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Arte e Cultura | martedì 03 luglio 2018, 17:33

«Sono un uomo del freddo»

DIECI DOMANDE AD ALBERO ODONE, VINCITORE DEL PREMIO TEDESCHI CON LA MECCANICA DEL DELITTO

Alberto Odone, un vercellese, un amico, un bravo scrittore appena “incoronato” dal premio Tedeschi a cui partecipano in tanti, scrittori aspiranti e scrittori famosi. Vince uno solo, ha vinto lui.


Alberto Odone, raccontati. Anni, lavoro, hobby, fobie, passioni.

Sono un uomo costantemente in cerca di qualcosa, curioso di vedere cosa si trova oltre la svolta di ogni giornata, ma la mia è una ricerca tranquilla, naturale, non spasmodica. Da oltre 30 anni pratico lo yoga e da 25 lo insegno e cerco di fare in modo, spesso non riuscendoci, che gli insegnamenti di questa disciplina contribuiscano a dare forma alla mia vita. E poi amo la montagna, il verde dei boschi, i suoni della natura, il fresco. Come suggerisce anche il mio aspetto, sono un uomo del nord, del freddo.


La meccanica del delitto, premio Tedeschi 2018: a come ci sei arrivato?

Il Tedeschi è il massimo riconoscimento per il romanzo giallo e offre una opportunità di uscita con il Giallo Mondadori che in questo campo è la Bibbia. Poi basta guardare i nomi chi mi ha preceduto nell'albo del premio, la loro qualità, il successo che stanno avendo. Se il Tedeschi è il massimo riconoscimento per il romanzo di genere giallo, il Gran Giallo di cattolica lo è per il racconto e, ad oggi, solo io e il bravissimo Diego Lama li abbiamo vinti entrambi.


Cosa puoi dirci del libro senza svelarlo?

Monaco di Baviera, tardo autunno 1920, un'epoca in cui la giustizia, per le strade e nei tribunali, la fanno i corpi paramilitari di estrema destra, i grandi industriali, i politici, ma Kurt Meingast non ci sta: un tempo era il migliore investigatore della Kripo, ora è un uomo profondamente segnato da ferite di guerra che gli tormentano il corpo e la mente. E anche se è ancora in servizio è di fatto un emarginato. Eppure una notte, in un vicolo, accanto al cadavere di un criminale che è appena stato ucciso da due colleghi, decide che è stanco di prestarsi a quel gioco, che è tempo di tornare a fare quel che sa fare meglio: scoprire i colpevoli.


Ti consideri un giallista?

Sì e no, anche perchè il giallo a mio modo di vedere è una struttura più che un genere, una nervatura che può sostenere infiniti tipi di storie. E poi la forza della scrittura consente sempre di uscire dal genere.


I tuoi maestri, se ne hai.

Borges, Calvino, Vidal, Pynchon, Murakami. Come si può vedere nessuno specialista del giallo.


Quando hai pensato che volevi fare lo scrittore?

Lo scorso fine settimana, a Cattolica. Ho pensato: adesso lascio perdere tutto, scrivo un romanzo all'anno e...


Il libro più bello che hai letto?

Se tu me lo chiedessi la settimana prossima ti darei una risposta diversa, perchè dipende dall'umore del momento, dagli smottamenti della memoria. Oggi ti dico: Finzioni di J..L. Borges, ma, sull'impronta del momento, voglio darti anche un italiano giovane e bravissimo: "Le otto montagne" di Paolo Cognetti.


Non ti chiedo di dirmi qual è il libro più brutto che hai letto (se vuoi, fai pure); ma ti chiedo: secondo te, fa male leggere della cattiva letteratura?

Sì, perchè ci toglie tempo, che è la risorsa più preziosa e rischia, nei lettori neofiti e ancora privi dei giusti anticorpi critici, di orientarli verso una concezione distorta di ciò che è buona letteratura.


Progetti nel cassetto?

La meccanica del delitto ha come protagonista un personaggio seriale ed è nata come primo volume di una trilogia. Ma è possibile che si estenda anche oltre se avrà successo.


Cosa c'è di te e cosa c'è di Vercelli nei tuoi libri (m'interessa Vercelli; perché io penso che la scrittura, magari inconsciamente, sia sempre autobiografica).

Per le ragioni che hai detto c'è inevitabilmente qualcosa di me nei miei protagonisti, in Meingast qualcosa di profondo ma al tempo stesso di vago, che stento a riconoscere e a definire ma che pure crea fra noi un intenso legame emotivo In un altro dei miei protagonisti seriali invece, il commissario Scholl, che è apparso ne "L'uomo col basco del Che" e che riapparirà presto in una nuova indagine, invece il richiamo è più esplicito: il suo intellettualismo di fondo, il suo disincanto, la sua razionalità holmesiana. Vercelli invece non appare mai nelle mie storie, non solo esplicitamente, ma nemmeno come richiamo. Non ci ho mai trovato uno spunto adatto, anche se la provincia padana ne ha sempre forniti parecchi.

Remo Bassini

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