/ Cronaca

Cronaca | venerdì 16 giugno 2017, 17:10

Le condanne per la 'ndrangheta a Saluggia e Livorno Ferraris

E' ARRIVATO IN CASSAZIONE IL PROCESSO "COLPO DI CODA" CHE AVEVA PORTATO ALLA LUCE LE INFILTRAZIONE DELLA MALAVITA ORGANIZZATA TRA VERCELLESE E CHIVASSESE

Sei condanne in via definitiva e sei processi da rifare. Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte di Cassazione ha reso defintive le condanne nei confronti di metà degli imputati al processo per l'operazione "Colpo di coda", che aveva portato alla luce le infiltrazioni della 'ndrangheta tra Chiavassese e Vercellese, facendo emergere, in particolare, l'esistenza di una "locale di Livorno Ferraris" attiva tra il paese, Chivasso e Saluggia.

La suprema corte ha confermato le condanne di appello per Giuseppe Vincenzo Caglioti, residente a Saluggia, che dovrà scontare 7 anni e 4 mesi (in primo grado 8 anni e 6 mesi); per Pietro Marino, di Chivasso, che farà 10 anni e 8 mesi (11 anni e 8 mesi); per Bruno Cavallaro, di Sorianello, condannato a 7 anni e 4 mesi (pena confermata); per Ferdinando Cavallaro, di Chivasso, condannato a 9 anni (10 anni e 6 mesi); per Antonino D'Amico, di Chivasso, che sconterà 9 anni (10 anni) e per Giuseppe D'Amico di Chivasso che farà 7 anni di carcere (7 anni e 4 mesi in primo grado).

Sono state invece annullate con rinvio della sentenza di condanna ad altra sezione della Corte d'Appello le condanne per Massimo Benedetto, residente a Chivasso (in primo grado 7 anni e 4 mesi); Walter Benedetto, di Casalborgone (7 anni);  Michele Dominello, di Montanaro (7 anni); Salvatore Dominello, di Montanaro (7 anni); Antonino Marino, di Chivasso (9 anni); Nicola Marino, di Chivasso (7 anni e 4 mesi). I Dominello sono legati da un vincolo di parentela a un altro presunto esponente della 'ndragheta attiva tra torinese e vercellese: quel Rocco Dominello accusato di essersi infiltrato tra gli ultrà juventini per prendere il controllo del giro di bagarinaggio dei biglietti. L'uomo è attualmente sotto processo a Torino insieme ai componenti della famiglia Raso della "locale di Santhià" arrestati la scorsa estate al termine di un'inchiesta su giri di usura, estorsione ai danni di commercianti e dei locali pubblici di vari centri del vercellese, del biellese del novarese.

redaz

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore