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Arte e Cultura | 26 marzo 2018, 01:36

Sassofoni piemontesi a confronto: Bianzino e Mobiglia

STORIA DI UN GRAN BEL LIBRO, MA TUTTO PARTE DA UNA SCOPERTA CLAMOROSA, QUANDO CLAUDIO, TRA I RICORDI DI PAPA', TROVA UN VECCHIO SAX TENORE...

MOBIGLIA E BIANZINO

MOBIGLIA E BIANZINO

Ci vuole un giovane jazzista vercellese per rivalutare oggi la figura di un eccelso pioniere dello swing tricolore: Claudio Bianzino con il libro Tullio Mobiglia (Zedde Editore, Torino 2018), da poco uscito in tutte le librerie italiane, rende dunque omaggio, attraverso una biografia tanto breve e accattivante quanto profonda e informatissima ad un personaggio-chiave del ritmo sincopato, così come viene denominato il vero jazz sotto la dittatura fascista.

E lo fa partendo da una scoperta clamorosa: in casa, tra i ricordi del papà - Giuseppe Bianzino, esimio clarinettista dixieland negli anni Cinquanta con la Blue River’s Jazz Band e primo vercellese in assoluto a comparire da titolare in un album jazz con musicisti pavesi - Claudio trova un vecchio sax tenore, su cui campeggia una scritta: Tullio Mobiglia. Lo strumento viene quindi mostrato, circa dieci anni, al decano del sassofonismo moderno, l’astigiano Gianni Basso (1926-2010) il quale conferma di essere alla presenza del mitico oggetto appartenuto al protagonista medesimo (e probabilmente acquistato da papà Bianzino direttamente dalle mani di Tullio Mobiglia). Claudio redige questo libro, elaborando la propria tesi della laurea magistrale in Jazz presso il Conservatorio Vivaldi di Alessandria e aggiungendo foto, interviste, trascrizioni, partiture ne consegue una monografia esauriente su un grande dimenticato, che, magari, dopo queste pagine, potrà essere ripreso nella giusta prospettiva storico-critica. Bianzino quindi racconta l’iter artistico-professionale di Tullio Mobiglia da quando nasce il 12 aprile 1911 a Carezzano (in provincia di Alessandra) fino alla scomparsa avvenuta il 24 luglio 1991 a Helsinki (in Finlandia).

Per il giovane Tullio la folgorazione per il jazz avviene nel 1925, a soli quindici anni, allorché in parallelo inizia a studiare il violino e ad ascoltando l’orchestra di Pippo Barzizza, quale a sua volta suona gran parte del repertorio della Paul Whiteman Orchestra, il cosiddetto re del jazz, benché la celebre big band suoni in primis musica leggera per ballare e divertirsi. Forse è proprio vedendo (oltre ascoltare) un’orchestrona simil Whiteman che Tullio, affascinato e sedotto dai sassofoni, si decide a comprare il suo primo sax, che è un contralto. Poi per Mobiglia ci sono i viaggi da Genova a New York come suonatore sulle navi da crociera: e sbarcando a Manhattan ha la possibilità di ascoltare dal vivo e conoscere personalmente i migliori jazzisti sulla piazza dal violinista italoamericano Joe Venuti al grande tenorista Coleman Hawkinsi, mi grado di ispirargli stile, fraseggio, colore, timbro. La carriera di Tullio si svolse e si evolve si sostanza Europa fra gli anni Trenta e Quaranta, in quello che a posteriori i critici definiscono il suo periodo aureo ponendolo quale autentico pioniere non solo del sassofono ma soprattutto della musica afroamericana sul Vecchio Continente: da solista (anche al violino), come arrangiatore e soprattutto, alla testa di orchestre straordinarie, Mobiglia indica segnò al jazz europeo una nuova strada al di quanto, inventano in Francia Django Reinhardt, Stéphane Grappelli, Gus Viseur o un Gorni Kramee nella stessa Italia. Purtroppo all’epoca, lungo lo Stivale, a differenza dei terrirori Oltralpe, non esistono veri e propri concerti jazz e nemmeno una critica specialistica, quindi è difficile per lui ottenere delle serie attenzioni. In mancanza di scritti di critici, studiosi, musicologi, Bianzino raccoglie testimonianze orali, trascrive brani e improvvisazioni, trova rare fotografie e soprattutto compie una valida disamina sulla realtà socio-culturale negli anni del fascismo e del dopoguerra, ridando finalmente a Tullio Mobiglia, dopo anni di dimenticatoio, un giusto riconoscime alla statura musicale. E proprio per capire tale statura, torna utile rammentare che Tullio si diploma in violino al Conservatorio Niccolò Paganini di Genova, mentre l’accostamento al jazz avviene nel 1934, quando inizia, come già detto, comincia a lavorare sui transatlantici. Per lui il primo ingaggio fondamentale è come saxman nella celebre Orchestra Mirador con la quale, nel 1940, suona a Berlino, ottenendo un exploit così lusinghiero da passare con la Heinz Wehner Orchestra finché, nel 1941, Mobiglia crea la propria jazz band con tutti musicisti italiani, riuscendo a incidere diversi 78 giri, ripubblicati su cd solo nel 2003. In Germania, inoltre, durante la guerra, il carezzanese ha un successone con il brano Lieber Sonneschein che non è altro che la versione in lingua tedesca di Pippo non lo sa di Mario Panzeri e Gorni Kramer. Il pezzo (come moltissimi altri) funziona anche grazie alla presenza di validi comprimari, da Alfredo Marzaroli a Francesco Paolo Ricci, fino ad Alfio Grasso (caposcuola della chitarra jazz europea, e più insegnante di Caterina Valente, star internazionale); a Berlino la big band di Tullio è di casa soprattutto in due locali, oggi definibili jazz club più che cabaret, il Rosita ed il Patria, senza però tralasciare il Femina Bar, dove ha addirittura la chance di swingare accanto Django Reinhardt, osannato dal pubblico locale come tutto il jazz di allora: forse per questo i nazisti chiudono un occhio o meglio lasciano suonare la musica “degenerata” purché non là si chiami “jazz”.

Infatti in quegli anni gli scagnozzi di Hitler e Mussolini impongono un repertorio autarchico ribadendo il divieto di suonare canzoni americane, e dunque facendo in modo che il programma di concerti pubblici e sedute radiofonico-discografiche sia costituito tutto da brani jazz di musicisti europei, come pure da riarrangiamenti di melodie della tradizione leggera da Oi Marì a La canzone del boscaiolo dalla messicana Cielito lindo alle canzonette scritte dallo stesso Mobiglia. Vista la situazione peggiorare, nell'agosto del 1943 Mobiglia ritorna in Italia al suo paesello, passando per così dire dalla padella alla brace;e, dopo un anno di inattività, all'inizio del 1945 rimette in piedi una nuova orchestra con giovani musicisti, ottenendo un persino contratto con la Columbia (con la quale incide alcuni 78 giri) e poi via via con la Telefunken, con la Cetra, con la Durium, riprendendo altresì lo studio del violino. Nel frattempo Tullio lascia,definitivamente l’Italia, deluso dalla freddezza e dalla maldicenza di tanto giornalismo impreparato e prevenuto, per stabilirsi in Finlandia, dove rimarrà fino alla morte a ottant’anni per un male incurabile. In Scandinavia invece ottiene gradevolissimi riconoscimento, essendo addirittura chiamato, nel 1967, dal Conservatorio Jan Sibelius di Helsinki a rivestire la Cattedra di Violino, incarico che mantiene fino all’età pensionabile, pur continuando a esibirsi con musicisti locali in ambito jazz, classico e leggero. Al momento, in Italia, i soli a ricordarsi di lui sono da un lato gli amministratori del municipio di Carezzano, paese natale, che gli dedicano una via, e dall’altro ovviamente il vercellese Claudio Bianzino con questo bel libro. Per finire, sembra giusto occuparsi dell’autore del testo, classe 1970, da almeno vent’anni al lavoro quale sassofonista, jazzista, compositore, arrangiatore, nonché didatta di strumento jazz. Vincitore, nel corso degli anni, di un Primo Premio e due secondi posti in altrettanti Concorsi Internazionali per composizione e arrangiamento jazz, Bianzino compare nella Civica Jazz Band diretta da Enrico Intra e nel Phoebus Ensemble di Alberto Mandarini oltre numerose altre formazioni; bandleader in diverse formazioni, dai piccoli gruppi alle proprie orchestre, con il proprio jazz quartet pubblica nel 2013 il cd Gigiabbo per l’etichetta Dodicilune con booklet firmato dal jazzologo casalese Gian Nissola.

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