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Arte e Cultura | sabato 17 giugno 2017, 16:16

Giuseppe Culicchia intervistato da Giovanni Tesio

QUANTO CONTA ESSERE PUBBLICATO DA GRANDI EDITORI? - INCONTRO AL PUBBLICO STUDIO ORGANIZZATO DALL'UPO

A seguito di un incontro svoltosi al Piccolo Studio per l’Università Avogadro, riportiamo l'interessante conversazione fra Giuseppe Culicchia e Giovanni Tesio (romanziere il primo e critico il secondo). Ricordiamo che Culicchia, torinese, dopo gli studi fa il commesso di libreria, diventando scrittore nel 1994 con Tutti giù per terra ( prima ancora Pier Vittorio Tondelli gli aveva pubblicato alcuni racconti). Culicchia diventa giornalista, saggista, poi traduttore, nonché romanziere tradotto in varie lingue, grazie al consolidato successo dei primi tre-quattro libri.


Giovanni Tesio: Giuseppe, tu parli di Franz Kafka, a me leggendo i tuoi libri sembra che Kafka emerga in personaggi estremi, mentre nella tua narrativa, per me, esiste il nome di Luigi Pirandello; forse nel personaggio di Alice nel libro Nel paese delle meraviglie ci vedo invece altri autori. Alla luce di queste influenze, quindi ti chiedo: accanto ai classici europei, quali scrittori hanno agito in te?Giuseppe Culicchia: Ho parlato di Kafka come autore di America, il suo romanzo meno letto, ma che invece appartiene alla mia formazione, un libro ambientato a New York dove Kafka non c'è mai stato. Certo, la sensazione di essere fuori posto appartiene molto ai miei personaggi, come esiste il parallelismo con Uno nessuno e centomila, con la truffa che mette in atto il protagonista di Essere Nanni Moretti. Questi due riferimenti ci sono. Poi devo molto ai romanzieri americani da Mark Twain a tutto il Novecento: di loro utilizzo un linguaggio in apparenza 'poco' letterario, ma in realtà 'molto' letterario per la capacità di costruire situazioni molto realiste.


Giovanni Tesio: La tua scrittura promiscua, anticlassica, piena di eventi e di parlato, piena di voce e di musica, è qualcosa che non appartiene alla letteratura italiana almeno fino a Svevo e Pirandello. Per arrivare ai tuoi risultati, hai dovuto attraversare una letteratura che non ti convenisse?

Giuseppe Culicchia: Da ragazzino gli americani li ho letti in traduzione, poi le cose sono cambiate leggendoli in originale. Non si tratta di attraversare o scavalcare, ma trovare un proprio stile, che vuol dire scrivere in un prioprio stile non in quello degli scrittori che hai amato. Ho trovato il mio stile nella brevità, nell'ironia, nel tagliare ciò che non è necessario. Penso a una frase, "Vendesi scarpe da bambino mai usate" di Ernest Hemingway, dove c'è tutto in queste sei parole.


Giovanni Tesio: Ma ti senti più scrittore o narratore?

Giuseppe Cuilicchia: Penso di andare d'accordo con quanto detto in merito da Vassalli e da Arpino, scrivo da più di trent'anni, perché sono cresciuto in mezzo alle storie, i miei genitori da piccolo ci intrattenevano raccontando. Mi piace quando Arbasino ricorda che parlavano tantissimo la sera, con la Morante, Calvino, Moravia, perché non c'erano tutti questi aggeggi elettronici che tarpano il dialogo vero.


Giovanni Tesio: Quanta fatica che ti è costato il romanzo? Come vedi 'idea dell'ispirazione e della rielaborazione? A me la tua appare un'officina fervida incontentabile, dove ciò che appare in superficie, è in realtà frutto di un lavoro faticosissimo.

Giuseppe Culicchia: Io non credo all'ispirazione, per me conta la tecnica, anche se si parte pur sempre da un'idea. La scrittura richiede duro lavoro, in cui si è disposti a sacrificare mesi e mesi. E tendenzialmente, rispetto alle prime stesure di un libro, distruggo, perché per creare bisogna distruggere; quindi tengo solo frammenti.


Giovanni Tesio: Hai mai scritto poesie?

Giuseppe Culicchia: No, non ho mai scritto poesie e mai lo farò, perché penso che lirica e narrativa siano scritture tra loro molto diverse in tutti i sensi.


Giovanni Tesio: Come spieghi invece la tua passione contro il perbenismo dei luoghi comuni?

Giuseppe Culicchia: Il luogo comune ha a volte radici ben piantate nella realtà, altre volte sono frasi fatte che nascondono le nostre lacune. Chi scrive dovrebbe sempre nominare le cose come sono, dalla letteratura al giornalismo: ad esempio scrivono "una bomba intelligente ha fatto danni collaterali", per non dire che ha colpito qualcuno, che ha ucciso un 'obiettivo' che sono persone.


Giovanni Tesio: Tu sei anche giornalista e rubricista su L'Espresso, ma hai in mente una lettera in cui Calvino diffidava degli scrittori giornalisti. Quanto conta per te essere praticante nei giornali? Hanno relazione le due cose (letteratura e Giornalismo)? Decidi tu che si congiungano?

Giuseppe Culicchia: Si tratta di scritture diverse che si rivolgono a pubblici diversi. Forse Calvino era più scrittore che narratore. Forse io sono più laico di lui e non sono Flaubert...


Giovanni Tesio: Quanto conta essere pubblicato da grandi editori?

Giuseppe Culicchia: All'epoca scrivevo a macchina, poi ho visto la réclame del premio Montblanc in un negozio, mandai lì Tutti giù per terra e vinsi e toccò a Garzanti pubblicarmelo, ma prima fui rifiutato da Feltrinelli, Mondadori, Einaudi.

Guido Michelone

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