo, donne delle pulizie che mantengono la stanza in ordine. In quattro giorni di ricovero, il paziente non sarà mai pulito o lavato. Lo lasciano a marcire.

La sera del 3 agosto la nipote Grazia Serra va a trovarlo in ospedale ma le viene impedito di entrare nel reparto e non viene neppure avvisata della contenzione. La sorella Caterina si rivolge al sindaco di Castelnuovo Cilento per avere qualche notizia e questi la rassicura: suo fratello sta bene. Ma passano solo poche ore e la mattina del 4 agosto è lo stesso sindaco ad avvisare Caterina che Franco Mastrogiovanni è morto. I familiari non riceveranno mai una telefonata dai medici e neppure le condoglianze dal San Luca di Vallo della Lucania.

Non ci sarà nemmeno una lettera di scuse per quello che è accaduto e per l’ultimo, pacchiano, errore: una telefonata dall’ospedale a casa del compagno di stanza di Mastrogiovanni, l’imbianchino Giuseppe Mangoletti, per dire ai familiari di “portare i panni”, un modo gergale per avvisare che il loro congiunto è morto.

Un dettaglio che rivela come a dare il colpo di grazia al “noto anarchico” possa essere stata una miscela di disinteresse e inefficienze, di incuria e totale indifferenza, persino di ottusa burocrazia. Per quattro giorni chiunque si è trovato ad avere a che fare con lui non ha fatto nulla per rispondere alle sue richieste di aiuto o per alleviarne le sofferenze, anzi è persino accaduto che qualcuno gli abbia gettato un asciugamano sulla faccia senza troppi complimenti. Le immagini delle telecamere fisse dell’ospedale restituiscono un’assenza di umanità che, al di là delle verità giudiziarie, fa poco onore a protagonisti e comprimari di questa triste vicenda.

Mastrogiovanni muore all’1.45 di notte del 4 agosto 2009, dopo 81 ore di agonia, ma la sua morte viene scoperta solo il mattino seguente. L’autopsia dirà che è morto per asfissia, causata da un edema polmonare provocato dalla contenzione, una pratica definita “illecita, impropria e antigiuridica”. “È morto come Cristo in croce”, dirà la sorella con una definizione più evocativa di qualsiasi immagine. A quel lettino, la sua croce, quel povero cristo anarchico è rimasto legato ancora sei ore dopo il decesso. In totale fanno 87.

REDAZ

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