/ Arte e Cultura

Arte e Cultura | 20 febbraio 2018, 12:09

I ricordi di quelli che lasciarono la Puglia

IL ROMANZO (TRATTO DA STORIE VERE) "IN ATTESA DEGLI ALTRI TRASMETTIAMO MUSICA DA BALLO" DI MALUSA KOSGRAN

Malusa

Malusa

Ho costruito un palcoscenico per mettere in scena la storia corale di un’intera generazione di bambini che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno lasciato la Puglia, trasformandola in un ricordo” dice Malusa Kosgran, autrice del libro “In attesa degli altri trasmettiamo musica da ballo"

Ecco l'incipit.

“Andu’! Anduonie!” urlava il ragazzo curdo in dialetto biscegliese. Le due erano passate da un pezzo e gli operai di Antonio Di Pinto erano ancora in campagna, storditi non tanto dal sole e dalla lunghissima mattinata di lavoro, quanto dalla scomparsa di Tonino. Soras, il Vecchio, Vitino e Donato avevano setacciato il fondo senza successo. A volte capitava che si ostinasse in una potatura o in un innesto particolarmente complessi, o che si isolasse dal resto del gruppo, ma all’orario riappariva sempre.“
E senza di lui ce ne dobbiamo andare?” chiese Vito. Nonostante fossero cognati, Vitino e Antonio si scornavano spesso e volentieri. C’era sempre bisogno di un intermediario che traducesse all’uno le intenzioni dell’altro. Si trattava di fraintendimenti ridicoli per tutti tranne che per loro due. Le uniche cose che li accomunavano erano l’età e l’amore per Rita: moglie di Vitino e sorella di Antonio. Vito ripeté la domanda indirizzandola a Giulio, l’operaio più anziano della squadra, che aveva un’età indefinita tra i settanta e i centocinquanta anni. La sua pelle era spessa, rugosa e puntellata di macchie solari, e aveva giusto un paio di molari ancora buoni. Molto probabilmente avrebbe avuto bisogno di occhiali da vista: ogni volta che guardava qualcosa o qualcuno assottigliava lo sguardo assumendo un cipiglio minaccioso ben lontano dal suo carattere docile e rassegnato. Pur essendo in pensione da molto tempo, aveva ancora voglia di sudarsi il piatto di minestra, e continuava a stare al fianco di Antonio silenzioso al punto di sembrare muto. Lo chiamavano tutti il Vecchio. Lui non se la prendeva: si sentiva decrepito.
“Nce n’emm’a scì a fuorze”, rispose in modo sbrigativo gettando Vitino nel panico. Il cognato di Antonio, che aveva le guance perennemente rosse a causa di una violenta couperose e dava sempre l’impressione di essere stato preso a sberle da poco, avvampò ancora di più: bastava un’emozione qualsiasi a dargli fuoco alla faccia.“Ma dove cazzo, è andato a finire?” si lagnò dandosi una sonora pacca sui pantaloni impolverati. L’idea di andarsene senza Tonino gli sembrava una follia: si sarebbe volentieri messo a piangere. Il Vecchio sollevò le spalle e occupò uno dei quattro sedili posteriori del camioncino rosso che Antonio usava per portarli dal paese alla campagna: gli uomini lasciavano i loro mezzi in uno slargo nei pressi di un benzinaio nel vecchio rione Losapio 33, appena fuori Bisceglie. Benché fosse agitato tanto quanto Vito, Donato si sentì in dovere di dire qualcosa di tranquillizzante, purtroppo la frase stridette come gesso su una lavagna bagnata.
“Forse se n’è andato solo solo.”


Veniamo, ora, all'autrice. Chi è Malusa Kosgran?

“Sono nata a Milano nel 1974. Avevo un anno quando i miei decisero di trasferirsi a Bisceglie, in Puglia: i piani di mio padre per la sua famiglia non includevano la vendita diretta di frutta e verdura, lo smog e i tram. A 18 anni ho lasciato mamma, papà e sorella e sono tornata a Milano per frequentare una scuola di fumetto. Dai 18 ai 20 ho vissuto con la mia nonna materna, Giustina, poi da sola”.



Dicci del tuo rapporto con la scrittura.

“Avevo solo 21 anni quando ho cominciato a pubblicare sceneggiature per la Disney e 32 quando ho smesso per tentare altre strade. Da allora collaboro con svariate case editrici, magazine e agenzie e ho pubblicato romanzi, racconti, fumetti e albi illustrati. Il 25 aprile 2013 sono tornata a vivere in Puglia, dividendomi fra Bisceglie – che non è in Salento – e Mattinata, sul Gargano”.



Parlaci del libro.

“Un agricoltore pugliese ultrasessantenne scompare misteriosamente. La giovane figlia Marzia,studentessa di Agraria a Milano, torna a casa per stringersi attorno alla madre, Lunetta, e alle duesorelle, Loredana e Margherita. Smemorato, perduto, morto, in fuga, rapito dai fantasmi: la scomparsa di Antonio Di Pinto significa qualcosa di diverso per ciascuno dei personaggi coinvolti nella trama, personaggi che – come la chioma di una pianta – rappresentano bene l’esteriorità del protagonista, ma non la sua più profonda essenza.Rami, radici, foglie e albero: un romanzo in quattro parti che racconta e ritrae una vicenda che ha origini remote. Per capire come, quando e dove sia finito l’uomo che tutti credono di conoscere, è necessario approdare nella Milano degli anni Sessanta, la città del lavoro, della fatica, del razzismoe del gelo. In quella Milano e in quel tempo si nasconde Antonino, in uno dei tanti empori di frutta e verdura di biscegliesi trapiantati nella città delle opportunità”.



“In attesa degli altri trasmettiamo musica da ballo” è ispirato a più storie vere.

Per adesso è acquistabile qui, a questo link.

https://bookabook.it/libri/attesa-degli-altri-trasmettiamo-musica-ballo/

RB

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore