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Attualità | 25 aprile 2018, 03:26

Il 25 aprile e la vecchia partigiana comunista

DIRO' SEMPRE CHE ABBIAMO FATTO LA RESISTENZA, NON DIRO' MAI CHE HO FATTO LA RESISTENZA - INTERVISTA DEL 25 APRILE 2012

Il 25 aprile e la vecchia partigiana comunista

Questo articolo è stato pubblicato sul Fatto on line il 25 aprile del 2012. L'intervistata è una persona nota a Vercelli. Ma volle - spiegando il perché - che l'intervista uscisse senza il suo nome.


Le dico: Chi meglio di te può raccontare un episodio di lotta partigiana? Il 25 aprile ha bisogno di storie vere. Mi dice: Va bene, ma non voglio, e me lo devi promettere, che compaia il mio nome. Te lo prometto, rispondo.Io non dico mai Ho fatto la Resistenza. Io dico sempre: Abbiamo fatto la Resistenza, precisa ancora lei, la vecchia partigiana comunista.

Primavera del 1944. La vecchia partigiana comunista è una giovane attivista comunista. Bella. Ha letto libri proibiti. Ha la tessera del Pci, presa nel1943. Ha coraggio, soprattutto.Ma non è l’unica ad averne. E poi. Per le donne è più facile fare attivismo politico. I fascisti le ritengono inoffensive, e prestano attenzione solo agli uomini; così per loro è più facile far girare il materiale della propaganda o passare i posti di blocco.  Un giorno di maggio a Vercelli si viene a sapere che quattro giovani, renitenti alle leva, sono stati condotti dal carcere in questura; dalla questura – è già successo – verranno condotti al camposanto per essere fucilati. In una fabbrica, si chiama Setvis e produce oggetti di plastica, una decina di donne, coordinate dalla giovane attivista comunista, decide di sfidare le autorità. Scioperando. Si rischia grosso a scioperare. Ti possono licenziare, picchiare, imprigionare, interrogare, magari mettere al muro.

 

Il terribile prefetto Morsero (che verrà fucilato dai partigiani) incute una paura bestia, basta pronunciare il suo nome, “Morsero”, e vengono in mente il camposanto e le esecuzioni. Il gruppetto di donne, però, è deciso. Raggiunge un’altra fabbrica, la Roy, che produce cartoni, entra dentro e alle operaie al lavoro viene spiegato di quei ragazzi, che possono essere fucilati, da un momento all’altro. Anche alla Roy il lavoro si ferma. E le donne, in strada, si dirigono verso un’altra fabbrica, la Faini, dove si fanno tessuti. Aderiscono allo sciopero anche qui. Il gruppo s’ingrossa. Ma non basta. E si dirige verso la quarta fabbrica, la Sambonet (posateria pregiata). Qui non serve entrare per spiegare: ci ha già pensato un’altra giovane attivista comunista (Maria Scarparo). E le donne della Sambonet scendono in strada a raggiungere le altre. Ma arriva anche la polizia. E un carro armato.

A dirigere il traffico c’è un maresciallo fascistissimo.Sa chi è stato a organizzare lo sciopero: la giovane attivista comunista.La guarda in faccia e le domanda: Perché questa cagnara? Perché siamo stanche di vedere i nostri ragazzi che vengono fucilati.Hai ragione, dice il maresciallo, che aggiunge: Ma dimmi, faresti la stessa cosa se i sei ragazzi fossero fascisti? No, dice lei. Arrestatela, dice lui. C’è silenzio, paura.La messa è finita torniamo a lavorare con la coda in mezzo alle gambe?, pensano le operaie scese in strada. Mentre i poliziotti si avvicinano alla giovane attivista, una voce (una donna tra le tante) dice: Donne, non lasciamo che portino via questa ragazza. (Lo dice in dialetto: Donne, lasuma nen purtè via sa mata).Il silenzio di prima è diventato trambusto, confusione, la giovane attivista rossa si ritrova in bicicletta, che pedala lontano, mentre le donne fanno scudo e impediscono ai poliziotti di rincorrerla.


Remo Bassini

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